A proposito di spendibilità delle competenze dello psicologo

LE COMPETENZE DELLO PSICOLOGO

Indice

In questo Speciale:

q       La competenza della Diagnosi Psicologica di Piero Porcelli

q       Il Burn Out in RSA breve saggio di Elisa Ragagliolo

q       Gruppi di Genitori: Epistemologia e Metodo di Fiora Pezzoli e Nadia Tagliaferri

q       Gli Psicologi e la 180. Un profilo di competenze di Luigi D’Elia e Felice Torricelli

q       Arteterapia e disabilità di Federico Zanon

q       Lo Psicologo nelle Residenze per Anziani di Umberto Lamberti

q       La Psicologia dell’Emergenza di Alberta Volpe

q       Il ruolo dello Psicologo nella Pet-therapy di Caterina Di Michele

q       Terapia Multisistemica in acqua e autismo di G. Caputo, G. Ippolito, P. Maietta

q       Lo psicologo e gli audiovisivi di Stefano Paolillo

 

EDITORIALE

A proposito di spendibilità delle competenze dello psicologo
Luigi D’Elia
Il nuovo Speciale di AP-Magazine, giunto al suo terzo numero, affronta un nodo per tutta la nostra comunità professionale, quello della spendibilità sociale delle nostre variegatissime competenze.
I contributi qui contenuti trattano ovviamente solo una minima parte di quanto la nostra professione può mettere in campo, uno spaccato indicativo. Abbiamo voluto/potuto presentare solo una piccola parte della nostra versatilità in aree di attività note e meno note, ed il lettore può osservare, scorrendo l’indice del numero, quanto ampio possa essere il potenziale range di azione di uno psicologo sia sui territori più tradizionali (diagnosi), sia sulle aree di confine (arteterapia, pet-therapy, comunicazione, anziani, istituzioni di cura, gruppi, etc.).
Il punto relativo alle aree proprie e di confine delle competenze dello psicologo professionale è da sempre - da quando, cioè, esiste la professione - un punto irrisolto e mai affrontato con la necessaria determinazione scientifica e politica.
Le ultime vicende relative alla psicodiagnosi, alla sicurezza sul lavoro, alla psicologia scolastica (per citare solo le principali) hanno ancora una volta riproposto le solite, vecchie, lacune legislative e normative che in realtà corrispondono ad altrettanti vuoti culturali, e inadempienze politiche, purtroppo presenti da sempre dentro e fuori la nostra professione. Una sorta di vulnus originario che riemerge ogni qual volta a fronte di una pressante domanda sociale (di prevenzione, di cura, di benessere) gli psicologi si confrontano con ogni genere di concorrente, quasi sempre non altrettanto qualificato (e a volte francamente inqualificabile!), sulla medesima offerta di servizi.

Questo vulnus riguarda (lo diciamo ormai da quando esistiamo, e qui lo ripetiamo) da un lato l’indefinitezza dei nostri atti tipici professionali, su cui il nostro Ordine Nazionale non sappiamo cosa stia facendo (e se stia facendo qualcosa), dall’altro riguarda il nodo della formazione ed il suo mondo, assolutamente distante dalle domande sociali e piuttosto incapace di cogliere null’altro che i flussi economici interni (lo sciame di iscritti e allievi).
Questi due “corni” del problema corrispondono all’assenza di un pensiero organico sullo sviluppo di una professione moderna e presente nella società civile, e l’ancoraggio di tutta la politica professionale alle solite lobbies della formazione pubblica e privata che stanno portando la nostra professione ad un viaggio senza ritorno.
Il tema delle competenze dello psicologo non può essere trattato e risolto soltanto “ex lege” attraverso un mero riconoscimento formale (anche se esso rimane comunque necessario), ma va affrontato andando a verificare ciò che i colleghi effettivamente fanno e sanno fare concretamente nelle realtà sociali dove operano.
La questione del riconoscimento legislativo s’interseca allora con quella, altrettanto concreta dei profili di competenze (di base e trasversali, specialistiche) la cui valutazione non può essere assolutamente delegata a criteri solamente “titolistici”, ma deve poter essere verificata ed interpolata con criteri “curriculari” effettivi.
Il nostro paese, infatti, soffre da sempre di un provincialismo culturale e di una lentezza riguardo l’innovatività a causa di una “malattia” chiamata “titolismo”. Scopriamo dunque che la laurea breve non serve oggettivamente a nulla; la quinquennale a ben poco (visto il reale saper-fare dei neolaureati); la formazione specialistica anch’essa, nonostante gli strombazzamenti sull’equipollenza, è poco spendibile sul piano formale e poco più su quello sostanziale: in definitiva un percorso di 10 anni e passa assolutamente sprecato (che sembra concepito per creare una continua domanda formativa). Nonostante ciò, i criteri ordinatori della spendibilità del proprio profilo professionale in ambito pubblico e privato, rimangono sciaguratamente i “titoli” e non le esperienze ed i saperi reali.
Al contrario, invece, scendendo ad esplorare esperienze e saperi concreti dei colleghi, si scoprono tesori che nessuna Università e nessuna Scuola ha consentito di sviluppare (né probabilmente è attualmente in grado di concepire), bensì parliamo di profili sviluppati “sul campo” per rispondere a nuove domande sociali, nonché a esigenze d’innovazione ben precise: psicologi-manager sociali, psicologi sociali su ambienti web, psicologi del comportamento finanziario, psicologi della comunicazione e dell’informazione audiovisiva, psicologi del marketing e della pubblicità, progettisti di istituzioni, esperti di terapia con animali, psicogerontologi, esperti di neuroriabilitazione, esperti in reinserimento sociale, esperti in interventi istituzionali e prevenzione del burnout, psicosociologi, psicologi dello sport, psicologi della politica, psicologi dell’ambiente e del turismo, arteterapeuti, psicologi mediatori culturali, familiari e giuridici, etc., etc, etc..
Volendo citare il caso della psicologia scolastica, che qui utilizziamo come area paradigmatica, troviamo che sono già moltissimi i colleghi che possono vantare lunghi anni di esperienza e che hanno imparato ad accostarsi all’istituzione scuola con rispetto e competenza, apprendendo a rispondere non collusivamente, e quindi con efficacia, alle esigenze di ogni sua parte, apprendendo anche a intervenire nella diverse aree. Proviamo a tracciare, a mo’ di esempio, un profilo di competenze di massima dello psicologo che opera nel contesto scolastico per le principali aree di intervento:
Ø Apprendimento e formazione
Ø handicap ed integrazione
Ø dispersione scolastica
Ø bullismo
Ø prevenzione disagio minorile
Ø prevenzione disturbi evolutivi
Ø prevenzione burn-out insegnanti
Ø interfaccia con le famiglie
Ø analisi organizzativa e lavoro di rete
Ø gestione del gruppo classe
Ø socializzazione
Ø integrazione inter-etnica
Ø educazione alla salute
Ø etc.
La gran parte di queste competenze non sono il frutto diretto di un percorso di studi finalizzato, ma sono il risultato di un apprendimento dall’esperienza maturato a volte in decenni di lavoro. Successivamente ordinato e sistematizzato.
Intendiamoci, non sono tanti i colleghi che possono vantare il rating massimo sul profilo appena indicato, ma sono invece tantissimi i colleghi che lo possono rapidamente maturare e consolidare a partire dalla formazione di base.
Allo stesso modo della psicologia scolastica, in mille altri ambiti lavorativi interni alla professione numerosissimi colleghi proseguono nel maturare esperienze sul campo che si traducono in saperi formalizzati.
Esperienze e saperi che nessun burocrate interno ed esterno alla professione avrà mai la capacità di riconoscere e valorizzare, ma che invece è assolutamente valorizzabile nella relazione diretta con il cliente o con il committente/datore di lavoro nel momento in cui ogni collega riesce ad unire una solida identità professionale fondata sui saperi acquisiti e sull’appartenenza ad una comunità scientifica e professionale allargata, con la capacità di proposta di servizio.
Ma la proposta di servizio, in una categoria professionale “ordinata”, non può mai essere esclusivo appannaggio del singolo professionista totalmente abbandonato dal proprio ordine professionale (oltre che inutilmente formato dalle facoltà di psicologia)!
Ecco allora dove la nostra politica professionale, assieme al mondo accademico, sono stati fino ad oggi drammaticamente carenti (a causa della prevalente cultura sindacal-sanitaria):
1. innanzitutto non hanno occhi per conoscere e riconoscere la geografia e la mappa delle competenze effettive nelle innumerevoli aree applicative sviluppate in questi ultimi 20 anni dai 70.000 colleghi, e dunque sono assolutamente incapaci di svolgere una programmazione seria delle strategie politiche e culturali (formative e relative ai profili di competenze utili) che sappiano rispondere alle urgenti domande sociali di questo periodo storico;
2. in secondo luogo non sono in grado di pensare alla comunità professionale come un’infinita risorsa da coinvolgere, ma spesso la pensano come una rogna da tenere al margine, possibilmente il più disinformata possibile;
3. in terzo luogo, e di conseguenza, non sono in grado di pensare alla tutela e allo sviluppo della professione, continuando a rappresentarsi il mondo della libera professione come ad una jungla regolata dal dio mercato dove ognuno fa quel che può per conto proprio; senza quindi preoccuparsi di rappresentare e promuovere pratiche di eccellenza; ed è in tal modo che concepiscono il diffusissimo precariato professionale: con il massimo di fatalismo e menefreghismo;
4. in quarto luogo, si risolvono ad una gestione di basso profilo dell’esistente totalmente piegata sulle lobbies della formazione accademica e della formazione alla psicoterapia ed i suoi “eciemmifici” e “diplomifici”, laddove entrambe queste lobbies non rappresentano alcuna aderenza con i bisogni sociali emergenti ed esistenti, ma gestiscono un’economia ormai ripiegata su se stessa e sulle orde di allievi e studenti assetati di titoli e di vuoti ruoli.
Per rispondere a questo panorama di ignavia occorre istituire un nuovo patto tra comunità professionale e mondo della formazione che parta da un’attenta analisi dei profili di competenze effettivamente utili e rispondenti alle urgenti domande sociali.
Ma occorre anche istituire una nuova presenza della categoria nella società civile e nelle stanze della politica nazionale, sensibilizzandola e aiutandola ad apprezzare e riconoscere i nostri indispensabili contributi in ogni settore della vita quotidiana.
Per realizzare ciò, occorre preliminarmente una nostra mobilitazione diretta nelle faccende che riguardano la nostra crescita professionale ed un ritiro della delega in bianco ai nostri rappresentati politico-professionali.

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5 Responses to “A proposito di spendibilità delle competenze dello psicologo”

  1. Francesca Minzioni Says:

    Condivido pienamente il discorso della “superformazione” che viene oggi imposta allo psicologo che non collima affatto alle formule di impiego offerte dal mercato: sono di recente stata a un convegno sulla cura globale in oncologia organizzato da Asur e Regione: si è straparlato della necessità della presenza della figura dello psico-oncologo nei reparti. Ma chi è costui?? Attenzione:non solo uno psicoterapeuta, non basta! E’ necessaria un’ulteriore specifica formazione in oncologia, un master non ben specificato.Peccato che poi è stato presentato un quadro dell’attuale impiego di tali professionalità nel territorio: borse lavoro o contratti cococo’ per una persona in media a reparto di oncologia, tra l’altro non affatto integrata con il personale medico (assenza di reale lavoro di equipe).

  2. Elsa Grazzani Says:

    Sono una giovane psicologa agli esordi della professione e sono assolutamente critica nei confronti delle scuole di psicoterapia, costosissime e riproducenti lo stesso iter formativo universitario: ma perchè dovrei rimettermi a studiare psicologia generale o altre materie già studiate all’università quando le mie necessità formative sono di approfondimento della pratica professionale?!! E’ una presa in giro? C’è bisogno di una formazione post laurea differenziata, a seconda della laurea conseguita, in medicina o in psicologia (le basi sono diverse!) e, soprattutto, basta tenerci eternamente “a scuola”, lo psicologo ha bisogno di lavorare per impare il mestiere.

  3. Nel sostenere moralmente la tua posizione di critica costruttiva e la denuncia che fai (di alcuni) dei mali di questa professione, vorrei aggiungere qualche considerazione.
    1. La fase storica in cui ci troviamo è contraddistinta dalla presenza, nelle coscienze dei giovani adulti, di un crescendo dell’aspettativa di vita e dello status economico e professionale dopati dall’accessibilità dei beni di consumo e dai modelli dei media tamburanti di “distrazione” di massa. Oggi chiunque vuole fare meglio, guadagnando di più in termini economici e di prestigio, dei propri genitori, semplicemente perchè siamo stati indottrinati dalla logica del progresso.
    Questo ci rende fruitori perfetti dei tentacoli della formazione privata permanente. A fronte di questo, però, le effettive possibilità di impiego sono cresciute in misura molto minore: essenzialmente a causa, a mio modesto modo di vedere, della pigra e insatura terzializzazione dei profili di impiego (a crescita zero da decenni), del male della burocratizzazione (eccessiva da un lato, rigida dall’altro, inefficiente in tutti i casi), di cui il “titolismo” è una delle appendici, e dalla detenzione del potere di tre lobbies: avvocati, medici, politici.
    2. L’accesso al mondo del lavoro, poi, nel nostro Paese è sempre più mediata da attori (più o meno apertamente) istituzionali, incaricati di gestire:
    la formazione;
    l’assunzione;
    il controllo.
    Si comincia dall’Università, si prosegue con i ministeri che regolano l’accesso attraverso concorsi sempre più vincolati ad aziendalistici criteri di bilancio, e si finisce gli Ordini (medici, psicologi, architetti, avvocati…) che, al pari dei sindacati, aldilà del perseguimento e della tutela della mission professionale, paiono molto più indaffarati a non disperdere la propria identità minacciata che ad avviare serie e costruttive riflessioni di modernamento, da propugnare nelle sedi istituzionali del caso.

    Io lavoro nel privato. Dopo una borsa di studio nella ASL, conquistata con sacrifici e tirando la cinghia di cui è meglio non proferir parola, da qualche anno “galleggio”. Sono un fortunato perchè mi è stato permesso di studiare e specializzarmi in una scuola che mi ha dato, didatticamente, moltissimo. Sono uno dei pochi, e so che questo è avvenuto perchè i miei docenti erano persone dedicate, serie, appassionate.
    Ora cerco di mettere nel sacco esperienza e professionalità per spingere il mio raggio di intervento anche là dove la mia formazione non arrivava (la scuola, la comunicazione, lo stress).
    Lo farò con altrettanta serietà, determinazione e passione.
    Ed in solitudine.
    Già, perchè un corollario della nostra professione, in Italia, è proprio la solitudine.
    Grazie dell’articolo, dello spunto, dello spazio.

  4. Ho perso l’orientamento, non so più chi sono o chi voglio essere. Dopo la laurea in psicologia nel 2002, il tirocinio e l’esame di stato mi sono iscritta all’ordine per poter partecipare al “megaconcorso” per soli 39 posti in tutt’Italia di psicologo nell’amministrazione penitenziaria (psicologo nelle carceri), concorso che è durato 2 anni per espletare tre prove scritte (un questionario a risposta multipla su temi di cultura generale e di psicologia, un tema di psicologia e un tema sull’ordinamento penitenziario) e un orale (su ben 8 materie). Alle prove selettive ci siamo presentati in oltre 7000 psicologi, io mi sono piazzata 150° in graduatoria (senza l’aiuto di nessuno) ma, a quanto so, neppure i primi 39 sono stati assunti. Soldi e tempo sprecati. Nel frattempo ho frequentato per 5 mesi un corso di qualificazione professionale come ricercatrice qualitativa di mercato (ove ci insegnavano come condurre focus group per ricerche di mercato) corso patrocinato dalla Provincia di Roma, finanziato dall’Europa, aperto a sole donne laureate (la maggior parte di noi era laureata in psicologia). Anche se non dedicato esclusivamente a laureate in psicologia tuttavia ci insegnavano tecniche di conduzione tipicamente psicologiche e finalmente pensavo di poter fare psicologia applicata al mercato dei beni di consumo. Ma la realtà si è rivelata ancora una volta un’altra e, finito il corso, le belle prospettive di lavoro paventate si sono rivelate un miraggio finchè ho cessato di crederci (dopo aver spedito curricula a più non posso).
    Mi si era presentata l’occasione di un lavoro come educatore presso una comunità per malati mentali ma l’ho stupidamente rifiutata perchè volevo sposarmi e dovevo trasferirmi in un’altra regione e oggi me ne pento amaramente (anche se non di essermi sposata). Ho inviato curricula a cooperative sociali, istituti di ricerche di mercato, ho fatto domanda per l’insegnamento nelle scuole ma niente, il silenzio. Sto perdendo la mia identità di psicologo, non mi sento più di definirmi tale, sto perdendo interesse verso la psicologia tanto che continuo a pensare di volermi indirizzare ad altro, e nello stesso tempo c’è una sorta di “cordone ombelicale” difficile da recidere col mio passato universitario forse per orgoglio, perchè il pezzo di carta che ho conseguito in qualche modo mi definisce, mi dà un’identità che tuttavia si sta pian piano svuotando. Non ho una specializzazione post laurea in psicoterapia e non me la posso permettere economicamente. Ho parlato con dei professionisti (psicoterapeuti e psichiatri, aimè!) che mi hanno ribadito che senza una specializzazione non vado da nessuna parte e che comunque è difficile inserirsi lavorativamente. Parenti e conoscenti mi chiedono perchè non apro uno studio come psicologa! Io sento da un lato la mia ignoranza e la necessità di apprendere (o di riapprendere visto che il tempo sta passando e mi sono ormai dimenticata molto di quel poco che ho imparato all’università)dall’altro non accetto l’idea che nella realtà lo psicologo in sè, come professione specifica, non esiste e che bisogna diventare tutti psicoterapeuti (o super specializzati). Inoltre ho sfiducia verso le scuole di specializzazione in psicoterapia e i master perchè mi sembrano vantaggiosi solo per i loro didatti che si creano un reddito sui laureati in psicologia in quello che giustamente “Altra psicologia” ha definito un meccanismo “a spirale”.
    Mi piacerebbe tanto sapere quale scuola ha frequentato Renzo, l’autore del commento precedente.
    Grazie.

  5. Ciao a tutti,
    io mi sono laureata ho fatto l’esame di Stato, un Master in “diritto di famiglia e mediazione familire” e anche il titolo di mediatore familiare mi da sicurezze quasi nulle, ora mi sono iscritta alla scuola di specializazione con l’incubo di dover fare lavori che non riguardano ciò che sono e ciò per cui ho fatto già sacrifici per poterla mantenere e credo che l’unica possibilità che mi rimane sarà il privato, cercare di andare avanti da sola. Non mi dite per piacere che le scuole di specializzazione non servono perchè mi costerà tanto frequentarla e spero di non pentirmene…AIUTOOO!!

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