ARTETERAPIA
Rubrica sull’Arte come Terapia di AP Magazine
“Le parole sono il nostro mezzo preferito per procurarci l’assenso;
nulla ispira l’ortodossia e una concorde unanimità come una massima ben costruita.
Ma la nostra recente invenzione del linguaggio
non può seppellire totalmente un’eredità anteriore.
I primati sono animali visivi per eccellenza, e l’iconografia della persuasione
tocca nel nostro essere corde ancora più profonde che le parole.
Ogni demagogo, ogni umorista, ogni dirigente pubblicitario,
ha conosciuto e sfruttato il potere evocativo di una illustrazione ben scelta.”
(Stephen Jay Gould, La Vita Meravigliosa)
Presentazione della rubrica
Ho pensato lungamente alla possibilità di proporre alla redazione di AP Magazine di aprire una rubrica dedicata all’Arteterapia. Fra i molti dubbi, uno principale nasce dal particolare statuto di cui l’Arteterapia beneficia (o non beneficia) in Italia.
Nel nostro paese, che concentra un’ampia percentuale di opere d’arte e che ha cullato la vita creativa di numerosi artisti e movimenti, la cultura artistica non si è ancora appropriata di quegli spazi di cura alla persona che le appartengono da anni, e in qualche modo da millenni, in tutto il mondo. Viceversa, la cultura terapeutica e clinica non si è ancora appropriata dell’Arte in quanto forma di cura psichica e sociale, come avviene dagli anni ‘20 del Novecento nei paesi anglosassoni e in Francia.
Certamente sono presenti laboratori, attività e anche luoghi di formazione che usano il termine “Arteterapia” per definirsi, e molti operatori dell’arte o dei servizi che si occupano di psicologia clinica usano il termine “arteterapeuta” per raccontare la propria attività ed il proprio status professionale. Tuttavia, siamo ben lontani dal considerare l’Arteterapia come una attività clinica autonoma e separata da altri percorsi di cura (fra tutti, quelli della psicoterapia e della riabilitazione), o l’Arteterapeuta come un professionista con un proprio ruolo autonomo ed un percorso di studi ben definito, come avviene negli Stati Uniti e nel Regno Unito.
La filiazione che, dall’incontro fra cultura artistica e cultura clinica, ha generato in altri paesi una cultura arteterapeutica autonoma e distinta, oggi in Italia è solo parziale ed esita nell’universo frammentato di artisti e operatori sociali e sanitari che lavorano con metodologie fra le più varie, attribuendo un valore arteterapeutico laddove sarebbe più adatto dichiarare un intento prettamente artistico, con accidentali ricadute terapeutiche, oppure un intento terapeutico perseguito anche attraverso l’applicazione strumentale di tecniche vagamente artistiche o “creative”.
A far da contorno a questa filiazione ancora incompleta, la scarsità di opere scientifiche sull’Arteterapia tradotte in italiano, l’assenza di un riconoscimento giuridico in quanto attività terapeutica e sanitaria e di percorsi formativi universitari (o anche soltanto di insegnamenti universitari, se non in rare eccezioni). Tutto questo comporta per chi voglia operare come Arteterapeuta di lavorare in una cornice giuridica e professionale incerta, e di raccogliere la propria necessaria formazione fra i pezzi di Arteterapia sparsi fra l’Arte e la Clinica.
Non fanno eccezione le scuole private di formazione all’Arteterapia, che mi pare combattano fra l’incudine della qualità formativa e il martello della sussistenza economica, e spesso debbono giungere a compromessi nell’ammissione di allievi di varia estrazione, pur appassionati ma troppo spesso mancanti delle basi dell’una oppure dell’altra materia, non acquisibili in tre anni di formazione. Ma non fanno eccezione nemmeno i servizi sanitari e sociali, affidando la gestione dei laboratori ad operatori egualmente appassionati ma altrettanto inesperti, in questo caso nell’una e anche nell’altra materia.
Ne risultano gli ibridi più assurdi: laboratori “arteterapeutici” di pittura su ceramica per il mercatino rionale o la pesca di beneficenza, con le chiesette da dipingere in serie su sfondo bucolico, così da colludere con l’impoverimento psichico di alcuni pazienti. Oppure gli orridi autoritratti in carta e feltro colorato, tutti uguali e tutti ugualmente costrittivi per gli utenti, i quali spesso trovano nella rappresentazione dell’immagine di sé una tensione, piuttosto che un sollievo. O ancora il “gruppo-ricamo” delle residenze assistite, in cui anziane signore con alle spalle ottant’anni di attività merlettiera si trovano ad annuire con paziente deferenza all’assistente sanitaria di turno, fissata con le attività “creative”. Infine le fotografie degli utenti ritoccate (o meglio: scarabocchiate) a pennarello ed esposte senza pudore e senza attribuzioni di senso alcuno in mostre organizzate dai vari assessorati socio-sanitari, come a non saper bene se tale spazzatura appartenga all’arte, alla malattia, al Servizio Sanitario Nazionale, alle Persone che l’hanno prodotta, o alla guida incerta degli operatori.
Su tutto, la mancanza di riconoscimento del desiderio, della creatività e della libertà del paziente. È invece tale riconoscimento l’obiettivo che a mio avviso unifica le diverse declinazioni del razionale dell’Arteterapia, ed è questo che credo debba emergere da un collage di contributi sull’Arteterapia, come spero diventi questa nuova rubrica.
Ma è inutile dilungarsi: gli Arteterapeuti sanno bene di cosa parlo e l’intento è proprio quello di presentare l’Arteterapia a beneficio di chi non ne sa molto, per aiutarci a distinguere e ad individuare le strade da percorrere.
A fronte di tutto ciò che ho osservato in questi anni di conduzione di attività, che mi pregio di definire Arteterapeutiche se non altro per la mia lunga, sofferta e gioiosa doppia formazione, ritengo che si possa aprire questa rubrica con alcune direttrici di base.
La rubrica e le linee redazionali per pubblicare
La rubrica accoglierà lavori inviati da professionisti che praticano l’Arteterapia in Italia o all’estero, e che possono garantire una formazione artistica e psicologico-clinica o riabilitativa. Per mantenere un livello di qualità ed utilità, abbiamo ritenuto di riservare la pubblicazione soltanto a chi opera effettivamente nel campo dell’Arteterapia, confrontandosi con le gioie e i dolori della clinica e delle istituzioni sanitarie ed educative.
Mi occuperò di gestire i contributi insieme ai colleghi della redazione di AP Magazine, e di contribuire io stesso ad arricchire il materiale presente, nella speranza di non essere il solo psicologo che pratica l’Arteterapia ad avere interesse a confrontare idee e attività.
Chi può pubblicare?
Accettare l’articolo di un autore significa in qualche misura accettarne lo status di esperto, o di professionista operante in una attività clinica.
La posizione di Altrapsicologia, di cui AP magazine constituisce la sezione culturale, è da sempre di tutela dello psicologo e dello psicoterapeuta quale professionista a cui in Italia spetta l’esercizio, in qualunque forma, di attività di psicoterapia e riabilitazione psicologica.
La figura di Arteterapeuta in Italia non ha alcuno status giuridico, e non è riconducibile ad alcun albo riconosciuto. L’unica forma di reale tutela dell’utente che partecipa ad attività di Arteterapia è quella di essere curato da un professionista abilitato a svolgere attività psicologica o psicoterapeutica.
La situazione nei paesi anglosassoni è diversa: l’arteterapeuta è un professionista con un proprio status autonomo rispetto allo psicologo e allo psicoterapeuta, i quali non possono esercitare l’Arteterapia senza un titolo specifico.
Per districarci da questa complessa situazione, frutto di una scarsa diffusione dell’Arteterapia nel nostro paese, adotteremo i seguenti criteri:
- Potranno pubblicare senza alcuna difficoltà gli iscritti alla BAAT (British Association of Art Therapist) e all’AATA (American Art Therapy Association), in quanto organizzazioni internazionali alla cui iscrizione si accede per conseguimento di titolo universitari in Arteterapia.
- La richiesta di pubblicazione di articoli inviati da professionisti diplomati in scuole private italiane, alcune delle quali garantiscono ottimi standard formativi, è altrettanto gradita ma soggetta alla dimostrazione di svolgere effettivamente attività professionale, e di avere una formazione certificata in psicologia o psicoterapia.
- Potranno inoltre pubblicare i professionisti non diplomati in Arteterapia che, per conoscenza personale della redazione o per dimostrabili competenze in campo artistico e clinico, e poi specificamente arteterapeutico, garantiscano un contributo significativo.
- Potranno infine pubblicare collettivamente i gruppi di lavoro riconducibili alle scuole private di Arteterapia che rispettino gli standard minimi previsti dall’AATA o dalla BAAT per la formazione degli Arteterapeuti.
- Gli artisti senza formazione clinica potranno pubblicare soltanto contributi relativi alle arti, senza implicazioni cliniche.
Le competenze artistiche non debbono essere necessariamente riconducibili a percorsi accademici, ma riguardano la conoscenza approfondita di una o più Arti, prima altrui e poi propria, esercitata e arricchita negli anni da conoscenze storiche, antropologiche e iconografiche e da effettive capacità tecniche.
Le competenze cliniche, facendo riferimento ad una specifica normativa relativa all’esercizio delle attività sanitarie, dovranno invece essere certificate da idonei percorsi accademici e professionali. Saranno preferiti, per ragioni di contesto e di cultura professionale, i professionisti con formazione in Psicologia, in Psicoterapia e in Psichiatria.
Formato di pubblicazione
Gli articoli dovranno essere chiari, scritti in buon italiano o in inglese, ed eventualmente accompagnati da una traduzione in altra lingua.
Dovranno avere lunghezza non superiore a circa quattro cartelle Word, interlinea singola e carattere Arial 12, anche se alla quantità eccessiva si può ovviare con una qualità altrettanto eccessiva.
Saranno accettati con piacere lavori di qualunque tipo, dalle trattazioni teoriche alla presentazione di casi clinici ed esperienze istituzionali, con l’indicazione che ogni lavoro deve contenere un’idea di senso generale sulla Clinica, sull’Arte o sull’Arteterapia, e non un mero resoconto di fatti, di cui tutti i lettori sono già abbondantemente forniti nel loro vivere quotidiano a contatto con l’evidence based medicine & psychology.
Uno spunto iniziale per parlare dell’Arteterapia
Sono diversi gli interrogativi che accompagnano l’uso dell’arte, e della pittura in particolare, nella terapia dei disturbi psicologici e psichiatrici. Perché introdurre l’arte nel processo psicoterapeutico? Con quale funzione? E con quali obiettivi? L’uso dell’arte può essere efficace nel perseguire la cura? E in che modo?
Non sono certamente questioni semplici. Cercare delle risposte, seppur necessariamente parziali, aiuta a non incorrere nel rischio di praticare una forma di terapia sulla base di presupposti ingenui o sconosciuti. Questa rubrica nasce come spazio di confronto e di informazione, da un interesse scientifico ed artistico personale, ma anche dall’esigenza tecnica ed etica di approfondire criticamente e collettivamente i presupposti del lavoro clinico con il metodo dell’Arteterapia.
L’Arte è un’attività che l’uomo pratica fin dalla sua origine, e in ogni gruppo sociale in cui si è costituito; alcuni articoli potranno essere dedicati ad approfondire questo argomento, nell’ipotesi che la funzione ed il significato dell’arte nella storia e nelle diverse culture umane costituiscano una cornice epistemologica ed antropologica per l’Arteterapia.
Il rapporto fra arte e psicopatologia, e l’uso clinico dell’Arte, sono altri argomenti interessanti. Un filone di studi percorso fin dalla fine dell’800 riguarda la semeiotica dell’arte, ovvero lo studio dei segni grafici che indicano la presenza di psicopatologia; un tema, questo, sempre affascinante e ricco di possibili spunti per una analisi del materiale che l’Arteterapeuta si trova, per forza di cose, ad accumulare nel corso degli anni.
Un lavoro sull’arteterapia può avvalersi della presentazione di opere realizzate durante la terapia. L’invito è ad arricchire i lavori con immagini.
Federico Zanon
Psicologo Psicoterapeuta
Arteterapeuta presso:
“La casa Rossa”, centro diurno per la riabilitazione delle disabilità
“Dicembre ‘79”, centro diurno per le dipendenze patologiche
Centro di Salute Mentale 3, Padova
E-Mail: studio@psicologiaclinica.eu