Arteterapia e disabilità

Giugno 8th, 2008 admin Posted in Arteterapia, Speciale "Le competenze dello psicologo" Comments Off

Una proposta per definire obiettivi terapeutici per gli atelier di arteterapia nei centri di riabilitazione per disabili

AUTORE:
Federico Zanon, Specialista in Psicologia Clinica, Psicoterapeuta, Arteterapeuta presso: CEOD “La Casa Rossa”; Centro Dirno “Dicembre ‘79”; Centri Salute Mentale 3, Padova.

Introduzione

Le tecniche di arteterapia pittorica sono applicabili a pazienti con forme di disabilità di livello media o grave, con il coinvolgimento della funzionalità psichica e fisica? E con quali obiettivi terapeutici?

I centri che si occupano di riabilitazione ed educazione di persone con patologie invalidanti sul piano psichico e motorio sono una realtà molto consolidata in Italia. A tali centri si accede generalmente dopo un percorso scolastico che ha portato all’acquisizione, durante l’età evolutiva, di diverse abilità di base. L’obiettivo generale che i centri diurni (CEOD) si prefiggono è quello di accogliere la persona con disabilità, conoscere e monitorare il quadro di abilità funzionale ed indirizzarla verso un progetto di vita personalizzato che includa il raggiungimento del massimo benessere e della massima autonomia compatibile con la situazione clinica.

L’arteterapia si inserisce in questo contesto come un’attività autonoma, ma armonizzata all’insieme delle attività e degli obiettivi a livello del gruppo e delle singole persone accolte. Una definizione di obiettivi dovrebbe dunque tenere conto di entrambi i livelli, ed è esperienza comune di chi opera nei CEOD che la richiesta dell’equipe di lavoro è di questo tipo.
Propongo dunque in questo articolo una mappatura generale degli obiettivi che ogni arteterapeuta dovrebbe avere presente quando conduce atelier di arteterapia con persone accolte nei CEOD, con l’avvertenza di considerare questa proposta come un minimo comun denominatore, necessario a garantire un intervento qualitativamente sufficiente ma non esaustivo di tutti gli obiettivi perseguibili o raggiungibili con l’Arteterapia.
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La danza come tecnica espressiva

Maggio 26th, 2008 admin Posted in Arteterapia 1 Comment »

La danza come tecnica espressiva

Cristiano Piva
Coreografo, Dottore in Tecniche Psicologiche per i Servizi alla Persona e alla Comunità
iscritto sez. B Ordine Psicologi Veneto.

La danza e, più in generale, il movimento espressivo del corpo, è uno dei modi attraverso cui l’inconscio può affiorare alla coscienza; essa si può porre quale una delle possibili forme dell’immaginazione attiva come ci testimoniano le osservazioni di Jung sull’argomento già a partire dal saggio “La funzione trascendente” pubblicato nel 1958. Nel 1946, in “Riflessioni teoriche sull’essenza della psiche”, Jung scrive: «Ho colto quindi l’occasione di un’immagine onirica o di un’idea sopravvenuta al paziente per incaricarlo di dipanare o sviluppare questo spunto iniziale con la libera attività della sua fantasia. A seconda delle tendenze e delle doti individuali questo svolgimento poteva assumere forma drammatica, dialettica, visiva, acustica, danzante, pittorica, plastica, o prender forma di disegno». In varie occasioni Jung riferisce anche di avere avuto esperienza diretta di pazienti che danzavano le loro immagini inconsce. Con le sue affermazioni sulla possibilità che la danza potesse essere una delle forme dell’immaginazione attiva, Jung era già molto avanti per il suo tempo, quando l’esasperazione dei valori dominanti nella coscienza collettiva occidentale era divenuta tale da produrre in alcuni, e nei più svariati campi del sapere, la necessità di ricercare attraverso diversi e nuovi punti di osservazione quel senso dell’unità-molteplicità del mondo che sembrava ormai essere perduto. Si pensi a tutti quei valori improntati alla concezione meccanicistica cartesiana-newtoniana quali la divisione del mondo in parti separate, il trionfo delle specializzazioni, il mito del progresso illimitato secondo una successione evolutiva lineare, la supremazia dell’Io connessa al culto del successo, l’esaltazione dell’apparenza a discapito dell’essenza. Il crescente divario tra mente e corpo, tra uomo e natura, tra sentimento e ragione, la sempre maggiore difficoltà a dare vita ad una genuina attività immaginativa, arrivarono ad un punto tale da creare la necessità di un recupero che può avvenire anche attraverso le art therapies. L’esperienza personale dello scrivente, quindici anni di attività come Coreografo, conferma quanto l’interpretazione dell’attività cenestesica possa essere un mezzo importante per raggiungere, ed eventualmente codificare consciamente con un successivo lavoro terapeutico, contenuti rimossi dell’individuo o, per meglio dire, contenuti denegati che il Sé può reintegrare favorendo una appersonazione armonica. Porto l’esempio di una paziente, chiamiamola W., che in seduta concentrava nel ventre movimenti dolci e contenitivi, abbracci e carezze, in contrasto con una sua natura apparentemente mascolina sia nell’abbigliamento che nella prosodia. Un lungo, delicato e lento lavoro interpretativo e di riattribuzione di significati affettivi al gesto prodotto da W., ha fatto emergere profondi desideri di maternità e di riappacificazione con la propria parte femminile denegata a causa di un grave lutto paterno occorso in piena età edipica, momento in cui la paziente si sostituì al padre per sostenere la madre depressa. Riscoprire, accettare ed accogliere la femmnilità negata, reintegrandola in un Sé parzialmente dissociato (i tratti femminili esistevano ma non era riconosciuti consciamente) portò W. a un radicale cambiamento di vita, ora è madre.

Jung C. G., La funzione trascendente, in Opere, Boringhieri, Torino, 1969
Jung C. G., Riflessioni teoriche sull’essenza della psiche, in Opere, Boringhieri, Torino, 1976

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Un’Estetica Estatica

Maggio 21st, 2008 admin Posted in Arteterapia No Comments »

Un’Estetica Estatica:
confronti iconografici fra le visioni mistiche e le immagini prodotte da pazienti anoressiche

AUTORE:
Federico Zanon, Specialista in Psicologia Clinica – Psicoterapeuta
Arteterapeuta presso:
“La casa Rossa” centro riabilitativo per le disabilità
“Dicembre ‘79” centro diurno per la terapia delle dipendenze

Un contributo recente allo studio delle iconografie che emergono dai lavori prodotti in gruppi di Arte-Terapia è Un’estetica estatica, di Gregorio Merlin e Federica Vettori (2007).
In questo lavoro, sono stati individuati alcuni dei temi che accomunano le visioni delle mistiche cristiane vissute nel tardo medio-evo, e le opere grafiche prodotte da pazienti anoressiche durante sessioni di gruppo di Arte-Terapia.

La prima parte dell’opera descrive con grande ricchezza il clima culturale nel quale vissero le figure femminili del misticismo cristiano, esaminando la  dimensione ascetica che pervadeva la loro vita e offrendo una scelta di frammenti e citazioni, che evidenziano i temi comuni delle visioni che accompagnavano i rituali di deprivazione corporale e la tensione verso il divino.
La seconda parte è una notevole rassegna descrittiva di opere e commenti relativi ai lavori prodotti dalle pazienti che hanno frequentato l’atelier di arteterapia che il dott. Merlin conduce da diversi anni presso una casa di cura italiana. In appendice, una selezione di quaranta opere a colori scelte fra i lavori di pazienti con diagnosi di anoressia, fra le più rappresentative del sorprendentemente stretto legame fra le iconografie di due gruppi umani così diversi e lontani nel tempo.

Ciò che sorprendente è la notevole similarità dei temi visuali, a livello formale e iconografico, a fronte di una così grande distanza storica e culturale; tale similarità è necessariamente il segno che debbano esistere elementi del mondo interno che accomunano le figure del misticismo tardo medievale e la moderna patologia anoressica. Gli autori individuano nelle caratteristiche dell’ascetismo, nella ricerca di perfezione attraverso lo svuotamento del sé, anche corporeo, una delle caratteristiche comuni di base. Ed è sul corpo femminile, che è oggetto di ambivalenze nel mondo occidentale fin dal medio-Evo, che si concentrano sia le mistiche di ieri che le anoressiche di oggi, nel tentativo di raggiungere quell’ideale di perfezione e purezza che le accomuna.

Merlin individua alcuni temi iconografici che riferiscono e testimoniano questa stretta vicinanza: la figura del corpo, rappresentata in termini eterei, a volte filiformi, con parvenze spettrali; l’uso del colore rosso, che accomuna le visioni mistiche e le opere anoressiche, il motivo del bagliore in forma circolare, che è presente in molte descrizioni delle visioni delle sante e che compare come elemento grafico nei lavori prodotti in Arte-Terapia. Infine, il tema del nulla, del perdersi nelle tenebre, presente nelle visioni come “buio e tenebra” e presente nelle opere delle anoressiche con l’uso di colori freddi, di grigio in varie tonalità, in cui eteree figure femminili si inoltrano.
Spesso, questi temi sono presenti contemporaneamente nelle stesse opere, quasi a suggerire la dialettica fra buio e luce, ed a rappresentare il percorso dell’anoressica e della santa visionaria. Percorso che, pur nascendo da un contesto culturale e storico distante nel tempo, pare aver attraversato indenne i secoli per riemergere identico nell’epoca attuale, seppur con un nome diverso. Di questa identità, la produzione pittorica in Arte-Terapia è testimone attendibile e immediato.

BIBLIOGRAFIA
Merlin G., Vettori F., Un’Estetica Estatica. Persistenze visionarie dal misticismo storico femminile all’arte terapia, edizioni Cleup, Padova, 2007.
(ISBN 978-88-6129-079-2)

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Presentazione della Rubrica di Arteterapia

Maggio 20th, 2008 admin Posted in Arteterapia No Comments »

ARTETERAPIA

Rubrica sull’Arte come Terapia di AP Magazine

“Le parole sono il nostro mezzo preferito per procurarci l’assenso;
nulla ispira l’ortodossia e una concorde unanimità come una massima ben costruita.
Ma la nostra recente invenzione del linguaggio
non può seppellire totalmente un’eredità anteriore.
I primati sono animali visivi per eccellenza, e l’iconografia della persuasione
tocca nel nostro essere corde ancora più profonde che le parole.
Ogni demagogo, ogni umorista, ogni dirigente pubblicitario,
ha conosciuto e sfruttato il potere evocativo di una illustrazione ben scelta.”
(Stephen Jay Gould, La Vita Meravigliosa)
Presentazione della rubrica

Ho pensato lungamente alla possibilità di proporre alla redazione di AP Magazine di aprire una rubrica dedicata all’Arteterapia. Fra i molti dubbi, uno principale nasce dal particolare statuto di cui l’Arteterapia beneficia (o non beneficia) in Italia.
Nel nostro paese, che concentra un’ampia percentuale di opere d’arte e che ha cullato la vita creativa di numerosi artisti e movimenti, la cultura artistica non si è ancora appropriata di quegli spazi di cura alla persona che le appartengono da anni, e in qualche modo da millenni, in tutto il mondo. Viceversa, la cultura terapeutica e clinica non si è ancora appropriata dell’Arte in quanto forma di cura psichica e sociale, come avviene dagli anni ‘20 del Novecento nei paesi anglosassoni e in Francia. 

Certamente sono presenti laboratori, attività e anche luoghi di formazione che usano il termine “Arteterapia” per definirsi, e molti operatori dell’arte o dei servizi che si occupano di psicologia clinica usano il termine “arteterapeuta” per raccontare la propria attività ed il proprio status professionale. Tuttavia, siamo ben lontani dal considerare l’Arteterapia come una attività clinica autonoma e separata da altri percorsi di cura (fra tutti, quelli della psicoterapia e della riabilitazione), o l’Arteterapeuta come un professionista con un proprio ruolo autonomo ed un percorso di studi ben definito, come avviene negli Stati Uniti e nel Regno Unito.
La filiazione che, dall’incontro fra cultura artistica e cultura clinica, ha generato in altri paesi una cultura arteterapeutica autonoma e distinta, oggi in Italia è solo parziale ed esita nell’universo frammentato di artisti e operatori sociali e sanitari che lavorano con metodologie fra le più varie, attribuendo un valore arteterapeutico laddove sarebbe più adatto dichiarare un intento prettamente artistico, con accidentali ricadute terapeutiche, oppure un intento terapeutico perseguito anche attraverso l’applicazione strumentale di tecniche vagamente artistiche o “creative”.

A far da contorno a questa filiazione ancora incompleta, la scarsità di opere scientifiche sull’Arteterapia tradotte in italiano, l’assenza di un riconoscimento giuridico in quanto attività terapeutica e sanitaria e di percorsi formativi universitari (o anche soltanto di insegnamenti universitari, se non in rare eccezioni). Tutto questo comporta per chi voglia operare come Arteterapeuta di lavorare in una cornice giuridica e professionale incerta, e di raccogliere la propria necessaria formazione fra i pezzi di Arteterapia sparsi fra l’Arte e la Clinica.
Non fanno eccezione le scuole private di formazione all’Arteterapia, che mi pare combattano fra l’incudine della qualità formativa e il martello della sussistenza economica, e spesso debbono giungere a compromessi nell’ammissione di allievi di varia estrazione, pur appassionati ma troppo spesso mancanti delle basi dell’una oppure dell’altra materia, non acquisibili in tre anni di formazione. Ma non fanno eccezione nemmeno i servizi sanitari e sociali, affidando la gestione dei laboratori ad operatori egualmente appassionati ma altrettanto inesperti, in questo caso nell’una e anche nell’altra materia.

Ne risultano gli ibridi più assurdi: laboratori “arteterapeutici” di pittura su ceramica per il mercatino rionale o la pesca di beneficenza, con le chiesette da dipingere in serie su sfondo bucolico, così da colludere con l’impoverimento psichico di alcuni pazienti. Oppure gli orridi autoritratti in carta e feltro colorato, tutti uguali e tutti ugualmente costrittivi per gli utenti, i quali spesso trovano nella rappresentazione dell’immagine di sé una tensione, piuttosto che un sollievo. O ancora il “gruppo-ricamo” delle residenze assistite, in cui anziane signore con alle spalle ottant’anni di attività merlettiera si trovano ad annuire con paziente deferenza all’assistente sanitaria di turno, fissata con le attività “creative”. Infine le fotografie degli utenti ritoccate (o meglio: scarabocchiate) a pennarello ed esposte senza pudore e senza attribuzioni di senso alcuno in mostre organizzate dai vari assessorati socio-sanitari, come a non saper bene se tale spazzatura appartenga all’arte, alla malattia, al Servizio Sanitario Nazionale,  alle Persone che l’hanno prodotta, o alla guida incerta degli operatori.
Su tutto, la mancanza di riconoscimento del desiderio, della creatività e della libertà del paziente. È invece tale riconoscimento l’obiettivo che a mio avviso unifica le diverse declinazioni del razionale dell’Arteterapia, ed è questo che credo debba emergere da un collage di contributi sull’Arteterapia, come spero diventi questa nuova rubrica.
Ma è inutile dilungarsi: gli Arteterapeuti sanno bene di cosa parlo e l’intento è proprio quello di presentare l’Arteterapia a beneficio di chi non ne sa molto, per aiutarci a distinguere e ad individuare le strade da percorrere.

A fronte di tutto ciò che ho osservato in questi anni di conduzione di attività, che mi pregio di definire Arteterapeutiche se non altro per la mia lunga, sofferta e gioiosa doppia formazione, ritengo che si possa aprire questa rubrica con alcune direttrici di base.

La rubrica e le linee redazionali per pubblicare

La rubrica accoglierà lavori inviati da professionisti che praticano l’Arteterapia in Italia o all’estero, e che possono garantire una formazione artistica e psicologico-clinica o riabilitativa. Per mantenere un livello di qualità ed utilità, abbiamo ritenuto di riservare la pubblicazione soltanto a chi opera effettivamente nel campo dell’Arteterapia, confrontandosi con le gioie e i dolori della clinica e delle istituzioni sanitarie ed educative.

Mi occuperò di gestire i contributi insieme ai colleghi della redazione di AP Magazine, e di contribuire io stesso ad arricchire il materiale presente, nella speranza di non essere il solo psicologo che pratica l’Arteterapia ad avere interesse a confrontare idee e attività.

Chi può pubblicare?

Accettare l’articolo di un autore significa in qualche misura accettarne lo status di esperto, o di professionista operante in una attività clinica.
La posizione di Altrapsicologia, di cui AP magazine constituisce la sezione culturale, è da sempre di tutela dello psicologo e dello psicoterapeuta quale professionista a cui in Italia spetta l’esercizio, in qualunque forma, di attività di psicoterapia e riabilitazione psicologica.
La figura di Arteterapeuta in Italia non ha alcuno status giuridico, e non è riconducibile ad alcun albo riconosciuto. L’unica forma di reale tutela dell’utente che partecipa ad attività di Arteterapia è quella di essere curato da un professionista abilitato a svolgere attività psicologica o psicoterapeutica.
La situazione nei paesi anglosassoni è diversa: l’arteterapeuta è un professionista con un proprio status autonomo rispetto allo psicologo e allo psicoterapeuta, i quali non possono esercitare l’Arteterapia senza un titolo specifico.

Per districarci da questa complessa situazione, frutto di una scarsa diffusione dell’Arteterapia nel nostro paese, adotteremo i seguenti criteri:

  • Potranno pubblicare senza alcuna difficoltà gli iscritti alla BAAT (British Association of Art Therapist) e all’AATA (American Art Therapy Association), in quanto organizzazioni internazionali alla cui iscrizione si accede per conseguimento di titolo universitari in Arteterapia.
  • La richiesta di pubblicazione di articoli inviati da professionisti diplomati in scuole private italiane, alcune delle quali garantiscono ottimi standard formativi, è altrettanto gradita ma soggetta alla dimostrazione di svolgere effettivamente attività professionale, e di avere una formazione certificata in psicologia o psicoterapia.
  • Potranno inoltre pubblicare i professionisti non diplomati in Arteterapia che, per conoscenza personale della redazione o per dimostrabili competenze in campo artistico e clinico, e poi specificamente arteterapeutico, garantiscano un contributo significativo.
  • Potranno infine pubblicare collettivamente i gruppi di lavoro riconducibili alle scuole private di Arteterapia che rispettino gli standard minimi previsti dall’AATA o dalla BAAT per la formazione degli Arteterapeuti.
  • Gli artisti senza formazione clinica potranno pubblicare soltanto contributi relativi alle arti, senza implicazioni cliniche.

Le competenze artistiche non debbono essere necessariamente riconducibili a percorsi accademici, ma riguardano la conoscenza approfondita di una o più Arti, prima altrui e poi propria, esercitata e arricchita negli anni da conoscenze storiche, antropologiche e iconografiche e da effettive capacità tecniche.
Le competenze cliniche, facendo riferimento ad una specifica normativa relativa all’esercizio delle attività sanitarie, dovranno invece essere certificate da idonei percorsi accademici e professionali. Saranno preferiti, per ragioni di contesto e di cultura professionale, i professionisti con formazione in Psicologia, in Psicoterapia e in Psichiatria.

Formato di pubblicazione

Gli articoli dovranno essere chiari, scritti in buon italiano o in inglese, ed eventualmente accompagnati da una traduzione in altra lingua.
Dovranno avere lunghezza non superiore a circa quattro cartelle Word, interlinea singola e carattere Arial 12, anche se alla quantità eccessiva si può ovviare con una qualità altrettanto eccessiva.

Saranno accettati con piacere lavori di qualunque tipo, dalle trattazioni teoriche alla presentazione di casi clinici ed esperienze istituzionali, con l’indicazione che ogni lavoro deve contenere un’idea di senso generale sulla Clinica, sull’Arte o sull’Arteterapia, e non un mero resoconto di fatti, di cui tutti i lettori sono già abbondantemente forniti nel loro vivere quotidiano a contatto con l’evidence based medicine & psychology.

Uno spunto iniziale per parlare dell’Arteterapia

Sono diversi gli interrogativi che accompagnano l’uso dell’arte, e della pittura in particolare, nella terapia dei disturbi psicologici e psichiatrici. Perché introdurre l’arte nel processo psicoterapeutico? Con quale funzione? E con quali obiettivi? L’uso dell’arte può essere  efficace nel perseguire la cura? E in che modo?
Non sono certamente questioni semplici. Cercare delle risposte, seppur necessariamente parziali, aiuta a non incorrere nel rischio di praticare una forma di terapia sulla base di presupposti ingenui o sconosciuti. Questa rubrica nasce come spazio di confronto e di informazione, da un interesse scientifico ed artistico personale, ma anche dall’esigenza tecnica ed etica di approfondire criticamente e collettivamente i presupposti del lavoro clinico con il metodo dell’Arteterapia.

L’Arte è un’attività che l’uomo pratica fin dalla sua origine, e in ogni gruppo sociale in cui si è costituito; alcuni articoli potranno essere dedicati ad approfondire questo argomento, nell’ipotesi che la funzione ed il significato dell’arte nella storia e nelle diverse culture umane costituiscano una cornice epistemologica ed antropologica per l’Arteterapia.
Il rapporto fra arte e psicopatologia, e l’uso clinico dell’Arte, sono altri argomenti interessanti. Un filone di studi percorso fin dalla fine dell’800 riguarda la semeiotica dell’arte, ovvero lo studio dei segni grafici che indicano la presenza di psicopatologia; un tema, questo, sempre affascinante e ricco di possibili spunti per una analisi del materiale che l’Arteterapeuta si trova, per forza di cose, ad accumulare nel corso degli anni.
Un lavoro sull’arteterapia può avvalersi della presentazione di opere realizzate durante la terapia. L’invito è ad arricchire i lavori con immagini.

Federico Zanon
Psicologo Psicoterapeuta
Arteterapeuta presso:
“La casa Rossa”, centro diurno per la riabilitazione delle disabilità
“Dicembre ‘79”, centro diurno per le dipendenze patologiche
Centro di Salute Mentale 3, Padova
E-Mail: studio@psicologiaclinica.eu  
 
 

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