Editoriale

Novembre 23rd, 2008 admin Posted in Editoriali No Comments »

di Federico Zanon

Con questo primo editoriale, comincio ufficialmente la coordinazione di AP Magazine. Non c’è molto da dire: Luigi D’Elia, che ha diretto la rivista dalla sua creazione fino ad oggi, mi ha lasciato in consegna uno spazio che ha ormai una ricchezza e una chiara connotazione all’interno dell’attività di Altrapsicologia e nel panorama delle riviste on-line di psicologia in Italia.

La ricchezza è nel gruppo redazionale, negli oltre 100 articoli presenti sul sito, nelle rubriche che coprono campi importanti del sapere psicologico. Ma è anche nei 35.000 lettori, per la maggior parte psicologi, che leggono gli articoli di AP magazine e sono iscritti alla nostra newsletter.

E la chiara connotazione è nel carattere della rivista: on-line e non cartacea, per avere facile e veloce accesso a tutto il materiale pubblicato; con articoli brevi, di taglio divulgativo ma rigoroso, corredati generalmente da rimandi bibliografici che consentono di approfondire i settori di interesse; ma soprattutto, una rivista open, totalmente gratuita, governata dal copyleft, come poche altre riviste specialistiche in psicologia.

Una rivista, infine, strettamente connessa con la professione e con l’applicazione. I collaboratori sono psicologi professionisti, che della psicologia hanno fatto il loro mestiere e che ci regalano, è davvero il caso di dirlo, conoscenze provenienti dal campo operativo.

Il mio augurio e il mio impegno è quello di proseguire il lavoro iniziato da Luigi e dai collaboratori, contribuendo a migliorare la rivista in termini di qualità e quantità dei contributi pubblicati, e mantenendo lo spirito open con cui questa impresa collettiva è iniziata.

AddThis Social Bookmark Button

A proposito di spendibilità delle competenze dello psicologo

Giugno 8th, 2008 admin Posted in Editoriali, Speciale "Le competenze dello psicologo" 5 Comments »

LE COMPETENZE DELLO PSICOLOGO

Indice

In questo Speciale:

q       La competenza della Diagnosi Psicologica di Piero Porcelli

q       Il Burn Out in RSA breve saggio di Elisa Ragagliolo

q       Gruppi di Genitori: Epistemologia e Metodo di Fiora Pezzoli e Nadia Tagliaferri

q       Gli Psicologi e la 180. Un profilo di competenze di Luigi D’Elia e Felice Torricelli

q       Arteterapia e disabilità di Federico Zanon

q       Lo Psicologo nelle Residenze per Anziani di Umberto Lamberti

q       La Psicologia dell’Emergenza di Alberta Volpe

q       Il ruolo dello Psicologo nella Pet-therapy di Caterina Di Michele

q       Terapia Multisistemica in acqua e autismo di G. Caputo, G. Ippolito, P. Maietta

q       Lo psicologo e gli audiovisivi di Stefano Paolillo

 

EDITORIALE

A proposito di spendibilità delle competenze dello psicologo
Luigi D’Elia
Il nuovo Speciale di AP-Magazine, giunto al suo terzo numero, affronta un nodo per tutta la nostra comunità professionale, quello della spendibilità sociale delle nostre variegatissime competenze.
I contributi qui contenuti trattano ovviamente solo una minima parte di quanto la nostra professione può mettere in campo, uno spaccato indicativo. Abbiamo voluto/potuto presentare solo una piccola parte della nostra versatilità in aree di attività note e meno note, ed il lettore può osservare, scorrendo l’indice del numero, quanto ampio possa essere il potenziale range di azione di uno psicologo sia sui territori più tradizionali (diagnosi), sia sulle aree di confine (arteterapia, pet-therapy, comunicazione, anziani, istituzioni di cura, gruppi, etc.).
Il punto relativo alle aree proprie e di confine delle competenze dello psicologo professionale è da sempre - da quando, cioè, esiste la professione - un punto irrisolto e mai affrontato con la necessaria determinazione scientifica e politica.
Le ultime vicende relative alla psicodiagnosi, alla sicurezza sul lavoro, alla psicologia scolastica (per citare solo le principali) hanno ancora una volta riproposto le solite, vecchie, lacune legislative e normative che in realtà corrispondono ad altrettanti vuoti culturali, e inadempienze politiche, purtroppo presenti da sempre dentro e fuori la nostra professione. Una sorta di vulnus originario che riemerge ogni qual volta a fronte di una pressante domanda sociale (di prevenzione, di cura, di benessere) gli psicologi si confrontano con ogni genere di concorrente, quasi sempre non altrettanto qualificato (e a volte francamente inqualificabile!), sulla medesima offerta di servizi.
Read the rest of this entry »

AddThis Social Bookmark Button

Il potere di certificare l’umano. Principi di natura e psicologi

Febbraio 12th, 2008 admin Posted in Editoriali No Comments »

Tra psicodiagnosi e terapie riparative: quali sono le regole del gioco. Riflessione sui temi caldi al centro degli attuali dibattiti.

Luigi D’Elia

Siamo reduci, noi psicologi, da un periodo di aspri dibattiti che hanno tenuto banco e che tuttora aleggiano nelle nostre discussioni, per nulla sopiti e per nulla ricomposti. Mi riferisco in particolare da un lato alla vexata quaestio con i medici sulla psicodiagnosi, intorno alla PdL sulla psicoterapia e dall’altro all’affaire “terapia riparativa” per gli omosessuali.

 

Per un motivo o per l’altro, noi di AltraPsicologia ci siamo trovati in prima fila e coinvolti su entrambi i fronti (non a caso), e dunque, mi è sembrato opportuno provare a tirare le fila dei “temi gruppali” di fondo ed accomunanti l’attuale clima culturale.

 

Lungi da me voler argomentare sui massimi sistemi, piuttosto qui, mi sembra, siano in gioco questioni basilari che definiscono spartiacque sostanziali tra l’essere o non essere psicologi. E magari essere altro e non saperlo… O, se vogliamo, essere meno, molto meno, che psicologi.

 

La mia idea è che, alla base di entrambe le questioni all’ordine del giorno - psicodiagnosi e riparazione dell’omosessualità (ma tante altre questioni sono in ballo nella società) - troviamo l’implicito, quasi mai esplicitato ed esplicitabile, del “principio di natura” (l’invarianza antropologica) con il quale delineiamo l’uomo e le sue attribuzioni, le sue dotazioni, e come queste stesse attribuzioni e dotazioni noi le determiniamo e le originiamo.

 

Non è questione da poco poter “certificare” circa la normalità o meno degli individui, circa la loro emendabilità, riparabilità, diagnosticabilità/prognosticabilità. Come si può facilmente immaginare, qui non è in gioco semplicemente (o non solo) il primato culturale di certe visioni del mondo su altre, ma stiamo parlando di flussi economici consistenti che possono essere direzionati da una parte o dall’altra a seconda di chi e di come li indirizza. Chi è nella posizione sociale di farlo, gestisce un potere enorme, non solo sulle coscienze, ma nella vita concreta di tutti noi. Mi riferisco ad esempio al potere di certificare una patologia ed una cura rimborsabile da un istituto assicurativo e dal sistema sanitario nazionale, una giustificazione per un’assenza da lavoro, una condizione di disturbo da dover curare farmacologicamente, una condizione di inappropriatezza da dover correggere con un intervento specialistico, ed infine il potere di orientare un bacino di utenza socialmente riconoscibile a richiedere certi interventi anziché altri, etc.

 

Gli ultimi decenni della nostra era hanno ampiamente dimostrato come i complessi sistemi di consenso sociale siano diventati campo di applicazione di procedimenti socio-economici di elevata raffinatezza ed efficacia e come anche la ricerca scientifica sia diventata in larga parte asservita alla logica del consenso di popolo e del mercato. Basta vedere, come esempio, a ciò che è accaduto nella seconda metà del secolo scorso tra le corporations del tabacco e i servizi sanitari dei grandi paesi occidentali: decine di anni di coperture e dubbi scientifici artatamente instillati circa l’effettiva dannosità del fumo. La ricerca sapeva da decine di anni ciò che il consenso popolare (fondato sulla dipendenza) e gli interessi economici trasversali impedivano di divulgare e rendere programma di salute pubblica, fino alla negazione della realtà. Ebbene, oggi sappiamo come questi fenomeni manipolativi si siano diffusi e raffinati nel tempo e come siano in dialettica con la nostra “normale” esistenza di uomini contemporanei.

 

Ma mentre nel caso di tabacco, nicotina e catrame, si parla di una “certezza” che viene occultata dai meccanismi economici e di consenso, nei casi qui citati della psicodiagnosi e della emendabilità dell’omosessualità ci troviamo di fronte al caso opposto e contrario, quello di “incertezze” scientifiche (o semplicemente delle falsità) che appaiono intollerabili dagli stessi meccanismi prima citati in quanto cozzano con interessi e poteri che vanno in una certa direzione di marcia.

 

Lo psicologo, quando è tale, è qualcuno che ama l’indagine e la verità (con la “v” minuscola e socratica della conoscenza) e non si ferma alle apparenze, e per questo passa come quello che cerca il classico pelo nell’uovo. Personaggio scomodo ed inattuale, lo psicologo, che non avalla che il criminale è cattivo, il tossico deviante, l’omosessuale pervertito, innaturale o infelice, lo psicotico folle, la famiglia patogena, la mamma cattiva, il papà abbandonico, i giovani bamboccioni, il bambino iperattivo. Tutte rappresentazioni sociali rassicuranti, seppure nel loro essere apparentemente inquietanti. Ma ciò che del manicheismo inquieta, allo stesso tempo acquieta e obnubila, come sanno bene gli psicologi (appunto!).

 

No, lo psicologo, quando è tale, non è affatto un personaggio rassicurante per nessuno, nemmeno per se stesso, egli per essere tale deve vedere tutte le facce ed i risvolti dei fenomeni e non compiacere nessuno. E questo nonostante egli viva in una realtà sociale nella quale è chiamato continuamente a “certificare” luoghi comuni.

 

Ma cosa distingue uno psicologo da altre figure sociali che come lui sono chiamati a fornire pareri ed intervenire nelle mille pieghe dei disagi sociali e personali?

 

Ad esempio:

 

Un medico può sempre appellarsi alla presunzione bio-genetica che gli fonda un principio di natura che gli fa affermare il tautologico: <<tutto è a base organica>>
Il DSM psichiatrico fonda un ambiguo pseudo-principio di natura sul criterio statistico
Un prete fonda il proprio principio di natura su presupposti teologici
Un economista o un imprenditore si richiama ad un neo-principio di natura chiamato consumo, sviluppo e progresso
 

Lo psicologo, quando è tale, ha invece sempre le scarpe infangate dai percorsi impervi ed incerti che batte: non da’ alcuna certezza su nessun principio di natura. Egli piuttosto ama l’indagine, abbiamo detto, lascia in sospeso, non fornisce risposte preconfezionate, non cade in semplificazioni tautologiche ed è addestrato ad avere una visione più sistemica dei fenomeni umani, è formato a domandarsi sempre quali criteri (concettuali ed operativi) utilizza e quali siano i suoi limiti, combatte ogni forma ideologica di pensiero, è sempre in posizione di apertura e di ascolto.

 

Come si può intuire, nessuno dei principi di natura prima citati ha a che vedere col pensiero scientifico e la conoscenza, in quanto nessuno di essi può ritenersi fondativo di un bel niente se non della propria autoreferenzialità culturale. Eppure è proprio a partire da queste idee fondative ed infondate che si determinano le politiche sociali, sanitarie, etc. e l’uso manipolatorio di tutte queste 4 carte assieme (talora sapientemente confuse e sovrapposte) sposta consenso e decisivi focus politico-sociali.

 

La scienza moderna ha il dovere di non scolpire nel bronzo alcunché circa la natura umana, bensì di usare una leggerissima punta di matita.

Sarebbe opportuno partire dalla lettura del testo “Della natura umana. Invariante biologico e potere politico”[1], che ci da un’idea di dove ci troviamo circa il dibattito sulle invarianti della nostra specie che possano fondare un discorso politico.

Si vedrà, leggendo questo libro, come sia delicato e pericoloso allo stesso tempo sbilanciarsi in assolutismi antropologici, e come sia necessario ponderare con la massima cautela ogni affermazione, in eterno bilico tra natura e cultura, tra naturalismo e storia, proponendo al massimo degli indicatori epistemologici piuttosto che sbrigativi colpi di spugna.

 

E tuttavia accade solitamente esattamente il contrario: la scienza (e la medicina è in prima linea proprio in quanto area epistemologicamente spuria e al contempo posizionata sul confine di vita e morte) è diventata impropriamente l’area del sapere socialmente delegata a definire la natura umana e le sue “linee-guida” e lo fa spesso in conflitto con il pensiero religioso; talora invece ci va a braccetto.

 

Le linee di saldatura o di frattura tra istituzioni scientifiche, politiche e religiose (tra bios e teo e polis) non sono però definite dai movimenti ideologici e culturali, piuttosto essi si modellano su emergenze/esigenze economico-politiche.

Ecco allora che denominarsi come psicologi credenti piuttosto che come psicologi che amano la cioccolata può diventare lungimirante operazione di marketing, invece che autentica professione di fede. Avviene dunque una sottile, ma profondissima, metacomunicazione di “branding” in cui si dice al potenziale cliente: <<ehi, in questo club la pensiamo così, qui trovi ascolto, la nostra visione del mondo è orientata dall’amore della cioccolata!>>.

Capite dunque come l’amore per la cioccolata nulla c’entri con il lavoro dello psicologo (se non come ambiguo e vaghissimo sfondo valoriale) e tuttavia diventi abile operazione di orientamento e selezione della clientela.

 

Prendiamo il caso della saldatura avvenuta tra principi statistici (DSM) e principi bio-genetici tale da estendere la semantica, tutta medica, dell’oggettivazione della malattia ai disturbi all’asse II dello stesso manuale diagnostico. A ben poco servono le specificazioni e i distinguo (l’asse II è sindromico e non sintomatico), ciò che passa a livello di rappresentazione sociale, ma anche nelle menti degli operatori del settore, è l’idea semplicistica che la personalità si ammala, esattamente come un organo del corpo e che se vai da un medico qualche tara ce l’hai di sicuro.

O prendiamo l’estensione del concetto di “riparazione” utilizzato in area psicoanalitica (posto che esso abbia mai avuto una qualche dignità scientifica) applicato all’orientamento sessuale: chi è in grado poi di fare il percorso a ritroso per ricostruire cornice, senso e significato di ciò che vuol dire “riparare” in psicoanalisi e come questo si è poi saldato e argomentato poi con l’orientamento omosessuale? Non molti, credo.

E quando tutto ciò avviene per psicologi e psichiatri che si dichiarano esplicitamente credenti e praticanti, quale significato assume tutto l’insieme se non quello di porre da un lato un apparentamento ambiguo tra domini del tutto differenti (scienza e fede), nonché il porre un’origine conoscitiva/ispirativa della pratica professionale al di fuori delle procedure scientifiche riconoscibili (nella teologia ad esempio, o nell’esoterismo) e comunque distanti dallo specifico di cui ci si occupa.

 

La sensazione del gioco delle 4 carte sui principi di natura applicati all’economia e alla politica, a cui facevo riferimento prima, è piuttosto forte.

 

Prendi un tema caldo ed emotivamente rilevante (disagio, vita, malattia, felicità)
accostagli ogni genere di incertezza epistemologica per negare e annacquare di fatto l’esistenza di ogni discorso epistemologico possibile,
dichiara una posizione identitariamente forte e riconoscibile (viva la salute e la responsabilità medica, viva la famiglia, viva l’anarchia, viva l’ordine, viva l’amore di Dio) ovviamente fondata su altrettanto riconoscibili e supposte invarianti (l’esattezza della scienza o della tal procedura, la presenza di Dio nella nostra vita, la selezione naturale del progresso e del successo)
rivitalizza improvvisamente il tuo morente e forse anche menagramo relativismo culturale
datti un nome evocativo che funzioni anche come brand…
 … e finalmente la tua credibilità sociale aumenterà ed al contempo il tuo potere di certificazione.

 

Nel recente caso della diagnosi per la psicoterapia abbiamo assistito ad un simile pastrocchio, ed anche in questo caso la conoscenza è stata ferita a morte da argomenti di roboante e confusionaria inconsistenza primo tra tutti quello della prevalenza di una tipologia diagnostica (quella svolta da un medico piuttosto che da uno psicologo) basata sull’appartenenza corporativa ed il ruolo nel servizio sanitario piuttosto che sulla competenza, sull’efficacia e la reale utilità.

Figuriamoci se un legislatore, un parlamentare della Repubblica, si preoccupa di andare a verificare l’esattezza scientifica di ciò che sottoscrive o che avalla… In genere si fida del tecnico di turno (in questo caso medico) che gli certifica (appunto) una presunta correttezza procedurale.

In realtà abbiamo assistito in questo caso al meraviglioso cortocircuito tra lobbismo controriformatore e protezionista della casta medica, demagogismo populista, rigurgiti manicomialisti, cultura medicalistica ed il suo linguaggio (infermità, malattia, etc.). Tutto ciò per un servizio, quale la psicoterapia, al quale accedono solitamente fasce di popolazione ampissime e dalle più svariate problematiche, che si sarebbero trovate d’emblée a subire diagnosi psichiatriche (del DSM-IV) esclusive ed obbligatorie, con i suoi principi di natura statistici e bio-genetici sottesi.

Un vero incubo orwelliano imbandito sottosilenzio e fatto passare come democrazia sanitaria!

 

Ecco allora tornare il gioco della 4 carte: il principio di natura rimane sullo sfondo (diremmo che rimane inconscio) a dare forma alle politiche più retrive e oscurantiste, saldandosi con interessi, cordate, alleanze delle più diverse e contingenti.

 

Ed allora, affermare “in positivo”, cioè in senso affermativo, circa la natura umana, a dispetto di ogni necessaria incertezza antropologica, scientifica e filosofica, è diventato allora lo sport preferito del bio-potere o del teo-potere. Per usare una metafora informatica, definire in un senso o nell’altro la natura umana e i suoi principi di natura è come lavorare sul “sistema operativo” che faccia poi girare i software adeguati agli interessi di turno. E come vediamo, non è tanto il prefisso bio o teo che conta, quanto piuttosto il suffisso “potere” e la sua mera gestione.

 

Tracciare, ad esempio, demarcazioni nette tra normalità e patologia, tra naturale e innaturale, è un modo classico di ridefinire la natura umana.

Come accaduto nel dibattito sulla diagnosi della legge sulla psicoterapia, lo psicologo non sembra avere potere affermativo, ma solo il potere di veto, cioè di mettersi sacrosantamente di traverso e dire: “no, questo[2] è riduttivo”.

 

Si, va bene, ma cosa non è riduttivo?

 

Non si creda, ingenuamente, che gli psicologi si possano sentire esonerati dall’occuparsi di biopolitica[3] e possano illudersi di mantenere la comoda posizione di veto all’infinito senza mai mettere le mani in pasta.

Occorre prendere posizione e parola, ed anche chiaramente!

Ha qualcosa da dire la psicologia in questi dibattiti? E come può arricchirli, ampliarli, sottrarli al semplicismo e alle furberie.

Può cioè la psicologia, sulla base dei propri presupposti scientifici e culturali, assumere una posizione non riduttiva, non opportunista, e allo stesso tempo autorevole nel ridefinire e riproblematizzare i confini angusti che corporations, assicuratori, sanitari, religiosi ed altri ancora, vogliono tracciare circa la natura umana ed i suoi principi di natura o presunte invarianti antropologiche?

Noi crediamo di si.

 

 

 

 

 

 

 

 

 
——————————————————————————–

[1] Della Natura Umana. Invariante biologico e potere politico (DeriveApprodi, 2005) dove e riportata la sbobinatura del confronto televisivo tra Noam Chomsky e Michel Foucault tenutosi ad Eindhoven nel 1971, e dei testi in appendice di Paolo Virno, Stefano Catucci , Diego Marconi.

[2] Avere un servizio di psicoterapia dello Stato che, per conto dei suoi funzionari del SSN, decide perché, come e quanto il cittadino debba vedersi erogare il servizio dello psicoterapeuta, avendo l’obbligo di una diagnosi di esclusiva competenza psichiatrica.

[3]  Psicologia e Biopolitica, Luigi D’Elia, pubblicato su AP-Magazine 2007, traccia alcune linee di riflessione sugli impliciti rappresentazionali riguardo gli attuali “tipi umani”.

AddThis Social Bookmark Button

Sulle tracce della “patologia fondativa” della psicologia italiana

Novembre 13th, 2007 admin Posted in Editoriali No Comments »

Luigi D’Elia

Prologo: un caso clinico

 

<<Caro dottore, lei mi ha chiesto la mia storia familiare, ma io ho davvero molte difficoltà a ricostruirla. Dei miei avi italiani ho perso le tracce, ho molti parenti stranieri, ma anche di costoro non ho grandi notizie e contatti.

La mia nascita è un vero mistero. So per certo che nessuno veramente voleva che io nascessi, sono nato indesiderato, almeno così immagino (altrimenti non riesco proprio a comprendere su quale patto o desiderio io sia stato concepito o forse… non voglio vederlo) e nel momento in cui mia madre era incinta, le famiglie dei miei genitori hanno dapprima fatto di tutto perché lei abortisse, e quando la gravidanza è andata avanti hanno posto una serie di condizioni e di vincoli mortificanti. Mio padre, poi, non s’è mai visto. Insomma, non sono stato affatto trattato alla pari dei miei fratelli. Quando sono poi nato, non le dico in quali condizioni impossibili sono cresciuto, la mia infanzia, un vero inferno, non esagero se le dico che per campare ho dovuto farmi schiavo della mia famiglia, come se fossi un figlio bastardo. Ho sentito odio, diffidenza, disprezzo da parte di tutti ed io stesso ne ho provato verso loro, ma anche (e forse soprattutto) verso me stesso, e per andare avanti mi sono dovuto adattare a fare qualunque cosa.

Si, dottore, la vergogna è il sentimento che provo più di ogni altro, ma anche rancore e risentimento, come potrà comprendere… non è bello sentirsi un intruso nella propria famiglia, non è bello sentirsi indesiderati e poi inibiti in ogni iniziativa e movimento, si finisce per ripiegarsi nella propria miseria.

Se lei poi mi chiede perché tutto questo, io non ho risposte>>.

 

Lascio ai molti colleghi che mi leggono, il piacere feticistico di sbizzarrirsi in ipotesi diagnostiche/prognostiche per questo povero paziente di cui vi riporto una breve vignetta clinica di una sua significativa autonarrazione.

Da questo fugace racconto, avrete certamente percepito la gravità, le difficoltà esistenziali del poveretto, e questo è sufficiente per comprenderne il dolore e la miseria in cui versa costui ed il suo bisogno di un lungo percorso di emancipazione personale. Non mi soffermo sui sintomi, che sono svariati e invalidanti, e che coprono molteplici “spettri fenomenologico-diagnostici”, ma anche qui: fate un po’ voi…

 

************

 

1. L’irrilevanza politica e l’autofagia

 

Gli sviluppi dell’ultimo anno in materia legislativa inducono a riflessioni più ampie sullo stato di salute della nostra professione. In particolare, il fenomeno AltraPsicologia la sua opera di positiva disarticolazione degli equilibri solidificati e la parte da essa giocata nella stesura della recente Legge sull’accesso alla psicoterapia (mi riferisco al fatto che uno sparuto gruppo di colleghi, ma in compenso molto soggettivizzato, riesca con successo e con mezzi propri a contribuire alla stesura di in una legge importante per gli psicologi). Inoltre, fa pensare anche la recente scoperta che il Parlamento italiano sia zeppo di proposte e disegni di legge che riguardano molto da vicino la nostra professionalità in ogni sua area, seppure questi stessi PdL e DdL giacciano, spesso non assegnati, nei meandri di Camera e Senato senza la necessaria spinta politico-culturale. Ecco dunque, partendo da questi due semplici fatti, per certi versi clamorosi, e che indicano chiaramente che tutto è ancora possibile, posso articolare ulteriori riflessioni su di noi psicologi.

 

Ulteriori riflessioni che si muovono a loro volta da altre due constatazioni relative a precipue condizioni della nostra comunità professionale che potremmo definire strutturali (cioè presenti da sempre, originarie) e “patologiche” (cioè motivo di svariate sofferenze per la gran parte dei professionisti):

1.    la prima condizione riguarda la debolezza e l’irrilevanza politico-sociale della categoria nelle politiche di sviluppo della stessa ed in termini d’incisività;

2.    la seconda condizione riguarda la prevalente cultura parassitaria che connota al proprio interno la nostra comunità professionale.

 

Queste due condizioni sono in qualche modo interconnesse in quanto una mancata espansione e sviluppo della psicologia verso la società produce conseguentemente un ripiegamento del mercato del lavoro al proprio interno in forme autofagiche: crescono gli iscritti alle facoltà, crescono gli iscritti all’Albo e gli allievi delle scuole, poco importa che fine facciano, l’importante è che paghino profumatamente la loro lunga formazione.

Chi entra in questo sistema impara prestissimo che l’unico modo per fare carriera, vista l’immane fatica ad accreditarsi presso un’utenza che riconosca la nostra funzione sociale, è quello di accreditarsi come formatore, presso altri colleghi, in genere più giovani.

 

Da queste osservazioni ne consegue che una professione fattivamente presente nel tessuto sociale e riconosciuta come tale da tutti verosimilmente non necessiterebbe di un collassamento delle proprie attività al proprio interno. 

Ne consegue però anche che al fine del mantenimento delle condizioni patologiche di autosfruttamento (che evidentemente convengono a pochi) risulti necessario mantenere, gattopardianamente, molto basso il profilo della professione sul versante politico-sociale, in una circolarità viziosa facilmente intuibile da tutti.

 

Esercizio retorico dunque domandarsi come mai una categoria in netta crescita numerica (attualmente sono circa 60.000 gli iscritti all’Albo, nell’arco di 5 arriveremo a 100.000) riscuota da sempre un così scarso consenso, abbia un così basso peso socio-politico, sia così poco interessante per le agenzie sociali ed economiche, sia così debole nelle contrattazioni, sia sempre più evanescente ed ininfluente nei servizi pubblici (gli psicologi sanitari sono una specie in via di estinzione a guardare le politiche che si fanno nei servizi pubblici), sia così precarizzata nelle nuove generazioni, sia così poco tutelata e tutelabile, e così via.

 

Ciò che esorbita dalle più comuni analisi di sapore sociologico - e che dunque non ci accontentano - e che vedono questo come fenomeno diffuso in tutte le professioni è proprio il fenomeno del disinteresse e della debolezza strutturale della nostra professione presso la società civile e presso le istanze politico-sociali. Degli psicologi e della psicologia, fuor da metafora e in una terminologia icastica ma efficace, in definitiva non frega granché a nessuno. Nonostante la mole di proposte di leggi in ferme Parlamento.

 

Chi si affaccia nelle nostre faccende politico-professionali scopre immediatamente questa amara verità e noi stessi ne abbiamo fatto esperienza

Un’economia autoreferenziale, dunque, che rimanda ad una libido autoreferenziale, ad una ricerca autoreferenziale, ad una cultura autoreferenziale. Una presa per i fondelli in grande stile, tanto per non fare troppi giri di parole.

 

2. Lo scellerato patto fondativo della 56/89: <<non alzate la testa!>>
 

La mia ipotesi di fondo è che questo fenomeno (l’inconsistenza ed irrilevanza politico-sociale, intendo) non sia (solo) il prodotto di una pressoché totale mancanza di un pensiero politico e di sviluppo della categoria da parte dei nostri governanti interni, divenuti nel tempo casta burocratica, inutile e privilegiata, sacca di potere autogenerata ed autogemmata, ma anche e forse soprattutto di un “vizio iniziale” dovuto ad uno scellerato patto fondativo, consumato proprio in sede di istituzione della professione stessa.

Tale patto fondativo implicava, circa 20 anni fa, grosso modo il seguente assunto e mandato: Tu, figliolo, nascerai senza un vero nome e cognome e senza un precedente e compiuto pensiero di concepimento.

 

Vado allora ad osservare, seppure a grandi linee, la storia della nascita della professione.

 

Quando 18 anni fa il Parlamento Italiano licenzia l’agognata legge 56/89 per la Professione dello Psicologo e contestualmente dello Psicoterapeuta, già si poteva immaginare che questa povera creatura nascesse con qualche tara congenita e forse non avrebbe vissuto a lungo: nessuna esclusiva, tranne i test psicologici, ed il massimo della genericità. Alla psicologia e agli psicologi spetta palesemente una legge monca e vuota. Come mai?

La gran parte dei colleghi ai quali comunico la mia insoddisfazione sul risultato ottenuto dalla contrattazione che portò alla 56/89 e questo disagio relativo alla deludente parzialità della nostra legge istitutiva, in genere mi risponde grosso modo così: “per carità, non tocchiamo la legge, ci abbiamo messo tanto tempo, meglio una legge così-così che nessuna legge o una revisione che potrebbe portarci degli svantaggi”.

Se ne ricava l’idea che noi psicologi ci sentiamo già molto fortunati ad esistere e ad aver ottenuto una legge che istituisca la nostra nascita. Ma dietro questo atteggiamento non vi si riscontra certo una francescana letizia, bensì solo la prospettiva misera di chi è abituato ad avere da sempre ben poche aspirazioni e speranze, di chi è abituato insomma a vivacchiare. Ad i miseri, dunque, misere aspirazioni. Ecco il refrain di scuderia.

 

Non molti colleghi sanno che il travagliato percorso che condusse all’epoca alla formulazione della legge è il risultato di una lunga trattativa con molti soggetti politici in causa: le forze politiche partitiche, l’ordine dei medici, le istituzioni psicoanalitiche, gli stessi nascituri psicologi, divisi tra di loro (come al solito).

La mediazione fu laboriosa tra chi non intendeva dare corso al concepimento e alla nascita di questo nuovo soggetto ritenendolo o probabilmente inutile o pericolosamente concorrente, o entrambe le cose. Al esempio, psicoanalisti, medici, fascistoidi e cattocomunismi erano apertamente contrari alla nostra nascita

 

La cultura italiana pagava lo scotto del ventennio fascista (quello ufficiale, 1922-43), ma anche un ulteriore quarantennio di cattocomunismo, entrambi orientamenti politico-culturali che per motivi diversi non sentivano alcun bisogno di questa disciplina (e della professione ad essa connessa) portatrice di inutili dubbi e di pericolosi sospetti. Cosa mai avrebbe potuto aggiungere “lo psicologo” alle figure e funzioni sociali consolidate, riconoscibili ed affidabili del medico e del prete? Si pagava, in poche parole, la totale mancanza di laicità ed il provincialismo della cultura italiana, il suo atavico assoggettamento.

 

La convergenza che condusse al risultato finale della 56/89 non fu perciò semplice e si pervenne ad un compromesso per il quale la nuova “creatura” per poter finalmente nascere doveva sottostare a molte condizioni mortificanti: nessuna riserva professionale, quindi nessun atto tipico che ne caratterizzasse lo specifico, tutto rimaneva nel vago e soprattutto tutto doveva essere gestito in condominio con chiunque: consulenza, sostegno, riabilitazione, diagnosi, niente di sufficientemente definito e circoscritto. Al contrario tutto volutamente ambiguo e limaccioso. Una nascita in semilibertà vigilata, insomma. Basti pensare all’attualissima e nefasta ambiguità della funzione di counselling per comprendere, con un solo esempio, cosa stiamo ancora pagando (e pagheremo sempre più) a seguito della nostra cara legge 56/89. O basti pensare all’attualissimo tentativo in corso da parte dei medici di accreditarsi la diagnosi psicopatologica come esclusivo “atto medico” ed escluderci per sempre dalla possibilità di fare diagnosi in psicologia.

 

Non solo, conditio sine qua non fu proprio il famigerato articolo 3, che regolamenta la psicoterapia in condominio con i medici. Giusta regolamentazione, si dirà, dal momento che la psicoterapia è da sempre territorio anche della cultura medica, ed è competenza articolata e trasversale, peccato che per la formazione a questa nuova figura si sia prevista una formazione ad hoc – solo privata e a pagamento ovviamente (e qui si svela la natura dell’accordo) -  solo per gli psicologi e non per i medici per i quali si ritenne molto opportunamente (per loro, s’intende) che la specialità psichiatrica fosse sufficiente a produrre psicoterapeuti belli e formati.

Inutile dire che ogni persona di buon senso e ben informata sa che questa regolamentazione non ha alcuna base scientifica, né alcuna evidenza, beninteso, per chi conosce la gran parte delle attuali specialità in psichiatria, ma solo economicistica, e che uno specializzato in psichiatria troppo spesso non ha un’adeguata formazione psicoterapeutica (lasciamo da parte qui il tema la reale capacità formativa della gran parte delle scuole private e pubbliche di psicoterapia, che aprirebbe una parentesi troppo ampia).

Dunque un compromesso inaccettabile che prefigurava fin dall’inizio la subordinazione di una categoria rispetto ad un’altra per la medesima funzione pubblica.

 

Ma è solo l’inizio.

 

3. Una professione disegnata male
 

Occorre soprattutto aggiungere che questa stessa legge non delinea minimamente tutte le altre ed innumerevoli potenzialità della professione dello psicologo, ed anche questo taglio (diremmo scotoma), posto esattamente in fase fondativa, continua a produrre evidenti conseguenze disgraziate sulle nuove generazioni di psicologi.

La sanitarizzazione della professione di psicologo è stata in Italia originaria ed esclusiva, andava bene per chi cercava spazio nei servizi pubblici, e coloro che l’hanno voluta così concepire hanno fatto calcoli inesatti (per tutti gli altri a seguire) e comunque drammaticamente parziali, tagliando via ogni possibile sviluppo non-sanitario (bensì sociale o socio-sanitario) della professione, e scegliendo di collocare la professione sotto il protettivo e più ricco ombrellone/carrozzone sanitario dove gli evidenti vantaggi a breve termine di natura istituzionale e sociale si elidevano con quelli a medio e lungo termine e dove rimaneva incompleta ed inevasa la costruzione di una tipicizzazione professionale, che si colloca invece a latere, o al limite a complemento del servizio sanitario.

 

Dentro e fuori il servizio sanitario, era troppo concepire la professione in tal modo, prevedendo concretamente ruoli e funzioni dello psicologo nei servizi sociali, nelle maglie dell’organizzazione sociale e del lavoro? Evidentemente si, per i nostri fondatori, dal momento in cui s’è voluto assicurare ai futuri sanitari coperture e privilegi (con tanto di sindacato, finanziato dallo Stato e con tanto di burocrazia annessa e pagata), e s’è voluto di converso lasciare all’iniziativa privata negli anni successivi, ma in definitiva sine die, la vera costruzione della multiforme professionalità dello psicologo. Come a dire: cazzi vostri!

O dobbiamo invece supporre che i nostri fondatori fossero semplicemente ignari, ignoranti e/o miopi? Cosa che non li assolverebbe certo dalle loro responsabilità, ma ne disegnerebbe un profilo semplicemente basso.

O forse essi erano già troppo deboli, e non solo politicamente, per poter osare di fantasticare e progettare una professione realmente moderna e fattiva?

Di certo, nel disegnare la professionalità dello psicologo come prevalentemente sanitarizzata da parte dei nostri fondatori s’intravede già da questo momento fondativo la spiccata tendenza dei nostri politici-professionali - che si evidenzierà sempre più nel prosieguo delle faccende politiche - al più cinico “si salvi chi può”: coloro che dovrebbero rappresentare la comunità professionale in realtà non solo non ne hanno affatto una rappresentazione interna (giusto per usare per un momento un concetto psicologico), e quindi sono i primi che non se ne sentono parte, ma utilizzano il loro potere contrattuale del momento per gli esclusivi interessi di parte, se non personali e familistici. Ed è anche certo che chiunque tratti con psicologi a livello politico locale e nazionale conosce molto bene questa labilità di appartenenza, questa facile “corruttibilità” e questa ricattabilità dei nostri esponenti.

Deve ancora nascere un politico della professione, a livello di ordini, università o altro, che tenga a mente l’intera comunità e ne faccia, con il necessario orgoglio e con la necessaria combattività, i reali interessi?

 

Il mandato era dunque: oh psicologia, ti si concede di nascere, ma non devi alzare la testa, non puoi disturbare, non puoi crescere nella pienezza della tue possibilità (anzi, non puoi nemmeno conoscerle le tue possibilità), e visto che nasci contro il nostro parere, intanto comincia a pagare a titolo di risarcimento, e poi si vedrà.

 

Il mitologema di Cenerentola ci fa un baffo e sembra proprio essere stato inventato da uno psicologo! Si, ma con la differenza che questa Cenerentola-psicologa non è quel personaggio mite e malinconico che sublima il feroce risentimento verso matrigna e sorellastre combinando loro la peggiore delle vendette ed indulgendo poi in un ipocrita perdono, ma s’è piuttosto presto trasformata in una vera mignottella, resa immediatamente cinica dagli andazzi generali (in questo senso fa un po’ pena), pronta a darla a chiunque le prometta un giro di danza nel palazzo di turno. Altro che “i sogni son desideri”!

A noi, nell’una e nell’altra versione, questa Cenerentola ci disgusta!

 

Gli psicologi che si occupano di famiglie e di fenomeni transgenerazionali sanno bene che questi figli, nati senza un precedente e compiuto pensiero e desiderio di concepimento, seppure solo inconscio, hanno vita dura e a volte impossibile per via di pesanti od incerti mandati transgenerazionali. Essi cioè finiscono per disbrigare pratiche inevase, discorsi interrotti delle precedenti generazioni. Ed a volte queste pratiche e questi discorsi sono indigeribili ed inaccettabili per qualunque vita.

D’accordo, mi si dirà, quale figlio non svolge, volente o nolente, questo compito ingrato ed obbligatorio? Si, ma qui, in questo caso (clinico), ci troviamo di fronte a livelli di ambivalenza e di pasticcio elevatissimi. Non ci troviamo di fronte al romanzetto borghese, non si tratta cioè della mamma rimasta incinta, piena di vergogna per il frettoloso matrimonio riparatore, che poi accetta il proprio figlio (salvo poi trasmettergli il proprio disagio), no, qui siamo di fronte ad una finzione ed ad una negazione all’atto della nascita che fa pensare più ad un abbandono/non-riconoscimento alla nascita del figlio piuttosto che ad altro. È il figlio stesso che deve in qualche modo riparare alla sua nascita! La sua nascita cela un innominabile segreto di famiglia di cui egli stesso è muto forziere e sintomatica espressione.

 

Torniamo allora per un attimo al triste caso clinico citato all’inizio di questo lavoro.

Chi pensa, come me, che la mente sia estesa nello spazio sociale e nel tempo storico, sia dunque il prodotto di un campo sociale e storico ampio e articolato, anziché incapsulata, come spesso insegnano, nei circuiti neurologici o modulari e negli inconsci individuali prosciugati di senso e vagolanti nel vacuum di contesti culturali e politici, pensa anche che la realtà concreta ed immanente di ogni collega alle prese con la sua professione sia pesantemente informata precisamente da questo scenario d’incertezza, di vaghezza, di ignoranza, di disinvestimento attivo (mi si scusi l’ossimoro), e di converso di necessità di ancoramento a certezze, pseudo-identità posticce, di bisogno di conferma del proprio ruolo sociale, del proprio posto nel mondo in quanto professionisti, e così via. Un’ossessione identitaria che produce mostruosità, quella che ne consegue.

Quel povero caso clinico s’aggrappa come può ad una storia transgenerazionale che in realtà gli manca, sia realmente (non essendoci connessioni con campi storici autoctoni, pur esistenti), sia perché la ignora (essendo la psicologia moderna il punto d’arrivo di molte matrici culturali, anche politiche, di cui si perdono spesso le tracce) e che gli rimanda di continuo un’immagine depauperata di sé, mortificante, inutile.

Il vuoto di senso che risulta da tale vuoto storico ci dice del suo affanno, dei suoi innumerevoli sintomi e tratti disfunzionali, ma anche del suo desiderio di avere una casa, di sentirsi utile e riconosciuto/riconoscente da/per qualcuno.

 

E le Accademie, mi si dirà, che ruolo hanno in questo sfacelo?

Mah, non so, non dubito che vi sia qualcuno che si ponga il problema dell’identità e della rilevanza della professione, ma considerando che tra i docenti ci sono molti esuberi di cattedre di medicina e altre facoltà, considerando il livello medio di coscienza politica, considerando che il mondo accademico vive in una realtà economico-politica in parte parallela ed in parte sovrapposta a quella delle scuole private, non nutrirei allo stato attuale dei fatti molte speranza di riscatto in questi ambienti. Basta poi vedere con quale inconsistente formazione pratica e con quale gigantesco disorientamento vengono fuori nella gran parte dei casi i nostri neo-laureati che possiamo capire bene e risalire a quali siano le vere politiche delle nostre care facoltà di psicologia.

 

4. Lo scenario cambia rapidamente: cronaca di un disastro annunciato

 

Ma torniamo alla storia della professione.

 

All’epoca della legge e poco dopo, gli psicologi italiani sono davvero pochi, circa 10.000 in tutta Italia (contro i 60.000 di oggi ed i 100.000 tra pochi anni), di cui solo circa una metà lavorano effettivamente come psicologi talora entrando per vie traverse nei nuovi e vecchi servizi socio-sanitari. Questa generazione intraprende con successo, da brava creatura handicappata e desiderosa di vivere, un’estenuante lotta per la sopravvivenza e per l’affermazione, legandosi in maniera più o meno ancillare alle tradizioni locali di cura e assistita, in un secondo tempo, dal sindacato dei sanitari AUPI che li inquadra nella dirigenza sanitaria. In questo modo molti colleghi riescono ad avere il posto presso le ASL facendo i concorsi pubblici: all’epoca, fino agli inizi del ’90, accadeva addirittura questo; da allora ad oggi non si parla più di turn-over o nuovi posti pubblici, concorsi ce ne sono pochissimi e lavorare come dipendente della sanità è un miraggio; chi è entrato allora ha chiuso a chiave e con doppia mandata la porta alle proprie spalle. E, come al solito, chi s’è visto, s’è visto.

 

Intanto, poco dopo, agli inizi degli anni ’90, la nascita successiva dell’Ordine prefigura un futuro di sviluppo e regolamentazione, ma anche di tutela (non si sa bene de ché, ma comunque…) obiettivi istituzionali, è inutile ricordarlo, largamente disattesi, visto il basso profilo che la nostra classe dirigente s’era dato fin dall’inizio.

Questa generazione di colleghi (quella degli over-50) e questo sindacato sono coloro che attualmente - e da sempre - governano la nostra professione e sono, senza ombra di dubbio i diretti responsabili politici e morali degli sviluppi successivi: una schiera di rappresentanti flosci, ricattabili ed opportunisti, che vorremmo noi tutti mandare a casa il prima possibile, senza rancore e senza vendetta, ringraziandoli persino del pochissimo che hanno fatto, ma il prima possibile a casa, per favore!

 

Dunque, ripetiamolo ancora, il patto di nascita è stato chiaro fin dall’inizio: non fate rumore, non alzate la testa, non accampate diritti, mantenete un profilo basso e dimesso. Sono le condizioni di concepimento e di nascita a richiederlo.

E i nostri cari colleghi fondatori e poi governanti della categoria si sono scrupolosamente attenuti a tali direttive e si sono ben guardati dal trasgredire questo mandato. Una categoria mite e dimessa, anche nei suoi rappresentanti istituzionali, buona come armento da latte o da macelleria. L’istituzionalizzazione della codardia.

Anche quando negli ultimi 10-15 anni lo scenario si trasforma con una certa rapidità: le facoltà di Psicologia dalle due iniziali che erano (Roma e Padova) si moltiplicano rapidamente e si distribuiscono su tutto il territorio nazionale e cominciano a sfornare laureati nell’ordine delle diverse migliaia. Alcune di queste facoltà sono del tutto impresentabili e gestite da un prevalente corpo docente di tipo medico. L’Ordine nel frattempo non riesce (o non vuole, o non ha interesse) a fermare o a regolare il flusso di iscritti, come sarebbe stato logico fare per una professione “normale”, e non si coordina adeguatamente con l’università e con la politica per andare a definire non solo sbarramenti in ingresso, in itinere ed in uscita, ma anche cicli formativi e titolarità effettive per i nuovi colleghi e di conseguenza reali sbocchi lavorativi. Del resto il sindacato, che era stato in grado di gestire i primi anni della professione e, come detto, l’inquadramento di qualche migliaio di colleghi nel Servizio Sanitario sembra, di fronte alla complessificazione del quadro, fa sempre più spallucce e ancora una volta… chi s’è visto, s’è visto. Quello che è accaduto dopo, cioè l’assoluta deregolamentazione e aggressione ai confini subita dai colleghi giovani allo sbaraglio non solo rappresenta la logica conseguenza di tutto ciò, ma non importa nulla a nessuno (a quanto sembra nemmeno agli stessi colleghi allo sbaraglio ed illusi, compenetrati oramai nel ruolo-identità dell’armento da latte o da macelleria).

 

Siamo di fronte ad un pervasivo disinvestimento ideativo e fecondativo che concepisce miseramente la nostra nobile professione fin dalle sue radici formative, dalle incertissime basi universitarie, per proseguire nella terra di nessuno dei tirocini formativi pre e post-lauream, per procedere nella pericolosa (e costosa!) jungla della formazione post universitaria, e che finisce, dulcis in fundo, nell’inconsistenza politica ed inefficienza dei nostri ordini.

 

Sulle motivazioni storiche di questo disastro due ci sembrano le più probabili:

1.    il mercato interno della formazione diventa nel frattempo sempre più ricco, ghiotto e allettante per tutti (docenti universitari e privati, consiglieri degli ordini, scuole e suolette-fungine varie, sempre più un ottimo business, etc.)

2.    la lungimiranza politica e la capacità di pianificazione e la sensibilità dei nostri governanti riguardo i nuovi scenari professionali si approssima allo zero

 

Al lettore stabilire la motivazione più convincente o magari anche l’insieme combinato delle due.

Diciamo allora che la ricerca di senso che contraddistingue gran parte delle scelte di chi intraprende questo percorso formativo professionale e umano s’è presto trasformata nel senso del tornaconto parassitario di pochi sulle spalle dei tanti. Alle nuove generazioni di colleghi spetterà ben presto un futuro certo di precarietà, di dequalificazione formativa, di disoccupazione-sottoccupazione, di titoli di cartone e di improbe fatiche per la sopravvivenza in una jungla impossibile ed ingiustificabile.

 

Si aggiungano a questi altri fattori ed altre tendenze sociali più generali per i quali si assiste ad un disinvestimento dal basso e ad un crescente disinteresse per la partecipazione democratica alla vita delle istituzioni e della politica (il 27% la percentuale media nazionale di votanti alle ultime elezioni ordinistiche), sicuramente incoraggiato da una classe politico-professionale sempre più innaturalmente annidata nelle proprie sacche di potere e privilegio, sempre più incollata alle poltrone e sempre più scollata dai bisogni della base, sempre meno interessata, in perfetto stile antidemocratico, a coinvolgere la comunità professionale (piuttosto ben pronta e scattante ad autoprorogarsi e a cambiare a proprio vantaggio i regolamenti elettorali, senza che questo produca scandalo), e di converso sempre più devota alle proprie clientele rappresentate dalle scuole di formazione in psicoterapia, i loro docenti ed il corteo adorante dei loro allievi, ben pronti questi ultimi a barattare il proprio congenito disturbo d’identità professionale con un’identità professionale nuova di zecca, bella che sfornata calda-calda dalla scuola di turno: lo psicoterapeuta! Boom! Si, disoccupato. E qualche favoruccio qui e là, giusto per galleggiare ancora un po’.

 

Disinformazione, disinteresse, disaggregazione, impotenza, ignoranza, sono il cocktail letale creatosi negli ultimi anni che fa sì che se si prova, ad esempio, a chiedere in forma random ad un giovane collega (ma non solo), cosa è l’Ordine, come è composto, a cosa serve, se può migliorare la sua vita professionale, si vede in genere comparire sul volto della/del collega l’espressione inebetita di chi sta interloquendo con un eschimese.

 

Altro indicatore “sintomatologico” preciso è l’irrilevanza della cultura italiana accademica e specialistica a livello internazionale, l’assoluta assenza o drammatica carenza di un settore di ricerca in psicologia, di centri di eccellenza, etc. Provate a cercare la ricerca italiana in psicologia nei testi internazionali…

 

Viene detto, e a ragion veduta, che non c’è categoria nella quale la maldicenza tra colleghi ed il narcisistico disprezzo del collega sia così diffuso come la nostra: ebbene, qui questo disprezzo assume dimensioni sociologiche in quanto non s’è mai vista una comunità che tratta i propri colleghi più giovani come carne da macello lasciandoli allo sbaraglio e illudendoli di chissà cosa, esprimendo in tal modo il massimo disprezzo immaginabile.

La collusione degli apparati istituzionali, tenuti insieme da medesimi interessi economici, da inerzia e da manifesta incapacità frena ogni politica di sviluppo e rigore, si aprono le dighe e si comincia a sbranare la preda.

Il vettore del cosiddetto sviluppo della professione segue perciò fin dall’inizio direzioni demenziali ed anziché aprirsi al sociale e cercare nuove articolazioni di una professione potenzialmente infinita, segue la direzione dell’auto-sfruttamento interno alla comunità che risulta più comodo e redditizio: università sempre più affollate, 305 sedi di scuole di psicoterapia, supervisioni, master e corsetti, analisi didattiche, tirocini, etc… Il tutto sempre più fuori controllo, il tutto sempre più an-etico.

 

Non v’è da stupirsi quindi che in questa profonda crisi culturale in atto la Psicologia sembri sempre più smontarsi pezzo-pezzo e svendersi a counselors, mediatori, filosofi, medici, etc., invece di diventare polo d’interesse per utenti, amministratori e politici. La domanda potenziale di Psicologia, testimoniata dalle numerose Ddl e Pdl ferme in Parlamento che prevedono la nostra opera, viene dunque lasciata cadere.

Le migliaia di colleghi che continuano ad uscire incomprensibilmente dall’Accademia non sono informati (né fermati) in tempo utile della situazione “comatosa” della professione, sovente non hanno orientamento e direzione e sono destinati a lunghissimi anni di precariato e spesso a cambiare lavoro.

La Psicologia è frammentata in mille piccole comunità locali e non si riconosce in comuni denominatori e in rappresentanti significativi.

La rilevanza sociale della Psicologia, che dovrebbe aumentare in funzione della complessità sociale, in realtà diminuisce sempre più.

 

Attualmente gli iscritti agli ordini sono 60.000. Secondo alcune attendibili stime, la crescita degli iscritti agli ordini cresce del 15-20% annuo e tra 5 anni saremo 100.000, tra 10 anni 140.000, uno psicologo ogni 620 cittadini (lo psicologo condominiale diventerà il futuro occupazionale…). In parallelo a questa crescita demografica, crescerà la disoccupazione in proporzione, attualmente già attestata a cifre alte se si considera che gli iscritti all’enpap sono solo 25.000 su 60.000, ma tra 5-10 anni di sicuro due iscritti su tre non lavoreranno da psicologi.

 

A monte di queste drammatiche cifre non s’intravede alcuna iniziativa significativa per fermare questo Titanic annunciato.

 

Occorre urgentemente ritrovare un’unità d’intenti e di direzione politica per la professione. Ma non v’è dunque alcuna attività di politica professionale possibile e probabilmente nemmeno alcuna attività professionale tout court se non ci si riconosce intorno a comuni matrici e se non c’è una presenza sociale incisiva.

 

Ci si domanda allora legittimamente: esistono veramente questi vaneggiati denominatori comuni della professione di psicologo? Esiste davvero questa presunta comunità professionale? Oppure non esistono matrici comuni e ci dobbiamo rassegnare a perire o a frantumarci in cento pseudoprofessioni? Oppure questa storia della comunità professionale si tratta solo di un delirio, anche piuttosto strutturato, di AltraPsicologia e di alcuni suoi esponenti che non si vogliono rassegnare una volta per tutte a navigare nelle medesime acque torbide e puzzolenti di sempre e si ostinano inutilmente e tracotantemente a voler cambiare il corso della storia?

 

Cos’è più “pericoloso” in AltraPsicologia, che non ci riesca o piuttosto che ci riesca?

 

 

5. Riscrivere e rifondare

Il curioso ed imprevisto fenomeno AltraPsicologia

 

Ci troviamo allora, alla luce di quanto fin qui detto, di fronte al seguente scenario:

q       un concepimento ed una costruzione insufficienti e insoddisfacenti della professione

q       la rinuncia/incapacità originaria da parte dei nostri fondatori istituzionali alla caratterizzazione delle coordinate professionali

q       un inesistente patto sociale della comunità professionale con la collettività dei cittadini nei termini di impegno concreto in ogni presidio istituzionale e sociale

 

Il “programma” di AltraPsicologia a fronte di quanto fin qui detto è presto detto ed è molto semplice: rifondare la Psicologia, riscriverne le regole, le leggi, effettuare un ricambio generazionale, attivare la partecipazione democratica, invertire la deleteria tendenza alla delega in bianco ai rappresentanti istituzionali, mettere al centro l’etica professionale ed il rigore dei nostri cicli formativi pre e post lauream, aggregare e catalizzare, investire nella ricerca come volano e come istanza di cambiamento, attingere alle enormi risorse interne della professione, alle sue esperienze eccellenti, ai suoi saperi sul campo e metterle in circolazione.

 

Non illudiamoci, ci vorranno molti anni.

 

A due anni e mezzo dalla nascita ufficiale di AltraPsicologia è allora troppo presto per fare bilanci e tirare le somme. Ogni tanto però provo a guardare a questa esperienza con un certo distacco.

Mi capita talora di fare un pensiero a proposito di AltraPsicologia ed i suoi componenti: metti insieme una dozzina di colleghi in tutta Italia, di varia estrazione, tra i 27 e i 40 anni, senza alcuna conoscenza precedente della politica professionale, che si danno come compito il rinnovamento della professione e collateralmente tutti gli altri compiti: informare i colleghi e svelare gli inguacchi, coinvolgere altri colleghi, fare esperienza ordinistica, creare un interesse intorno alla psicologia, etc., ed ecco pronta in men che non si dica una classe dirigente infinitamente migliore, più colta, più preparata, più etica, più efficiente e fattiva di quella precedente (quella, per intendersi, che ha mandato in rovina la nostra professione).

Sto esagerando?! Sto semplificando?! Vi assicuro, colleghi, niente affatto!

 

Niente di autocelebrativo, per carità, AltraPsicologia è davvero un gruppo qualunque di colleghi, per nulla speciali, pieno di limiti oggettivi e soggettivi, messi insieme in modo random da un comune disagio. Solo che si tratta di un gruppo (che pensa e lavora come gruppo, e già questa è una assoluta novità nel nostro panorama) che non accetta passivamente lo stato di gravità della professione e che possiede un profilo etico mediamente più alto dei nostri governanti. Tutto qui.

 

Se aggiungo poi la constatazione che tutto questo nasce spontaneamente dal nulla, senza padrini e santini alle spalle, a costo zero, o meglio, solo sul volontariato e la gratuità di questi pochi colleghi, beh, ci si rende conto di trovarsi di fronte ad un raro e curioso fenomeno sociale.

[Certo, qualcuno potrebbe giustamente osservare che ci vuole davvero poco per fare meglio di quanto fatto fino ad ora… È vero, effettivamente non si può proprio fare di peggio!]

 

D’altro canto, constatata la reale (in)consistenza delle nostre istituzioni, nonché l’inutilità di condurre battaglie dall’interno di questo mondo “bromurizzato”, AP propone ai suoi sostenitori l’autorappresentanza come forma di strategia e comunicazione sia all’interno che all’esterno, nei vari contesti politici e culturali in cui si trovi ad agire. Autorappresentanza vuol dire essenzialmente scavalcamento e trascinamento: scavalcamento dell’indolenza e delle ingiustificate cautele ed introduzione di nuove forme di azione attraverso una negoziazione diretta e non mediata sia con i colleghi sia con la politica nazionale e locale, precorrendo con iniziative, proposte e progetti concreti ciò che ci auguriamo la categoria faccia a seguire; trascinamento degli imbarazzanti rappresentanti istituzionali verso le nostre posizioni ed iniziative.

 

Gli scenari futuri professionali sono pieni di incognite:

 

Da una parte non si comprende che fine faranno gli Ordini e l’eventuale ruolo futuro che potrebbero assumere. Tutto ciò mentre (sopra)avanzano nuove professioni che invaderanno ancor più i nostri specifici territori spesso con ancora minore qualità.
Dall’altro in Italia non esiste ancora un associazionismo qualificato nel panorama della Psicologia che si proponga come alternativo allo strapotere-impotente degli Ordini. Non esistono idee rifondative nella professione, ma solo l’estremo tentativo dei soliti noti si avvinghiarsi alle loro poltrone e ai loro privilegi.
 

La consolidata passività di molti colleghi e il loro consolidato sentimento d’insensibilità verso una necessità d’interfaccia politica, sembra essere dunque la controprova di questa crisi culturale della Psicologia e che sembra fare il gioco della frammentazione e dell’eclissi della presenza degli psicologi nella società.

 

L’unica speranza per il nostro futuro è quella di proseguire l’opera cominciata da AltraPsicologia e ritrovarci tutti in nuove forme di condivisione, di comunitarismo professionale, di partecipazione e ricostruzione a partire dalle macerie.

 

AP, come detto, ha partecipato recentemente alla stesura di una PdL parlamentare sulla psicoterapia che è confluita nel testo unico attualmente in discussione nella XII Commissione Affari Sociali, ha ancora una volta trascinato le istituzioni della nostra categoria a difenderla contro i vergognosi emendamenti dei medici; attualmente sta lavorando ad un’altra PdL sulla Psicologia Scolastica assieme ad altri 30 colleghi di tutta Italia; ha in cantiere altre idee ed altre proposte sullo psicologo di base e sui servizi di psicologia.

 

Ma tutto ciò ha bisogno del sostegno attivo e della partecipazione dei colleghi, della loro fiducia nel futuro della nostra professione, nella riattivazione virtuosa di un rinnovato sentimento di orgoglio e appartenenza.

 

Senza sostegno, partecipazione e fiducia rimarremo deboli ed impossibilitati a portare avanti la riforma che abbiamo appena cominciato a proporre.

 
 
 

AddThis Social Bookmark Button

Psicologia sposa Etica

Maggio 21st, 2007 admin Posted in Editoriali, Speciale "Psicologia ed Etica" No Comments »

Psicologia sposa Etica

La Cronistoria di un matrimonio possibile

 

Luigi D’Elia, Giuseppe Tessera

 

Questo secondo speciale di AP-Magazine affronta di petto una tematica che si colloca alle fondamenta di una professione che, come la nostra, ama definirsi etica.

Ricordiamoci che non esiste professionalità senza una profonda e continua riflessione sull’etica che la sorregge. Laddove il vincolo etico venisse eluso -  come è di moda fare nei nostri tempi – si avrebbero agonia e morte di ogni professionalità.

E questo vale anche per lo sviluppo delle scienze in genere.

 

Dice Paul Ricoeur* sullo stato di salute della ragione del mondo: la ragione strumentale ha progredito più rapidamente della saggezza pratica ed è in fondo di questo scarto che noi soffriamo o di cui soffrono gli scienziati […] Dunque io direi che si tratta del crollo della phrònesis, di una ragione non strumentale, per usare ancora questa categoria.

 
Read the rest of this entry »

AddThis Social Bookmark Button

Culture e Politiche per la rilevanza sociale della Psicologia italiana

Gennaio 24th, 2007 admin Posted in Editoriali No Comments »

Luigi D’Elia*

 

AP-magazine è la naturale articolazione del movimento politico-professionale AltraPsicologia comparso sulla scena della Psicologia da circa due anni.

Questo magazine intende raggiungere sia la comunità professionale, sia le istituzioni e la politica nazionale interessati ai nostri valori scientifico-culturali ed al nostro contributo per la collettività.

AP-magazine rappresenta l’approfondimento culturale-politico delle tematiche già espresse, sotto forma di notiziario informativo, dal sito-madre e ne costituisce uno dei possibili sviluppi.

AP-magazine nasce dunque nell’alveo dello stesso staff di AltraPsicologia, presente in alcune regioni italiane, ma si avvale di colleghi che condividono analoghi costrutti etico-culturali e che vogliano contribuire alla costruzione della rivista come progetto a se stante.

Abbiamo scelto la modalità aperiodica per sentirci liberi di pubblicare nuovi numeri nel momento in cui essi maturano monitorandoci di continuo sulle tematiche d’interesse comune. In ogni caso la cadenza non sarà inferiore ai sei mesi.

 

 

Perché AP-magazine?

 

A veder bene di motivi del perché della creazione di questo magazine se ne potrebbero enumerare tanti: un bisogno inespresso ed inesprimibile di aggregazione ed identità della nostra categoria professionale; un bisogno di “prendere parola” e di partecipazione in uno spazio aperto e comune; un bisogno di riforma generazionale in seno alla Psicologia dopo il tramonto (e fallimento) delle generazioni che, dalla legge 56/89 in poi, hanno declassato le nostre discipline; un bisogno di trasparenza ed informazione diretta ai colleghi; un bisogno di visualizzare con maggiore focus i nessi tra Culture della psicologia e Politiche per la professione; un bisogno di visibilità e accreditamento presso l’intera società; e così via.

Ma all’origine di tutti questi ed altri bisogni crediamo vi sia una motivazione profonda e trasversale che corre attraverso tutti i nostri cuori: un bisogno di ricostruzione e intreccio di trame in un tessuto che ognuno di noi, dal proprio vertice, avverte sempre più in progressiva lacerazione.

 

In lacerazione per via della mancanza di una sufficiente “fierezza” delle nostre culture e prerogative, e questo è uno dei nostri peccati originali legato ad una legge istitutiva della professione (la 56/89) che non definisce, se non in maniera aspecifica, alcuna esclusività professionale. Da qui la conseguente invasione barbarica delle pseudo-professioni non regolamentate: coach, mediatori, counselors, motivatori, reflectors, e chi più ne ha più ne metta, che con un diplomino si propongono nella società come competenti sugli stessi nostri territori.

 

In lacerazione per via della una pletora di laureati sfornati a migliaia dalle Università, spesso disorientati sulle scelte lavorative, destinati alla sotto-occupazione e disoccupazione e ad ingrossare le fila dei formandi a vita. Non registriamo solo la distanza tra i professionisti e il loro Ordine, ma anche l’incomunicabilità tra l’Accademia e l’universo della professione.

 

In lacerazione per via delle politiche culturali fino ad oggi prevalenti tra i nostri rappresentanti istituzionali che hanno prodotto e favorito la monocultura della psicoterapia quale se fosse l’unico modo di essere uno psicologo, laddove la domanda sociale alla Psicologia è certamente più variegata, articolata e facilmente intercettabile.

 

In lacerazione per via delle aberrazioni del mercato della formazione post-lauream che produce un demenziale e proditorio gonfiamento della domanda formativa a fronte di un insufficiente assorbimento nel mercato del lavoro e di un suo collassamento al proprio interno: molta economia prodotta dagli psicologi è l’esito di una oramai consolidata consuetudine allo “sfruttamento” intra-professionale e intergenerazionale.

 

In lacerazione dunque per una divaricazione intergenerazionale che vede gran parte degli over 45 “arrivati” e privilegiati e molti degli under 40 nella palude.

 

In lacerazione per via di un evidente e progressivo scollamento tra istituzioni ordinistiche e larga base, sempre più indifferente alle scelte e alle non-scelte dei loro rappresentati (il 75% dei colleghi non è andato a votare alle ultime elezioni ordinistiche).

 

In lacerazione per via di una progressiva e pervasiva invasione, anche tra le nostre professioni, delle culture riduzionistiche, medicalistiche, tecnocratiche che propongono soluzioni semplificate a problemi complessi.

 

Insomma, questa rivista si propone dunque di assistere e accompagnare una paziente ricucitura su tutti questi strappi. A partire dai nuovi raccordi intergenerazionali (il nome di una nostra rubrica curata da Leonardo Angelini), ma soprattutto consentendo agli psicologi che volessero collaborare con la nostra rivista di testimoniare in prima persona la loro presenza reale e fattiva nella società

 

Vogliamo dunque costituire un punto di riferimento costante e una piattaforma di idee in movimento per tutti i colleghi.

 

A questo proposito, ci piacerebbe, oltre ad allargare la partecipazione ad ogni collega volesse farsi presente, che ogni nostro scritto, intervento, articolo, fosse partecipato da ognuno dei nostri lettori, vorremmo cioè ricevere commenti, critiche, proposte nelle nostre caselle postali; vorremmo che questa rivista fosse viva come immaginiamo debbano essere le nostre professioni, e quindi in continua interazione e cambiamento.

 

Questo primo Speciale
 

Come facilmente intuibile da una rapida occhiata alla struttura della rivista già in questo primo numero, alle rubriche fisse di immediata utilità e fruibilità da parte dei colleghi (vedi elenco delle rubriche qui a sinistra), ogni numero conterrà uno speciale scelto dalla redazione e d’interesse generale per la comunità professionale.

 

Il primo speciale è sulla Rilevanza Sociale della Psicologia.

Abbiamo scelto questo tema perché sentito da tutti noi di grande attualità in un momento storico e politico della nostra professione nel quale, al di là delle riforme in cantiere sulle professioni intellettuali da parte del governo, che di per sé non prefigurano una chiarezza sui futuri scenari (anzi…), la nostra presenza nella società italiana sembra essere diventata più labile nonostante l’aumento vertiginoso di iscritti agli ordini e degli studenti alle facoltà di psicologia.

All’aumentare di colleghi impegnati in prima linea in ogni presidio nel quale uno psicologo può operare (spesso a titolo poco più che volontaristico), ed all’aumentare di una domanda sociale di psicologia che appare ancora confusa e non intercettabile, non sembra aumentare affatto il prestigio ed il riconoscimento della nostra professione, troppo spesso elusa, ignorata, sottoutilizzata, sottoccupata.

La rilevanza sociale di una professione è inoltre uno dei criteri secondo i quali assume senso la presenza di una categoria professionale riconoscibile in un consesso sociale.

Si avverte ancora una volta drammaticamente la mancanza di una lungimirante politica professionale fin dall’inizio della creazione da parte della nostra classe dirigente (inizi anni ’90) e all’indomani della creazione dell’albo e dell’ordine. Politiche di tutela e politiche di sviluppo: asintotiche allo zero.

 

Con questo numero vogliamo dunque testimoniare - come può essere possibile nell’ambito limitato di una solo numero monografico - l’utilità della Psicologia e la capacità degli Psicologi di operare per il bene della collettività sia attraverso riflessioni politico-sociali (vedi articoli di Longhi, di Tessera  e di D’Elia) sia attraverso esperienze concrete di colleghi alle prese con i nostri più svariati ambiti di applicazione: dalle psicologia scolastica (Listorto) alla psico-oncologia (Aprea); dalla funzione dello psicologo in ambito penale minorile (Grimoldi) alla funzione dello psicologo per i migranti (Angelini) dallo psico-gerontologia (Lamberti) all’intervento complesso con i malati di parkinson (Corino, Urgo, Vasina, Tomasetta),

infine un interessante contributo sulla valutazione dell’efficacia dell’intervento nell’ambito psicosociale (Barbanera e Vecchia)

 

Solo pochi esempi, ma forse paradigmatici, di come sia semplice raccogliere e raccontare un materiale vivo, pensato e trasmesso con l’entusiasmo tipico di chi conosce la propria efficacia ed efficienza nei diversi contesti nei quali opera.

 

La rilevanza sociale non è solo testimonianza attiva di efficacia, ma anche capacità di pensiero e riflessione su quanto ci accade intorno. Accanto alla consapevolezza dell’efficacia dei nostri interventi occorre infatti saperli dimostrare empiricamente e allo stesso tempo occorre imparare ad interloquire con amministratori e politici in termini di investimento “conveniente” in quanto autentica prevenzione socio-sanitaria e riduzione delle spese del welfare.

 

Dunque, testimonianze di esistenza e di vitalità di una categoria ancora non doma. Un piccolo, ma crediamo significativo, passo nella direzione di un auspicato riscatto.

 

Un ultimo dato ed una curiosità: età media degli articolisti e collaboratori della rivista è di 35 anni, da un minimo di 29 ad un massimo di 62.

Insomma, c’è da sperare!

 

 

Buona lettura.

 

——————————————————————————–

* Presidente AltraPsicologia 2006-2007 e Coordinatore AP-magazine luigidelia@tiscali.it 

AddThis Social Bookmark Button