“Ricordati di Me”: recensione al film.

Ottobre 28th, 2008 admin Posted in Le recensioni di AP Magazine, Psicologia dell'audiovisivo No Comments »

Destino o libertà? Il lacerante contrasto tra due modalità di esistenza

Serena Grasso

Duro ed estremista, ma piuttosto realistico si rivela il film di Muccino “Ricordati di me”: le telecamere ricordano quelle del Grande Fratello che con il suo occhio scruta le vicende dei personaggi che recitano le loro vite reali in uno show televisivo. Nel film si rivela un paradosso: vivere la propria vita recitandola.
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Lo psicologo e gli audiovisivi

Giugno 8th, 2008 admin Posted in Psicologia dell'audiovisivo, Speciale "Le competenze dello psicologo" Comments Off

di Stefano Paolillo

La società che è emersa dall’ultimo scorcio del ‘900 ha visto la nascita degli audiovisivi. Il cinema prima, la televisione ed i videogiochi poi, hanno modificato sostanzialmente l’habitat in cui si sviluppa la nostra personalità.
Il cinema ci ha progressivamente introdotti in un nuovo tipo di linguaggio che riduce la potenza evocativa della parola; esso ci ha lanciati, con un’accelerazione cognitiva, verso una linguistica audiovisiva. Quando vediamo un film il nostro cervello lavora per interpretare le informazioni che viaggiano sui due canali sensoriali, il suono e l’immagine. Inoltre, deve integrare le valenze emozionali contenute nella storia stessa e in tutti gli artifici linguistici come, ad esempio, le musiche o i salti temporali. Il cinema ha modificato sostanzialmente il nostro personale bagaglio narrativo andando a sostituire in parte - in alcuni casi totalmente - la narrazione verbale, sia essa orale che scritta.
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Un refuso pubblicitario

Maggio 21st, 2008 admin Posted in Psicologia dell'audiovisivo No Comments »

Stefano Paolillo

 

 La comunicazione e la persuasione legate agli spot pubblicitari hanno una loro storia. Quando si realizza uno spot bisogna fare i conti anche con il “dejà vu”, altrimenti si rischia di incorrere in piccoli refusi emozionali che, come parassiti, possono inficiare la performance persuasiva. È stato il caso dello spot attualmente in onda della Audi Avant.

Nel filmato si vedono le immagini come in un negativo fotografico e alcune persone sono “accese”, come se fossero riprese da una telecamera ad infrarossi. La musica è fatta da una doppia nota  ricorrente e l’arrangiamento propone un “vuoto” melodico e frequenza basse che sottolineano la doppia nota. Il tutto ha un effetto ansiogeno. Lo spot, sul finale, svela che è l’Audi Avant ad “accendere” le persone. Se si limitasse a questo potrebbe sembrare una scelta bizzarra del creativo dell’agenzia pubblicitaria. Ma la storia ha la sua parte.

Il target della Audi Avant è abbastanza alto perché l’auto costa parecchie migliaia di euro e si può ipotizzare che gran parte del target abbia più di trent’anni. Queste persone ricordano sicuramente un’importante campagna pubblicitaria della fine degli anni ’80 sull’AIDS. Le persone, su un filmato in bianco e nero, venivano circondate da un alone viola a indicare il contagio. La musica era praticamente uguale a quella dello spot Audi Avant. L’effetto è immediato per la contiguità della forma narrativa ed è intuivo che possa insorgere una similitudine emotiva, creando un’associazione tra Aids e Audi Avant.

Questo refuso emozionale della narrazione, probabilmente, è stato assolutamente involontario ma è un esempio di come la comunicazione è sempre immersa in un sistema complesso, in cui le variabili sono molte e qualcuna può sfuggire.

Mi piacerebbe giocare con voi colleghi e lettori di questi articoli. Quali spot vi ricordate che ottengono lo stesso tipo di fraintendimento, di refuso comunicativo?

 

 

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Gli effetti della grammatica emotiva

Marzo 16th, 2008 admin Posted in Psicologia dell'audiovisivo No Comments »

di Stefano Paolillo

Nella puntata del 14 marzo 2008 il programma di culto “Le Iene” ha proposto uno dei tanti servizi che hanno costruito la sua identità e la sua fortuna. Il servizio in questione aveva come argomento il caso di alcuni ristoratori italiani a Berlino che sono stati oggetto di un’azione malavitosa. Nella fattispecie, un paio di personaggi provenienti dalla Campania hanno cominciato a chiedere il “pizzo”. I ristoratori non si sono fatti impressionare e, dopo essersi contattati vicendevolmente, hanno deciso di denunciare il tutto alla polizia tedesca. Questa ha avviato delle indagini e, dopo anche qualche atto intimidatorio dei malviventi, li hanno arrestati in flagranza di reato. In una visione giornalistica la notizia è significativa ma non eclatante: persone fuggite da un contesto di diffusa illegalità vanno ad impiantare la propria attività commerciale in un paese dove la legalità è strutturata tanto nei singoli quanto nella società. Nulla di più comprensibile. La particolarità donata dagli autori de “Le Iene” a questo servizio è la dimensione morale.

Il servizio viene preceduto da un flashback in cui viene ricordato agli spettatori un precedente servizio in cui un commerciante napoletano denunciò i propri estortori (si immagina proprio attraverso la trasmissione) e da allora vive sotto scorta. Questi, nella sua ruvida apparizione, invita gli altri napoletani a non piegarsi al pizzo perché, unendosi nella denuncia e non essendo più soli, la camorra non potrà colpire tutti e (guardando con rabbia dritto in camera) dice testualmente: “li rimandiamo tutti a casa!”.

Analizziamo i messaggi inviati. Il primo è che pagare il pizzo è sbagliato e che diventa un eroe chi si rifiuta di pagare. Il secondo è che la trasmissione “Le Iene” sposa questa impostazione morale. Poi viene fatto il parallelo con i ristoratori italiani a Berlino, sottolineando come viene confermata la tesi che “ribellarsi, paga”.

Apparentemente tutta l’operazione è di alti contenuti sociali ed etici. Il problema nasce dalla struttura sintattica stessa della trasmissione. Più esattamente dalla sintassi emotiva.

Gli autori del programma lavorano sulle risonanze emotive. Il primo passo è di aggredire lo spettatore andando a stimolare il senso di colpa derivante da una presunta inazione: la presentazione dell’uomo sotto scorta tende a far sentire colpevoli di stare comodamente nella poltrona mentre un uomo rischia la vita. La tensione generata allo start della sequenza viene mantenuta per tutta la durata del servizio di Berlino: è come se gli autori continuassero a dire in modo incalzante allo spettatore “Vedi? Vedi?! Vedi!!”. A questo punto nasce l’effetto perverso del programma di Italia Uno. Proprio alla fine del servizio viene riproposta la medesima scena del commerciante napoletano sotto scorta che ripete la stessa frase a muso duro alla telecamera (quindi in faccia agli spettatori): “li rimandiamo a casa!”. Immediatamente, senza alcuna soluzione di continuità, senza neanche una sigletta o un commento, parte una telepromozione dai toni ameni. Lo sconcerto in chi guarda ha la consistenza metaforica di un ceffone. È come se gli autori, dopo averti oppresso emotivamente, ti gridassero di colpo: “Pirla, ci hai creduto!”.

Che tipo di effetti collaterali può avere questi tipo di gestione disinvolta degli autori di “Le Iene”? Sicuramente il pubblico avverte che chi fa televisione gioca con le emozioni di chi guarda. Nel caso in particolare, esso può rendersi conto che quelli de “Le Iene”, prima cercano di accreditarsi come agenti autorevoli per una leadership morale ed etica, poi maltrattano il senso di fiducia che avevano generato. La fiducia è un atto di donazione del Sé ed il tradimento di essa è un atto violento che infligge dolore. L’inevitabile reazione dello spettatore è di chiusura. Viene alzato il livello di soglia oltre cui è di sposto di nuovo a farsi coinvolgere, per cui la sua sensibilità ne viene intaccata. Parallelamente, viene emotivamente connotata come “ambigua” quella televisione che cerca di accattivarsi lo spettatore, ovvero quella che cerca di apparire “credibile a tutti i costi” (per poi tradire la tua fiducia per sciocchi motivi di marketing).

Il risultato finale è che chi ha visto quel servizio all’interno del programma televisivo de “Le Iene” ha buone probabilità di diventare più cinico e di appesantire i propri comportamenti prosociali. Esattamente l’opposto delle “apparenti intenzioni” degli autori del programma.

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Presentazione della rubrica sulla psicologia dell’audiovisivo

Gennaio 18th, 2008 admin Posted in Psicologia dell'audiovisivo No Comments »

Presentazione della rubrica sulla psicologia dell’audiovisivo

di Stefano Paolillo

La psicologia in oltre un secolo è andata progressivamente affermandosi, acquistando una collocazione propria nelle varie società. In virtù della sua storia ha dovuto confrontarsi da subito con la medicina occidentale di cui è stata in parte emanazione. Freud era un medico e tutta la sua opera e teoria ha risentito di questa impostazione. Nel corso dei decenni, però, gli studi psicologici sono evoluti ponendo al centro della propria azione il benessere delle persone, tanto come singoli quanto come individui. Tutte le attività umane sono diventate campo di intervento per gli psicologi e progressivamente si sono dischiusi nuovi panorami: basti pensare all’elenco delle rubriche proprio nel sito di AltraPsicologia, con branche come la psicologia gerontologia o la etnopsicologia. La mia intenzione è di proporre, a tutti coloro che ne fossero interessati, un nuovo terreno su cui costruire attività di analisi e d’azione, ovvero la Psicologia dell’Audiovisivo.

 Alcuni cenni autobiografici possono aiutare a comprendere meglio il raggio d’azione di uno psicologo dell’audiovisivo. Nel corso della mia lunga carriera di studente di psicologia, riesco a vincere una selezione presso la RAI come operatore di ripresa. Da allora lavoro quotidianamente nella tanto bistrattata “televisione” coniugando costantemente, però, il mio interesse per la psicologia. Lavorando a stretto contatto con quel mondo, è lentamente emersa la sensazione che nel mondo del lavoro potrebbero essere ben spese le conoscenze della psicologia. Ciò è ancora più evidente se si cominciano a vedere i vari personaggi del mondo dell’audiovisivo come delle persone e non solo come dei personaggi: ecco che ci troviamo a confrontarci sul campo con il narcisismo, la depressione o la stima sé e con tutte quelle manifestazioni della personalità su cui si lavora abitualmente, ad esempio anche in una psicoterapia.

Lo spettro di interventi si allarga ulteriormente se, oltre a immaginare interventi per “chi fa” audiovisivi, si prende in considerazione l’uso dell’audiovisivo come strumento o interfaccia per i normali campi di intervento della psicologia. La telecamera e la videoregistrazione vengono già usate da tempo nella psicoterapia e nella psichiatria, come anche nella formazione o nel marketing.

Facciamo qualche esempio. Vi sono psicoterapeuti che introducono la telecamera nelle terapie di gruppo o familiare usandola come punto di vista “altro”, cercando di innescare specifici aspetti della personalità. Altri psicologi partecipano al casting di programmi televisivi (vedi il “Grande Fratello”), mentre altri ancora usano i video per i loro workshop destinati alla formazione di quadri e dirigenti aziendali. Altri consigliano ad alcuni pazienti la visione di specifici film per introdurli al confronto su particolari dinamiche; altri ancora sono consulenti nella realizzazione di spot pubblicitari.

Esiste un’ulteriore prospettiva della psicologia che io amo definire quella dello “psicologo faber”, ovvero dello psicologo che assume ruoli già esistenti ma affrontandoli con tutto il suo patrimonio di conoscenze psicologiche. Nel campo degli audiovisivi ciò può tradursi nella possibilità di coniugare psicologia e creatività, facendo il regista. Oppure di dedicarsi ad attività informative (magari rimanendo psicologi e non diventando necessariamente giornalisti) o di affiancamento a colleghi che operano nel Terzo settore.

Alle spalle di tutte le possibilità a cui ho accennato, esiste la considerazione che tutto il mondo che viviamo è permeato dall’audiovisivo. Abbiamo ore e ore di cinema e televisione alle spalle e possediamo una raffinata comprensione della comunicazione audiovisiva: anzi, in alcuni casi, una padronanza superiore a quella verbale (è opinione diffusa che siamo di fronte ad un fenomeno di analfabetismo di ritorno). Fenomeni come il consumo crescente di video sulla rete, con fenomeni come YouTube o i videoblog su MySpace ne sono un esempio.

La psicologia dell’audiovisivo è, a mio parere, una delle discipline che nel grande flusso della Psicologia può avere interessanti prospettive lavorative e intellettuali. Analizzeremo in futuro i tanti aspetti che la compongono.

 

Stefano Paolillo

spaolillo@tiscali.it

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