“Ricordati di Me”: recensione al film.

Ottobre 28th, 2008 admin Posted in Le recensioni di AP Magazine, Psicologia dell'audiovisivo No Comments »

Destino o libertà? Il lacerante contrasto tra due modalità di esistenza

Serena Grasso

Duro ed estremista, ma piuttosto realistico si rivela il film di Muccino “Ricordati di me”: le telecamere ricordano quelle del Grande Fratello che con il suo occhio scruta le vicende dei personaggi che recitano le loro vite reali in uno show televisivo. Nel film si rivela un paradosso: vivere la propria vita recitandola.
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“La vita meravigliosa” di S.J. Gould

Aprile 28th, 2008 admin Posted in Le recensioni di AP Magazine No Comments »

“La Vita Meravigliosa”, S.J. Gould, Feltrinelli

 Federico Zanon

Un classico della divulgazione scientifica, che racconta uno degli aspetti meno conosciuti ma più importanti della storia della vita sulla terra: l’esplosione del Cambriano, avvenuta 570 milioni di anni fa, che segnò la nascita di tutti i phyla animali esistenti attualmente sulla terra.

Il libro è interessante per alcuni aspetti peculiari.

Innanzitutto, Gould è stato uno dei più eminenti paleontologi del ventesimo secolo (è scomparso nel 2002), ed è stato uno degli ideatori della teoria degli equilibri punteggiati.

In secondo luogo, svela alcuni degli errori popolari relativi alla teoria darwiniana, fra cui l’idea che le specie si sviluppino per “evoluzione”, che tale evoluzione proceda attraverso un percorso lineare da minore a maggiore complessità, e che l’uomo sia il vertice di una piramide evolutiva verso l’eccellenza biologica.

Gould chiarisce, nei primissimi capitoli, che la visione più comune della teoria darwiniana è basata su una falsa iconografia, e che la storia della vita è più simile ad un cespuglio fitto di ramificazioni iniziali (i venti e più phyla, corrispondenti ad altrettanti originalissimi piani anatomici diversi, del Cambriano), che in seguito ad eventi imprevedibili ha subìto decimazioni massicce, che hanno impoverito la varietà dei phyla (oggi tutte le specie animali rientrano fra cinque grandi phyla, o gruppi anatomici).

L’idea, supportata da dati fossili, che la grande ricchezza biologica iniziale si sia progressivamente ridotta in termini di numero di phyla, anziché aumentare come ci si aspetterebbe secondo la popolare idea di evoluzione, porta Gould ad affermare che la selezione naturale darwiniana non è l’unico meccanismo che porta alla nascita e alla trasformazione delle specie. La storia della vita sulla terra sembra più simile ad una successione di eventi catastrofici, che hanno prodotto decimazioni delle specie animali su base casuale, alternati a periodi di relativa linearità evolutiva, in cui l’azione della selezione naturale ha prevalso.

La stessa origine dell’uomo è segnata da almeno due grandi eventi casuali su scala planetaria: la sopravvivenza del phyla dei cordati durante la prima grande estinzione di massa, che ha distrutto 15 dei venti e più phyla esistenti, e l’estinzione dei grandi rettili avvenuta 65 milioni di anni fa, che ha permesso ai piccoli mammiferidi proliferare indisturbati. Inoltre, la sopravvivenza dell’uomo moderno quale unica specie del genere homo, non è il segno di una predestinazione biologica o di una perfezione funzionale, ma il risultato dell’estinzione di almeno un’altra specie affine, l’homo neanderthalis.

Una parte consistente del libro è dedicata a presentare i fossili delle singolari forme di vita ritrovati nel giacimento fossile di Burgess, in Canada. La varietà e la stranezza della fauna di Burgess, rispetto agli animali presenti attualmente sulla terra, colpisce anche chi non si è mai interessato di paleontologia, ed è l’immagine più vivace dell’idea di fondo del libro di Gould.

 

Un aspetto particolarmente interessante del lavoro di Gould è il ribaltamento di prospettiva rispetto ad una delle teorie scientifiche che più è penetrata nella cultura popolare e nell’immaginario collettivo. La lezione del primo capitolo, sull’errata comprensione della teoria darwiniana e sulla necessità di approcciarsi con senso critico alla conoscenza scientifica, basterebbe a giustificare la lettura del libro.

È particolarmente utile per gli psicologi, che risentono di uno status epistemologico ancora instabile e forse per questo avvertono più di altri la necessità di legarsi affettivamente a singoli modelli teorici, resistendo ad ogni possibile falsificazione e giustificando l’operazione in termini di scelta affettiva, o intellettuale; scelta pur sempre legata ad una preferenza personale, piuttosto che all’incerto percorso dello studioso che trova, nel continuo vagare fra visioni alternative e potenzialmente falsificanti, la strada per un arricchimento dell’immagine del mondo che studia.

 

 

 “In un batter d’occhio”, Andrew Parker, Zanichelli

 

Un libro da leggere dopo “la vita meravigliosa”, perchè ne riprende il tema centrale alla ricerca di una spiegazione plausibile.

Per chi ha letto il libro di Gould, una delle domande lasciate senza risposta è: perchè è avvenuta l’esplosione del Cambriano?

L’apparizione simultanea, rapidissima in termini biologici (pochi milioni di anni) e apparentemente spontanea di più di venti phyla animali, dopo un lungo periodo in cui la vita sembrava doversi limitare a poche forme biologiche rappresentate da capsule e tubi di pochi millimetri, è stato uno dei più oscuri misteri della paleontologia, ed uno dei temi irrisolti lasciati in eredità al lettore della “vita meravigliosa”.

Questo libro di …. cerca di rispondere all’interrogativo. E lo fa nel modo più avvincente per il lettore, raccontando come in un poliziesco la raccolta di indizi, il collegamento attraverso il ragionamento, l’utilizzo flessibile di molte diverse discipline, fino a svelare il mistero nell’ultimo capitolo. Dispiace non poter dettagliare la trama della ricerca, ma resisto per non privare il lettore del gusto di scoprire l’assassino… che in questo caso, è la causa della moltiplicazione dei piani anatomici animali in un’epoca remota della vita sulla terra.

Per lo psicologo, oltre ad essere una interessante incursione in un mondo ricco di suggestioni ed un viaggio nel passato più remoto della terra, è la possibilità di scoprire una metodologia di ricerca basata sull’ampliamento dei modelli e delle discipline, piuttosto che sull’approfondimento ossessivo di singole teorie e sulla chiusura agli apporti delle altre scienze, come troppo spesso avviene nella nostra tradizione.
 
 
 

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La metafora di Trupiano. Psiche e Cancro

Gennaio 2nd, 2008 admin Posted in Le recensioni di AP Magazine No Comments »

 

Titolo: La metafora di Trupiano

Sottotitolo: Brevi riflessioni “non convenzionali” sull’oncogenesi e sulla cura dei tumori.

Autori:                   Gianni Tadolini, Giovanna Napolitano, Emiliana Grippa, Emiliano Maraldi, Katerina Mazzoni.

Ed. EVA:                    Venafro – (Is), 2007

Collana IBIS:          Psicologia e Neuroscienze.

Prezzo:                  €  10

 

Questo piccolo volume contiene una serie di brevi riflessioni, in materia di oncologia, nate da un gruppo di studio che si è articolato per circa un anno a Forlì, all’interno della Associazione per lo Studio della Psicologia e delle Neuroscienze “G.M. Balzarini”.

Il saggio si presenta come anticipazione del dibattito che si terrà prossimamente al congresso “Psiche & Cancro” previsto a Cervia (RA), all’Hotel Dante, il 18 Maggio 2008.

Gianni Tadolini, psicologo, coordinatore del gruppo, prende lo spunto, in apertura del libro, da un suo personale vissuto di malattia per proporre una riflessione sulla possibilità che esista una patogenesi oncologica di derivazione psichica. Dalla propria esperienza di paziente oncologico conduce l’osservazione sia a livello teorico, rivisitando alcuni grandi esponenti della psicosomatica, sia a livello pratico, grazie al contatto con ammalati da lui stesso seguiti.

Da questo scenario nascono molteplici interrogativi forse inquietanti per gli operatori sanitari abituati a rapportarsi con le “certezze” dell’oncologia classica.

Il secondo capitolo (Maraldi – Mazzoni) riassume criticamente il sistema eziologico proposto dal discusso medico tedesco Geerd Ryke Hamer, che da quasi trent’anni si dedica allo studio dei tumori e delle patologie cosiddette “oncoequivalenti”. Hamer arriva a stravolgere i presupposti della medicina occidentale a favore di una visione radicalmente psicosomatica. L’elemento veramente importante del pensiero di Hamer, al di là di alcuni concetti paradossali che contiene, è l’approfondimento della relazione psiche-cervello-organo, che raggiunge una precisione scientifica (a partire dall’embriologia) che mai si era avuta nella psicosomatica precedente.

Il terzo capitolo (Grippa – Napolitano) è una carrellata sulle terapie “non convenzionali” nella cura dei tumori. Vengono presi in considerazione, in maniera critica, i metodi naturisti che maggiormente hanno occupato spazio nel dibattito sulle “medicine parallele” in questi ultimi anni.

Nell’ultima parte, dal titolo “filosofia e storia della chemioterapia”, Tadolini, che ha lavorato nella valutazione statistico-sperimentale dei farmaci antiblastici, compie un rapida panoramica sulla farmacologia clinica che sì è occupata della terapia del cancro, soprattutto negli ultimi tre decenni. Vengono analizzate le “filosofie” di fondo che orientano i diversi tipi di cura: da quelle che storicamente incarnano la tradizione chemioterapica (ostacolare, inibire, distruggere la proliferazione cellulare) a quelle che cercano di ricondurre l’organismo vivente alla sintonia con la propria storia bio-evolutiva.

Nell’insieme il libro, pur minuscolo (51 pagine in tutto), riesce ad affrontare i temi più controversi dell’oncologia e stimola l’operatore sanitario (anche attraverso mirati consigli bibliografici) a uscire da quelle certezze acquisite che forse non giovano alla comprensione di una malattia ancora così misteriosa come è il cancro.

Il libro può essere ordinato alla Associazione “G.M. Balzarini”, Piazza del Carmine n. 7 – 47100 Forlì. E-mail: tadogio@tin.it – Tel. 0543.815856.

  
 
 

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Note e digressioni su: Homo Consumens. Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi. Di Zygmunt Bauman

Settembre 8th, 2007 admin Posted in Le recensioni di AP Magazine No Comments »

Note e digressioni su: Homo Consumens.

Lo sciame inquieto dei consumatori e la miseria degli esclusi

di Zygmunt Bauman

(Edizioni Erickson 2007, 101 pagine, 10 €)

 

 

Luigi D’Elia

 

Pagine inquietanti queste ultime di Bauman, scritte, come solitamente, con la paradossale leggerezza e l’occhio disincantato dello studioso che sembra ormai parlare da un luogo altro, più elevato. Saranno forse i suoi ottantadue anni, sarà forse la facilità e semplicità con la quale questo autore scrive, uscito oramai da tempo dalla nicchia degli autori di settore e di culto per diventare autore di un pubblico ampio e alquanto avvisato, ma l’inventore della “modernità liquida” e dell’”amore liquido”, lo spietato osservatore degli stili di vita della post-modernità ci stupisce ancora una volta donandoci questa raccolta di 5 recenti conferenze “italiane”, delle quali le prime due (1. Mode volatili. L’irresistibile impulso a consumare e trasformarsi; e 2. Lo sciame inquieto. Dall’homo politicus all’homo consumens) conservano una diretta relazione con il titolo del libro, mentre le ultime tre conferenze (3. Mixofobia. Alla larga dai poveri; 4. Risentimento. Quando il pericolo è dentro le mura; e 5. Welfare assediato. Sono forse io il custode di mio fratello?) argomentano alcune delle ricadute sociali della società consumens.

 

Il campo sociale negli ultimi decenni
 

Già Deleuze e Guattari, nella loro irripetibile opera L’Anti-Edipo[1], datata 1972, avevano dichiarato che non v’è alcuna differenza tra investimento libidico ed investimento economico-politico, e che ogni investimento libidico esiste unicamente in un campo sociale. Ponevano in tal modo, senza equivoci e sconti, il campo sociale e le sue caleidoscopiche leggi (che essi individuavano nei meccanismi desideranti) al centro di ogni analisi sull’uomo.

Essi, però, nel descrivere l’uomo ed il mondo dell’epoca del capitalismo, ne attestavano probabilmente anche il tramonto, se consideriamo che negli ultimi 35-40 anni è passata molta acqua sotto i ponti e sono cambiati un bel po’ di scenari, indispensabili per la comprensione di alcune trasformazioni che questa ulteriore riflessione di Bauman ci illustra invece come testimonianza viva e attualissima.

 

Molti i mutamenti di scenario, dicevamo, il principale dei quali è probabilmente il modo di produzione e la natura stessa delle attuali logiche economiche che sorreggono i sistemi globalizzati. L’Anti-Edipo disegna ancora, seppure al tramonto, un mondo di “produzione” ed una “società di produttori” ed i processi di coagulazioni identitarie e sociali ad essa connessi; i testi di Bauman, e questo in particolare, raccontano un mondo in cui l’economia capitalistica della produzione ha lasciato il posto al mondo dell’economia del consumo, una società post-industriale, la <<società dei consumatori>>.

 

A cascata ed adiacentemente a questa macro-mutazione, molte altre (non che gli attuali sviluppi non fossero stati già ampiamente annunciati nel passato e non vi fossero le premesse tendenziali delle attuali società[2]) - descrivo qui sinteticamente solo alcune tracce - il mondo della tecnica e dell’economia, intimamente saldati, non avevano ancora dato 40 anni fa prova di tutta la loro potenza pervasiva negli ambiti della comunicazione mediatica, dell’informatizzazione, nella costellazione continuamente mobile dei linguaggi ad essa legati, ma anche nell’estensione dei mercati, nell’applicazione sistematica delle macchine belliche pubblicitarie e propagandistiche della politica e dell’economia. Accanto a ciò, ancora, negli ultimi decenni, i vistosi cambiamenti delle forme e rappresentazioni del lavoro, della giustizia sociale, delle istituzioni, della famiglia, delle relazioni tra i sessi e le generazioni, e così via. Fino a giungere, non in sequenza, ma sempre in adiacenza, a ciò che Foucault, nella sua ultima ricerca sulle tecniche del potere, definisce come tecnologie del sé, all’ermeneutica del soggetto contemporaneo, iscritta anch’essa all’interno di una ineludibile “governamentalità”, mi riferisco cioè all’effetto di penetrazione nella cura e rappresentazione di sé, degli apparati socio-culturali della nostra epoca.

 

Scrive a tal proposito Bauman: <<Il segreto di un sistema sociale duraturo, cioè in grado di riprodursi, è la sua capacità di proiettare i suoi “prerequisiti funzionali” nei comportamenti dei suoi membri. In altre parole, la socializzazione efficace è quella che obbliga/induce/persadue gli individui a desiderare di fare quel che il sistema, di fatto, ha bisogno che essi facciano per continuare ad esistere […]. Quando questi modelli (comportamentali, ndr) sono stati osservati e assorbiti fino a diventare automatici, gradualmente i modelli alternativi e le capacità necessarie per metterli in pratica spariscono. Questa è la fase della modernità liquida, cioè della società dei consumatori>> (p. 42-43).

 

Ecco allora che il cerchio sembra inesorabilmente stringersi in uno strangolamento che ha progressivamente piegato le potenziali “macchine desideranti” individuali e sociali in meri unità o collettività di consumo.

 

L’homo consumens e le sue peculiarità
 

Bauman non ha molti dubbi, l’identità consumista è di gran lunga quella dominante, quella che delinea il carattere dell’uomo contemporaneo (almeno occidentale), il paradigma che informa maggiormente di sé i suoi stili, pensieri, emozioni e comportamenti.

Ma quali sono le caratteristiche perlopiù inedite (in relazione ad altre epoche storiche) della società dei consumatori e dei suoi membri?

 

L’homo consumens che si muove sugli scenari tecno-sociali del capitalismo avanzato e della società consumens sembra orientarsi su un campo piuttosto saturo di domande e risposte, un campo di necessaria alta prevedibilità, ma anche di grande deresponsabilizzazione, egli sembra aver posto l’equivalenza tra il sentimento di libertà e quello di scelta: scelta tra le diverse offerte del mercato che coincidono con altrettanti orientamenti pseudo-esistenziali, ed in tali pseudo-opzioni egli ha disciolto e neutralizzato la propria idea di libertà. Questa equazione tuttavia si mostra presto ingannevole ed effimera in quanto costringe a seguire la medesima tendenza invocata dal mercato stesso, cioè la tendenza all’obsolescenza degli oggetti simbolicamente e socialmente carichi, obsolescenza imprescindibile per la continuità del sistema economico. Lo stile di vita che ne consegue e che trae forma è quello, continua Bauman, della continua rinascita, della riconfigurazione di sé, del disprezzo del passato, della perenne insoddisfazione, dell’illusione di un controllo onnipotente sulla propria vita.

Il bisogno di controllo assume forme, diremmo noi, ansiose, anticipatorie, occorre cioè “giocare d’anticipo” sulle tendenze del mercato in quanto solo così è possibile per l’homo consumens conservare una propria continuità autobiografica ed un senso di adeguatezza. Una certa urgenza ed emergenza prendono il sopravvento, accompagnate, osserva Bauman, dalla rapidità dei cambiamenti, ma soprattutto dalla necessità di obliare il prima possibile gli oggetti precedenti divenuti sorpassati (disinvestiti), ma anche, per estensione, le situazioni relazionali, le precedenti agglomerazioni identitarie. Tutto sembra funzionare per agglomerazioni temporanee che si succedono con una rapidità ed una quantità simile alla enorme mole d’informazioni e comunicazioni dei media, anch’essa tale da doversi necessariamente e drasticamente selezionare ed obliare.

 

In tal fluido in cui noi tutti nuotiamo chi si ferma è perduto, è vietato cioè sfuggire alla tirannia del presente fermandosi in un’identità stabile, in stili di vita sobri, disimpegnati dalla corsa, pena l’esclusione certa da ogni processo sociale, e dunque da ogni criterio di idoneità sociale e personale.

La forma assunta dalla temporalità, come cioè viene declinato e vissuto il tempo dell’homo consumens, ci racconta del crollo della dimensione dell’attesa, della sospensione, del differimento (il tempo del pre-conscio, come direbbero gli psicoanalisti), per far posto ad una bassa tolleranza delle frustrazioni, ma anche dei conflitti che, come ci avverte Bauman, richiedono tempo e pazienza per essere affrontati. Tempo e pazienza non ce n’è più per nessuno.

Il flusso veloce del tempo corrisponde quindi al passaggio rapido degli oggetti, ma anche alla costante mobilità dei legami sociali e delle identità intercambiabili, ci si ritrova dunque a re-inventarsi dentro nuovi contenitori sociali, dentro nuovi amori, dentro nuovi stati mentali, dentro nuove rappresentazioni di sé.

 

Il mondo appare allora come un enorme <<contenitore di parti di ricambio>> dove rifornirsi di continuo per modellare e aggiustare la propria immagine, ideale, rappresentazione di sé e degli altri, per integrare il proprio bagaglio di gadgets ed umori.

In tale affermazione Bauman ci indica, tra le righe, un modello di rapporto tra mente e società che si avvicina molto a ciò che Andy Clark, scienziato cognitivo inglese, suggerisce nel suo recente libro “Natural-born cyborgs. Mind, technologies and future of human intelligence” (Oxford University Press, 2003), nel quale sembra finalmente superarsi il dualismo mente-contesto, interno-esterno. La mente è nel sociale tanto quanto il sociale è nella mente. In tale concezione della mente “estesa”, o forse meglio immanente, occorre, secondo Clark, esplorare il rapporto confuso tra cervelli, corpi e supporti culturali e tecnologici.

Bauman, certamente meno ottimista della scienza cognitiva (seppure, come in questo caso, votata ad un radicalismo sociale), sostiene che, nel processo di aggiornamento continuo delle parti da integrare e ricambiare (mindware upgrades, secondo la suggestiva definizione di Clark), i sentimenti congiunti di onnipotenza e deresponsabilità dettati dalla società dei consumi determinino diverse alterazioni del tessuto sociale nella direzione della disaggregazione e distruzione delle trame psicosociali e, di conseguenza, degli stati mentali degli uomini. Ci si disfa dei legami sociali e li si “consuma” e sostituisce, esattamente come accadrebbe con qualunque altro oggetto di consumo.

Accade allora che la tecno-cultura consumens sia creata dagli uomini, ma allo stesso tempo crea e modella gli uomini e le loro menti, ed in questa interpenetrazione non è più possibile riconoscere chi crea chi.

 

Nuove declinazioni del malessere
 

<<In una realtà sociale, la condizione descritta come “malessere” deriva dalla struttura e dalle dinamiche della società in cui ha luogo. L’apparente autonomia del malessere (che è più che altro l’effetto della cornice interpretativa adottata), a prescindere dal fatto che sviluppi o no dei meccanismi di auto-riproduzione, non è una prova della sua indipendenza dagli altri aspetti dello scenario sociale. Ogni tentativo di sconfiggere il malessere agendo su tali fattori interni (cioè agendo su ciò che le persone coinvolte dovrebbero o potrebbero fare), senza considerare la globalità dei fattori sociali in cui il malessere si sviluppa, non può portare che a risultati transitori e scoraggianti. Il fenomeno verrà colpito nei suoi effetti, non nelle sue cause, e continuerà a riprodursi>> (p. 53).

 

Si ha talora la sensazione che gli psicologi, quelli italiani in particolare (ai quali questa recensione è prevalentemente dedicata), si arrocchino in una sorta di provincialismo culturale e di familismo istituzionale, sparpagliati in mille appartenenze, e che facciano a volte fatica a riconoscere in autori non disciplinari le necessarie intuizioni indispensabili alle loro pratiche. Sembra a volte che vadano alla guerra con le mazzafionde, che affrontino cioè la complessità delle loro pratiche con strumenti poco adatti e affilati, chiusi come sono nelle loro modellistiche concettualmente traballanti e riduzionistiche, nelle loro prassi irriflessive e automatiche, riducendosi infine in posizione di retroguardia come meri certificatori di adeguatezza, piuttosto di accogliere la sfida dell’emancipazione personale (propria e dei propri utenti), ma soprattutto la sfida dell’etica, come ci suggerirà Bauman nella parte finale del suo libro.

Le culture psicologiche non hanno ancora compiutamente imparato la lezione di Bauman integrandola con i loro saperi, modificando le loro teorie relative, ad esempio, a scopi, credenze, stati mentali, metarappresentazioni (per usare concetti cari al cognitivismo), le loro geografie degli investimenti libidici e dei meccanismi di difesa (per usare il linguaggio caro alla psicoanalisi), le loro rappresentazioni del corpo, delle famiglie e delle dinamiche familiari, dei gruppi e delle gruppalità (interne ed esterne), della vita politica e sociale, ma anche i processi attentivi, mnemonici, percettivi, emotivi, affettivi, così palesemente mutati e mutanti nelle nuove generazioni consumens, il tutto, appunto, va a configurare una vera e propria mutazione antropologica di cui ci informa, senza troppi pregiudizi e laccioli ideologici, il nostro autore.

Sarebbe interessante, dunque, revisionare i nostri impianti teorici, talora un po’ stantii, contaminandoli con riflessioni relative a questa ontologia del presente, e scoprire in tal modo le nostre “grammatiche del mentale” vanno velocemente (più velocemente di quanto si possa credere) cambiando nella direzione della “modalità consumens” così come indicato da questo libro.  

 

Già questo movimento di esplorazione e contaminazione è visibile nella nostra cultura soprattutto in altri (cioè non-psicologi) studiosi sociali come testimoniato nel recente articolo di Massimo De Carolis “Ritagliare una nicchia. Dispositivi sociali e dissociazione psichica” (in Forme di Vita, 6/2007, Derive Approdi, 2007)[3], nel quale lo sforzo d’interpolazione/adiacenza tra vita mentale e sociale trova interessanti snodi concettuali attraverso un utile rimescolamento dei linguaggi disciplinari (della psichiatria/psicologia e delle altre scienze sociali) che in tal modo variano di forma, ma anche di sostanza, arricchendosi reciprocamente. Questa operazione di De Carolis è senz’altro solo un inizio, sicuramente promettente, e traccia una strada percorribile: la dissociazione psichica ed i disturbi dissociativi, sono una delle tante chiavi di accesso alla contemporaneità, non certo l’unica.

A voler “tradurre” il testo di Bauman con lo stesso proposito, troveremmo, da quanto qui emerso, innumerevoli analogie tra forme delle scena consumens post-moderna e fenomenologie psicopatologiche (sia in termini di sintomatologie che di tratti personologici), come se vi fosse un acutizzarsi di alcuni aspetti esistenziali in forma di “normale” adattamento alla mutazione in corso. Non dunque semplicemente un’osservazione epidemiologica legata a questa o quella psicopatologia, ma piuttosto troveremmo una forma di mimesi alla contemporaneità e alla pluralità delle sue forme di vita, che però continuano ad essere descritte con nosografie e modellistiche anteriori alla nostra epoca o viceversa forzosamente e pedissequamente sempre cangianti, che però non colgono fino in fondo né il movimento complessivo, né l’interazione dei fenomeni in oggetto.

Pensiamo ad esempio a come certe organizzazioni psicologiche dipendenti, tossicofiliche, borderline, narcisistiche, ansioso-compulsive, paniche e fobiche, bulimiche-anoressiche, paranoidee, schizoidi, antisociali, maniaco-depressive, siano oramai ordinari modi di nominare non più psicopatologie (a meno che non si voglia, con spirito reazionario, patologizzare e medicalizzare l’intera società), ma attribuzioni standard di chiunque di noi in forme più o meno attenuate, o più o meno sensibili e gravose.

Forse per psichiatri e psicologi risulterà più consolante (e probabilmente anche più conveniente) mantenere una rigida distinzione tra fenomeni sociali e forme psicopatologiche individuali, tale da giustificare a valle le loro osservazioni relative al disadattamento dei propri pazienti, e dunque i loro interventi. Non importa se poi la psichiatria e la psicoterapia non producono buone domande e conseguenti buone risposte al disagio, non importa se non hanno mai risolto le gravità psichiatriche (ma neanche scalfito), se gli psicoanalisti non hanno mai curato la nevrosi nel mondo (casomai l’hanno fissata), non importa. Ciò che importa è che essi continuino a certificare innanzitutto la loro funzione regolativa ed in secondo luogo le disarmonie dei propri clienti. Resta da stabilire rispetto a quale idea di “armonia” si possano oggi definire le “disarmonie”, rispetto cioè a quale rappresentazione/termine-di-confronto (nella nostra testa, nei nostri assetti interni) del tipo umano e di società ci stiamo muovendo[4].

 

 

Esclusione ed umiliazione
 

La società consumens è riuscita laddove altri tipi di società moderne (totalitarie o democratiche) hanno fallito: l’esercizio totale e non dispendioso del potere. Esse ci sono riuscite attraverso <<l’effetto dell’internalizzazione dell’ordine [corsivo mio], cioè della volontà di comportarsi nel modo richiesto da un determinato modello di ordine. Di conseguenza l’esclusione assume l’aspetto dell’autoemarginazione, vale a dire del fallimento personale degli individui e indirettamente dei loro educatori, supervisori e guide>> (p. 55).

Il “potere” di cui si parla non passa più da una coercizione esterna, ma da un’opera di sedimentazione dell’omologazione sociale; l’”ordine” in questione corrisponde alla <<adesione incondizionata ai precetti consumistici>> che definiscono i criteri identitari e d’inclusione e, di converso, di esclusione. Non è solo una questione di conformismo, la società consumens sembra prevedere (e neutralizzare) al suo interno ogni movimento antagonista, vengono meno dunque gli stessi concetti di conformismo e trasgressione, non essendo più così facilmente visualizzabile (essendo stata internalizzata) ogni linea di demarcazione.

Avere cittadinanza, titolarità e dignità, in una parola, identità, richiede automaticamente l’avere un potere consumistico, e non semplicemente potere d’acquisto, concetto economico-politico divenuto assolutamente poco euristico in relazione a quanto stiamo dicendo. Allo stesso modo, ci avverte Bauman, i criteri di esclusione sociale non sono più regolati dall’improduttività, dall’inoccupazione, dalla devianza, ma dall’essere cattivi consumatori. Non c’è nulla di più pericoloso per le società contemporanee, nella percezione collettiva, ma anche nei calcoli politici, della recessione economica, della deflazione, del ritiro dal consumo.

Così codificata la minaccia sociale, la povertà e/o la diversità etnica (parliamo dei migranti) diventano oggetti paranoicali, e la <<mixofobia>>, il timore della contaminazione, del mescolamento con i poveri, il carattere prevalente della vita e della difficile convivenza urbana. Ma “povertà” non è semplicemente la millenaria condizione oggettiva di carenza di risorse e disuguaglianza sociale, è diventata, nella società consumens, una condizione di degrado psichico e morale più che in ogni altra epoca. Questo perché la monocultura consumistica produce un unico modello di uomo e di vita ed è il prodotto a sua volta di un’unica classe sociale, mentre la sempre maggiore divaricazione (sia su scala globale che su scala locale) tra ricchi integrati (seppure nella loro perenne insoddisfazione ed infelicità) e poveri emarginati rende indegno ed immorale il cattivo consumatore che diventa così una sorta di eversore sociale naturale.

Due generi d’infelicità/alienazione si confrontano dunque, tra le quali è difficile stabilire quale sia peggiore: quella dei “consumens” devastati e desertificati interiormente dal tritacarne socio-culturale post-moderno; e quella degli “aspiranti-consumens” sempre più distanziati dal loro obiettivo (diventare consumens) e per questo sempre più alienati.

 

La questione morale
 

Inutile nasconderlo, Bauman è un autore la cui principale preoccupazione è l’etica, e questo emerge fortemente nelle ultime due conferenze del presente libro. Per questo suo distinto ed esplicito carattere moralista (non moralistico), Bauman rischia di attirarsi la diffidenza da ogni parte del mondo intellettuale: da chi lo vive come un “anti-sistema”, e da chi lo vede come un “restauratore” antimodernista. Le simpatie di alcuni ambienti cattolici verso di lui hanno poi confermato questa sensazione.

Se però riusciamo a leggere queste ultime due conferenze senza pregiudizi ideologici, ne cogliamo delle preoccupazioni che appaiono, alla luce di quanto stiamo dicendo, condivisibili e “doverose”.

 

Quando Bauman esplora le radici della paranoia propria della società consumens, giunge ad affermare che <<il mondo di oggi sembra congiurare contro la fiducia>> ed individua nel “risentimento” il carattere psicologico prevalente.

Le città sono diventate, più che in ogni altra epoca, un crogiuolo di conflitti sociali nelle quali il sentimento di assedio predomina alimentato da risentimento, umiliazione, rivalità e paura, divenuti forme relazionali condivise e collettive. Bauman è molto esplicito a proposito: <<questo genere di relazioni sono di natura sociale, non individuale (…) devono essere affrontate esclusivamente attraverso la modificazione degli ordini sociali che le producono>> (p. 82).

Questa sorta di “programma rivoluzionario” dell’autore sembra passare però attraverso un cambiamento della coscienza collettiva in senso morale, piuttosto che, attraverso un progetto movimentista.

Ecco allora, di fronte alle stridenti contraddizioni delle nostre società che sempre più decisamente stanno distruggendo ogni forma di welfare e di servizio sociale, si alza la domanda del filosofo E. Levinàs, la stessa di Caino verso il Dio dell’Antico Testamento allorché gli chiede di Abele: “sono forse io il custode di mio fratello?”. Da qui, secondo Levinàs, trae origine il comportamento immorale, che si traduce nella “normalità” del non prendersi cura del proprio prossimo. Questo, dice Bauman a causa del fatto che gli odierni poveri ed emarginati sono passati dall’essere oggetto di compassione ad oggetto di rabbia, paura e risentimento (il recente episodio italiano dei lavavetri, sembra essere stato previsto nei minimi particolari).

Riprendiamo allora la biforcazione, tra padella e brace, dei due generi d’infelicità precedentemente citata: homo consumens ed aspiranti-consumens-emarginati.

Qui Bauman è spietato, e coglie la profonda natura immorale e cinica delle nostre società: a fronte dell’incertezza del mondo sperimentata dall’homo consumens,  <<la nostra società del rischio ha davanti a sé un compito terribile, quando si tratta di riconciliare i suoi membri con le insidie e i timori delle vita di ogni giorno. È questo è il compito che i poveri, un tempo rappresentati come sottoclasse di esclusi, rendono un po’ più agevole. Se il loro genere di vita rappresenta l’unica alternativa al “rimanere dentro il gioco”, allora i rischi e gli orrori del mondo flessibile e dell’incertezza di tutta la vita “normale” sono un po’ meno repellenti e insostenibili: ossia sono meglio di ogni altra alternativa concepibile>> (p. 91).

Mors tua vita mea è dunque diventata, del tutto sdoganata dalla società consumens, la pietra angolare dell’ordine morale e sociale.

 

Non ci sono dunque sconti per chi opera nelle professioni sociali (come noi): è con questo mondo che dobbiamo fare i conti. <<Essere responsabile dei propri fratelli rappresenta una sorta di condanna permanente a un lavoro faticoso e carico di ansia morale>> (p. 96). Ne sappiamo qualcosa noi che lavoriamo in trincea con le fasce deboli, tossicodipendenti, gravità psichiche, handicap, anziani, bambini, famiglie, etc. Nessuna requie, nessuna consolazione, nessuna procedura o terapia miracolosa o migliore delle altre, <<dipende, invece dagli standard morali della società di cui siamo tutti abitanti>>, risponde Bauman.

 

 

 

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[1] Utilizzo quest’opera come pre-testo di confronto, per tracciare una linea prospettica in una profondità storica rispetto all’attuale testo di Bauman. 

[2] Un testo su tutti, a mo’ di esempio: Jean Baudrillard, Lo scambio simbolico e la morte, del 1976.

[3] In questo articolo De Carolis rilegge alcuni dispositivi sociali, quali la circolarità, la pluralità e l’informatizzazione nella chiave nosologica del disturbo dissociativo.

[4] Vedere a proposito: L. D’Elia, Psicologia e Biopolitica su AP-Magazine, Maggio 2007

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Il posto del panico, il tempo dell’angoscia. Frattura e ricomposizione del legame sociale

Luglio 5th, 2007 admin Posted in Le recensioni di AP Magazine No Comments »

Il posto del panico, il tempo dell’angoscia
Frattura e ricomposizione del legame sociale

 (fonte: Letteratour)
Autore: Maurizio Montanari

Ramona voleva sposarsi, ma non ce l’ha fatta.
Vittorio desiderava calcare le scene, ma qualcosa glielo ha impedito.
Georg ha pagato con la vita il tentativo di smarcarsi dall’influenza del padre.
Mr. Roquentin e Fedra portano i segni indelebili di una caduta dalla quale sono riusciti a risollevarsi per riprendere il loro cammino.
Un elemento costante si ripete nei racconti dei pazienti ascoltati in questi anni dall’autore e condensati in questo libro: la constatazione inequivocabile che qualcosa si è rotto. Rotto nel senso di interrotto, spezzato, staccato. Si tratta di relazioni d’amore che finiscono di colpo, mariti o fidanzate che scompaiono d’improvviso. Lavori persi, amicizie che si sciolgono, ideali che si frantumano. In altre parole è la trama dei legami sociali che, in un momento particolare della vita di un uomo, non tiene più. Un momento a seguito del quale una sensazione di smarrimento, paura, dolore del corpo e debolezza irrompe nella vita del soggetto.

Diverse sono, da un punto di vista clinico, le conseguenze di tali traumi: chi scivola nell’anoressia - bulimia e imprigiona nel miraggio del corpo magro ogni possibile evoluzione, chi è colpito da attacchi di panico, chi da disturbi di conversione. Chi cade nella dipendenza da sostanze, chi sprofonda nel mondo buio della depressione. Chi prende congedo dalla realtà. Chi decide di farla finita. Queste espressioni del disagio individuale, oggi estremamente diffuse, possono essere viste non solo come ‘patologie’, ma anche come stratagemmi messi in atto dal soggetto per rimediare allo sfilacciarsi del legame sociale.

Questo libro cerca, a partire dalle parole di persone sofferenti, di dire qualcosa nel merito delle forme del disagio contemporaneo, lasciando uno spazio particolare ad un tema che si rivela imprescindibile nella sua attualità: l’angoscia.
Questo affetto, che non può essere incluso nella categoria dei sintomi, ha interrogato Freud lungo il corso di tutta la sua opera. Come questo dolore dell’anima giungere a livelli tali da paralizzare l’esistenza di un individuo? Da dove nasce questo mare ghiacciato che in molti casi sommerge ed imprigiona il soggetto? Quale è il lascito di autori di levatura immensa che, come Sartre, Kakfa e Kierkegaard, hanno fatto dell’angoscia esistenziale il punto sul quale poggiano le loro opere?
Anche l’attacco di panico, disturbo quanto mai attuale del quale già Freud parlava in una lettera a Whliem Fliess, sembra non possedere quelle caratteristiche che permettano di includerlo nella categoria dei sintomi. E pertanto appare collocabile in un altro posto.
Il testo termina con una breve incursione nel mondo della popolazioni cosiddette ‘primitive’.
Culture che non condividono con il mondo occidentale le sopracitate forme di disagio, ma sanno bene cosa è l’angoscia, e hanno saputo elaborare meccanismi finalizzati alla ricomposizione del legame sociale, strutturandolo in modo da scongiurare la ghettizzazione del singolo individuo malato.

Di questo si tratta in queste pagine, non senza passare per la sala cinematografica e l’opera di Jean-Paul Sartre, sforzandosi di leggere ed inquadrare il tutto attraverso la strumentazione teorica lasciata da Freud e Lacan
 

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Il Fantastico Mondo Dei Sogni. Capire e interpretare la vita onirica

Luglio 5th, 2007 admin Posted in Le recensioni di AP Magazine No Comments »

Il Fantastico Mondo Dei Sogni. Capire e interpretare la vita onirica di Sabina Rellini

Un interessante e completo libro sul “sogno” che, attraverso un excursus a 360 gradi, ci permette di avere diverse prospettive per analizzare e conoscere questo misterioso ed affascinante “mondo”. Il percorso attraverso il quale l’autrice, psicologa e psicoterapeuta, ci guida è fatto di elementi psicologici, storici ed antropologici. La parte delle conoscenze puramente teoriche è accompagnata da tecniche specifiche per imparare ad utilizzare i sogni e gestire quel immenso patrimonio che è il contenuto onirico: ecco indicazioni su come ricordare e analizzare i sogni, per avere un’interpretazione dei relativi messaggi ci giungono per affrontare il quotidiano, per delineare esigenze, rendere originali schemi obsoleti ed individuare strategie tese a superare crisi e conflitti.

         Importante è la funzione terapeutica dei sogni, che agiscono come una specie di terapia interiore che elabora i vissuti soffocanti della vita diurna. Alcune situazioni entrano nello scenario onirico e vengono proposte alla coscienza con un assetto diverso stabilendo un feedback che si autoalimenta positivamente.

         Ricco di esempi e citazioni, il testo propone testimonianze di molti artisti – letterati, pittori, musicisti, registi – che nei meandri dei sogni trovano illuminanti intuizioni e ispirazioni non ottenute nello stato di veglia. Non mancano aneddoti e testimonianze su scoperte scientifiche che sono state raggiunte, dopo lunghe e faticose ricerche, grazie alla rivelazione onirica: il chimico tedesco Kekulé, ad esempio, “vede” in sogno la formula esagonale del benzene cercata invano nella vita diurna ed il matematico e filosofo Condorcet afferma che spesso lavora a lungo su calcoli complicati, va a coricarsi e li trova risolti in sogno..

         L’esperienza onirica diventa anche una forma di problem solving ed il sogno, essendo espressione dell’inconscio, dispone quindi di mezzi ben diversi di quelli della mente consapevole dominata dai paradigmi della logica razionale.

          Attraverso il sogno, dunque, si entra in contatto con le proprie potenzialità creative; la creatività, naturalmente, va intesa in senso ampio perché riguarda anche lo stile di vita, le modalità di interazione con gli altri, l’acquisizione di mete significative.

Il libro si presta a una lettura agile e scorrevole, ed è corredato di una buona bibliografia e di un interessante ed utile doppio glossario sui termini freudiani e junghiani: sia Freud che Jung sono infatti spesso citati per evidenziare il notevole contributo in materia. In chiusura, la suggestiva galleria fotografica con diverse opere.

Insomma, un bel libro che ci permette di fare dei propri sogni una guida per sviluppare autoconoscenza e per esplorare le proprie possibilità di crescita psicologica.

 

Fernando Bellizzi

 

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Riconoscimento e Psicoanalisi di Diego Garofalo

Maggio 21st, 2007 admin Posted in Le recensioni di AP Magazine No Comments »

Diego Garofalo  Riconoscimento e Psicoanalisi, Borla, pag 211  € 22

 

Riconoscimento e Psicoanalisi è il titolo dell’ultimo libro di Diego Garofalo.

Diego Garofalo, psicologo e psicoterapeuta, didatta e docente della scuola di specializzazione in psicoterapia  della Società di Psicoanalisi Interpersonale e Gruppo-Analisi (SPIGA) già, prolifico autore di numerose pubblicazioni, propone una riflessione su una delle nuove frontiere su cui si muovono le ricerche più avanzate nel campo della psicoanalisi.

Per Garofalo il tema del riconoscimento rappresenta, come egli puntualizza nella prefazione al volume, un punto di arrivo della sua ricerca in campo psicoanalitico, che superata la prospettiva interpersonale approda a quella relazionale.

Approdo necessario e niente affatto naturale per l’autore che, tra i primi a introdurre in Italia il pensiero di K.Horney, con questo libro esteso che prende in esame tutta la letteratura internazionale oggi disponibile, (dimostrando una vocazione alla ricerca inusitata in ambito psicoanalitico per numero di citazione delle fonti), per giustificare, il prius della relazione analitica: la relazionalità e il conseguente riconoscimento nella relazione analitica.

La tesi centrale che regge la complessa impalcatura del testo  è riferita all’esistenza nell’individuo, fin dalla nascita, di un nucleo del Sé potenziale e precostituito solo in minima parte, che si costituisce e trova sviluppo continuamente in un’unità interna unica e specifica attraverso le continue relazioni intersoggettive.

Quindi solo l’azione di riconoscimento reciproco dell’analizzando e del terapeuta permetterebbe l’allargamento del Sé, inteso come campo mentale in continua co-costruzione e riuscirebbe a dar conto del processo psicoterapeutico.

La riflessione di Garofalo restituisce tutta la complessità della relazione analitica guardando in profondità la dinamica dell’intersoggettività dimostrando un raro equilibrio nell’esplorazione di entrambi i poli della coppia analitica.

Il libro è corredato inoltre di un’ampia sezione di vignette cliniche che consente una verifica e uno stimolo alla lettura intersoggettiva che il testo propone.

Questa ultima fatica di Garofalo costituisce un utile strumento di approfondimento per chi già opera nel campo della psicoterapia e un lavoro insostituibile per chi è all’inizio di questo gravoso lavoro, e che ha necessità avere una esatta percezione della complessità dei fattori in gioco nella relazione analitica.

 

Marino De Crescente

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Sognavo di essere Freud… Mi sono svegliata ed ero Willy il coyote

Maggio 5th, 2007 admin Posted in Le recensioni di AP Magazine No Comments »

Sognavo di essere Freud… Mi sono svegliata ed ero Willy il coyote
2007, Collana: Punti di Vista, pagine 96
Prezzo: € 9.00
Editore: Psiconline

VUOI IMPARARE COSA E’ UNA SANA DISILLUSIONE PROFESSIONALE? QUESTO LIBRO E’ PER TE.

VISITA IL BLOG DI AISHA PROXIMA

Dalla presentazione del libro:

A volte penso che bisognerebbe proprio inventarli… i gruppi per gli “psicologisti” anonimi intendo, in cui ognuno possa confessare il suo imperdonabile peccato di gioventù, che l’ha portato ad iscriversi a quel famigerato corso di laurea in Psicologia che gli prometteva di realizzare il sogno di fare qualcosa per gli altri…
Anche tu ce li hai i tuoi bei sogni da realizzare, vero? Tanti progetti ancora confusi o magari già ben delineati della tua mente… vorresti fare la psicoterapeuta in uno studio accogliente, o lavorare con i bambini a scuola, oppure ti piacerebbe fare selezione del personale o magari la psicologa dello sport?
Sono belli i sogni, sai, sono quelli che ti danno l’energia per cominciare, per fare il primo passo…

Ma nessuno ti ha davvero detto quello che succede dopo, vero?

E non parlo del problema delle pensioni sai (non apriamo questa porta!), né del mondo del precariato e della disoccupazione giovanile, parlo di quello che ti succede veramente, quando improvvisamente ti accorgi che sei laureata, ti guardi intorno e scopri di essere circondata da migliaia di altre ragazze e ragazzi che, con gli occhi sgranati come te, si chiedono:

E ADESSO?

Ed è per questo che ho scelto di raccontarti la mia storia, che non è solo mia, ma di tante persone come me e te, che si sono trovate in mezzo a questa avventura e si sono accorte troppo tardi dell’impresa in cui si erano messe in ballo… e adesso che fare?

Ora non ti resta altro che girare pagina…. e cominciare a ballare!
Dall’introduzione:

Aisha Proxima è uno pseudonimo collettivo nato intorno ad un originale progetto editoriale.
Aisha è costruita come un poliedro dalle molte facce intersecate tra loro, ed ogni sua parte corrisponde ad un pezzo di anima della professione di psicologo, o meglio ne rappresenta le nuove e nuovissime generazioni, da poco laureate o da poco specializzate.
Tutto ciò che è riportato in questo libro è assolutamente vero, seppure appaia inverosimile, ed è stato inserito all’interno di un racconto, costruito a partire dalle avventure e disavventure di vita professionale di otto colleghi tra i 27 ed i 35 anni.
Ma chi in queste pagine voglia cercare pruriginose curiosità sui pazienti e le loro stranezze, viste dagli occhi di imberbi psicologi alle prime armi, ha proprio sbagliato indirizzo.
No, non si tratta assolutamente di questo.
Qui si parla della condizione degli psicologi nell’attuale panorama italiano, raccontato dalla viva voce di un gruppo “significativo” di essi.
“Significativo” perché chiamati a raccolta da analoghe esperienze e da lucide e disincantate visioni del panorama professionale, ma soprattutto dalla volontà di prendere parola, unita al coraggio di raccontarsi per condividere tutto questo.
Non è neppure un ennesimo libro di denuncia, perlomeno non nel senso tradizionale del termine.
Chi legge questo libro potrà certamente costruirsi, immergendosi nel vivo delle esperienze qui raccontate, una propria idea ed immagine della reale condizione dei giovani professionisti alle prime armi, e prendere atto del fatto che, senza giri di parole, la gran parte di loro, indipendentemente dalla loro capacità, versano in gravissime condizioni con pesanti ripercussioni anche personali.
E mentre le nuove generazioni di psicologi sono nella peggiore situazione possibile per poter operare come meriterebbero, paradossalmente, l’esigenza di psicologia aumenta a dismisura nella nostra società senza che questo diventi ancora una cosciente domanda, trovando l’intera comunità professionale del tutto spiazzata ed incapace di corrispondervi, ripiegata nel conservare privilegi e piccoli fortini ideologici.

 

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Trenta chili

Aprile 10th, 2007 admin Posted in Le recensioni di AP Magazine No Comments »

Recensione del libro “Trenta chili” di Stefania Sabbadini, Luana De Vita, Nutrimenti, Roma 2006

 Un piccolo libro dal contenuto molto grande. La prima impressione che mi ha trasmesso la copertina è stata la curiosità dell’immagine raffigurante questo corpo esile, probabilmente femminile per via dell’anello al dito, quasi protetto dai nomi degli autori e dal titolo “trenta chili”, e poi, metà della pagina lasciata bianca, vuota.

Un libro sull’anoressia. Avevo visto un programma televisivo in cui le due autrici erano state intervistate ed avevano presentato la loro storia, di paziente e di terapeuta, del percorso di cura, e questo mi ha incuriosito.

Un libro che si legge agevolmente, dal punto di vista dello stile di scrittura, un po’ meno se pensiamo al contenuto, visto il carico emotivo e l’importanza degli eventi narrati. Ed in effetti è un libro molto versatile che può essere letto in più modi, e che unisce più livelli di lettura e che può “nutrire” diverse menti, a seconda della fame che si ha.

In effetti “trenta chili” in libreria lo troviamo come libro di narrativa, perché questo ci troviamo davanti. La storia di Stefania Sabbadini e della sua anoressia. Tra le mani abbiamo il suo racconto, e quindi la sua vita. Leggendolo la prima volta ho avuto la sensazione di star “sbirciando nel diario” di qualcuno, di un qualcuno che mi racconta la sue emozioni ed i suoi vissuti, le sue esperienze, forti e dolorose. Proprio il cercare d’immaginare come possa essere vivere la sua vita che mi ha impedito di fare “un’abbuffata” e leggere tutto d’un fiato il libro. E anche se la lettura potrebbe scorrere veloce, sono il carico emotivo e le esperienze di vita a renderlo difficile da mandare giù.

E le teorie psicologiche e le tecniche? Non ci sono, almeno non esplicitamente nel racconto. Un breve accenno alla psicologia c’è nell’introduzione, e poi, una volta informati educatamente della presenza dello psicologo, l’attenzione va tutta sulla vera protagonista del libro. Questa ragazza, ormai donna, che ci racconta la sua storia, una storia ricostruita durante una psicoterapia, dove si evidenza il lavoro fatto dalla ragazza, dalle sue emozioni, dalla sua esperienza arricchita da ulteriori aspetti. E la psicologa, ed il suo modello teorico di riferimento, si sentono, come presenza che rassicura ed accompagna, ma che discretamente entra nella vita della protagonista, e la lascia agire e scoprire la sua voglia di vivere.

 

Fernando Bellizzi

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Ipnosi e dolore

Marzo 15th, 2007 admin Posted in Le recensioni di AP Magazine No Comments »

Ipnosi e dolore

di Carlo Antonelli

Edizioni Laterza, Bari 2003

 

Il testo inizia con la presentazione firmata da un leader storico nel settore dell’ipnosi quale è il prof Rolando Weilbacher. Il libro è di facile lettura e presenta un testo snello e sintetico. La struttura del libro è quella classica, per cui s’inizia con una breve panoramica storica sulla nascita dell’ipnosi attraverso i personaggi e le vicende che hanno permesso a questa tecnica di entrare nel mondo della scienza medica. Viene descritta la tecnica ipnotica e le varie fasi di applicazione, con particolare attenzione alla parola; non mancano le descrizioni degli aspetti biologici e fisiologici, elementi non sempre presenti in altre opere. L’autore riesce quindi a sintetizzare ed amalgamare le sue conoscenze del campo medico con le conoscenze della tecnica ipnotica. Nella seconda parte del libro si affronta il tema dell’ipnositerapia e degli aspetti psichici legati alla malattia ed alla sofferenza; vengono brevemente presentate diversi modelli teorici di riferimento, corredati da esempi concreti, che permettono un rapido approccio operativo alle tecniche esposte.

La terza parte del libro è dedicata al dolore. Vengono esplorati aspetti fisiologici e psicologici dell’esperienze del dolore, trattando brevemente gli aspetti filosofici e religiosi per affrontare il tema del significato che può assumere per la persona. Infatti, non solo vengono descritti diversi tipi di dolore, ma viene posta l’attenzione sull’importanza della percezione soggettiva del dolore che non sempre è proporzionata agli aspetti fisiologici. Anche in questa parte del libro troviamo una completa varietà d’informazioni che includono anche gli aspetti negativi ed i possibili errori nei quali si può incorrere non applicando correttamente la tecnica.

Suggestiva anche la frase biblica in ebraico all’inizio del testo: Il dolore come sfida potente all’uomo! Ma gli stessi versi contengono implicitamente anche una risposta: il potere della Parola. Senza sbilanciarsi l’autore conclude il libro con un’altra breve frase tratta dallo stesso capitolo che ha in sè il germe di una nuova prospettiva e di una speranza.
 
 

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Il giudice onorario minorile

Febbraio 18th, 2007 admin Posted in Le recensioni di AP Magazine No Comments »

Piera Serra

Il giudice onorario minorile

Franco Angeli, 2006

 

 

 

È un  libro che si può leggere in due modi. Può essere un saggio psico-giuridico di presentazione del giudice onorario del tribunale per i minorenni,  figura fondamentale della giustizia minorile e significativo ambito di realizzazione per gli psicologi. Si può altresì leggere come diario, acuto e spesso originale, di una psicoterapeuta che, nei panni di giudice onorario, ha potuto cogliere aspetti del disagio minorile che difficilmente giungono fino all’ambito clinico. Ascoltando coppie aspiranti all’adozione, partecipando a collegi civili e penali, ricevendo in udienza minori, familiari e operatori, ha elaborato riflessioni  su questioni quali la relazione tra giustizia e psicologia, il ruolo sociale del giudice minorile, la parte che il tribunale gioca nella triade minore, famiglia di nascita e adottanti, le criticità di natura transculturale nella comunicazione tra il giudice e il minore straniero. Una focalizzazione speciale è riservata alle persone adottate che, da adulte, cercano informazioni sulla famiglia di nascita: una recente legge dà loro il diritto di accedere al fascicolo custodito in tribunale. Anche trattando questo punto Piera Serra presenta innanzitutto le singole problematiche esistenziali per approfondirne poi il senso utilizzando anche una chiave culturale. Emerge che la ricerca della madre e del padre di nascita, spesso vissuta come terreno pericoloso da parte di chi circonda la persona adottata, quasi sempre altro non è che il tentativo di comporre con dignità la propria identità reintegrandone un pezzo che è stato pietosamente tenuto nascosto come fosse una vergogna. Se, in questa ricerca, la persona appare emotivamente molto coinvolta, in genere non è, come erroneamente si tende a ritenere,  perché si aspetti un legame affettivo importante con il familiare di nascita, bensì perché in questa nostra epoca di estrema crisi dei valori  e delle verità, la ricostruzione della propria storia individuale può assumere un senso profondo fino a diventare necessaria. 

Se dunque nella prima parte il testo descrive i compiti istituzionali del giudice onorario e i limiti della sua operatività, nella seconda parte la focalizzazione è sui soggetti che sono toccati dai provvedimenti del tribunale per i minorenni e sui cambiamenti che può produrre, in loro, l’interazione con il giudice minorile.      

 

 

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Panico: istruzioni per l’uso

Febbraio 18th, 2007 admin Posted in Le recensioni di AP Magazine No Comments »

G. Lanari, B. Rossi, P. Adorni, V. Cei

PANICO: ISTRUZIONI PER L’USO. Come trasformare un problema in una opportunità

Armando Editore – Roma – 2006 – 110 -  euro 13,00 

 

 

 

In questo volume, gli autori si propongono di portare le loro conoscenze inerenti il Disturbo da Attacchi di Panico (DAP), acquisite attraverso l’esperienza professionale e la pratica clinica, ad un pubblico composito, non specialistico, ossia rivolgendosi a lettori attenti alla propria qualità di vita, portatori di sofferenza, ma anche soltanto curiosi di saperne di più.

Mi pare importante sin da subito, segnalare la visione prospettica adottata, che nella prefazione stessa del libro viene definita nei termini di “psicoeducazione” e di “prevenzione”, poiché troppo spesso ormai, si trovano sugli scaffali delle librerie, manuali “fai da te” che il più delle volte inducono onnipotenza, illudono sulle realizzazioni personali, squalificano il sostegno gruppale e, quelli si, pongono il rischio che la persona viva sentimenti di frustrazione…bene che vada!

Dunque, quell’ “Istruzioni per l’uso” nel titolo del testo, va inteso come guida per trovare la corretta visione di un disturbo che può essere usato, appunto, come opportunità di evoluzione personale.

L’impegno degli autori ad utilizzare un linguaggio chiaro e diretto, e ad organizzare i testi in brevi sottocapitolazioni, si traduce in un importante pregio del libro, così capace, senza fraintendimenti, di colloquiare con e sulla sofferenza, in un modo che mi è parso autentico e sereno, da guida esperta.

Dell’inizio mi piace segnalare anche la citazione di Jim Morrison: “Non piangere se non vedi più il sole, perché le lacrime ti impediscono di vedere le stelle!”. Jim Morrison è l’istrionico cantante, santone supremo, re, di un gruppo che nasce nel 1966 a Los Angeles, i Doors, mitici sin dal loro esordio per quell’insieme di musica rabbiosa, inquieta e aspra, e voce tenebrosa, ipnotica, che allora proponevano. Una colonna sonora intrisa di iperfisicità, respirazioni contratte, che narra in musica del mito di Edipo (“The End”), in cui l’ascoltatore si perde, un po’ perversamente. Anche il dio Pan, veniamo a sapere più avanti nel testo del libro, dall’analisi etimologica condotta, è il Dio delle “scorribande giovanili”, e rappresenta godimento, sessualità anche perversa, perché “non può soddisfare l’amore della sua vita”. Ed è in conseguenza al suo urlo che la persona sperimenta Panico (un attimo prima il Dio stava dormendo, dunque l’urlo coglie davvero di sorpresa!).

Ora, a lettura del testo terminata, riprendendo quel piangere che impedisce di vedere le stelle, mi pare di poterlo riferire all’importante componente fisiologico/fisica, costitutiva del DAP, connessa alla disturbante sintomatologia esperita e alla corporeità posta sempre in primo piano, come sotto i riflettori, rispetto al mondo emotivo, che da essa e dalla sua ombra è offuscato. Questo sostiene l’atteggiamento per cui si avvia il pellegrinaggio tra visite specialistiche ed esami diagnostici di ogni tipo, nonché le resistenze e le fatiche durante il trattamento. Ciò è ben evidenziato, insieme naturalmente ai benefici relativi agli specifici interventi, nei capitoli inerenti la Psicoterapia (viene descritta quella di tipo cognitivo-comportamentale), la Farmacoterapia, e i Gruppi di Mutuo Auto Aiuto.

Il sole rimanda invece all’immagine di sé perduta, al ricordo nostalgico di un “prima” radioso, grandiosamente idealizzato, e di un “dopo” dove “è un po’ come non riconoscersi più”. C’è chi fa di questo perdersi la propria scelta di vita (Jim Morrison si perde definitivamente nel 1971, dopo pochi anni di enorme successo), e chi in questa paura, sostengono gli autori, trova modo di segnalare a sè stesso l’esistenza di un pericolo, l’attraversamento di un tempo sconosciuto che richiede attenzione, il “trovarsi ad un bivio”, sia esterno che interno, del proprio percorso storico.

Il libro fa comprendere, senza mettere in allarme, che il DAP è un disturbo serio, che origina nella storia complessiva dell’individuo, e che non passa così come è arrivato, al contrario è passibile ben presto di cronicizzazione. E gli autori, riescono nel prezioso intento di divulgare un approccio alla malattia, che evita di chiudere il soggetto in questa patologia psicofisica “prigione dell’anima”, aprendo invece alla possibilità di coltivare la speranza. In ciò si identifica quell’azione preventiva che faciliterà il riconoscimento del DAP, e potrà sollecitare la domanda d’aiuto e d’intervento terapeutico.

 

Dott.ssa Clara Cortellazzi

 

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