Tirocinante? No grazie
Forse qualcuno ha davvero pensato che la professione dello psicologo venisse intrapresa per una vocazione personale. Probabilmente la motivazione ufficiale è proprio una scelta ideologica e una scelta di vita, magari quella ufficiosa è quella di autocurarsi e di vivere meglio. Diciamo allora che possiamo ritenerci tutti soddisfatti. Mi riferisco al fatto che attualmente la storia della psicologia conta da una lato di un esercito di Psicologi-Psicoterapeuti che sta combattendo la propria guerra santa, pagando la crescita personale e culturale, studiando libri scritti da altri, “tirocinando” per una lista pressoché infinita di cooperative o similari, per circa 10 anni. Nel frattempo, e dall’altro lato alcune lobby, fomentando tale ideologia, hanno trovato modo di fare soldi. Se le cose stanno così, alla luce di quanto sta accadendo, non è azzardato dire che il non riconoscimento della figura dello Psicologo risponde anche ad una logica economica, ad una logica di interessi che di certo non sono dello Psicologo, o quanto meno del giovane Psicologo. Una serie di notizie e statistiche lasciano invece credere che solo dopo un anno dal conseguimento dell’abilitazione per l’esercizio della professione (che richiede di per sé 5 anni di corso universitario, 1 anno di tirocinio e 1 anno di esame di stato ovvero che richiede 5000 euro di tasse + 2000 euro di libri + il dispendio economico per i 7 anni di disoccupazione formativa) si trova un lavoro e dunque un riconoscimento sociale. La verità è un’altra. L’iter formativo di cui sopra apre le porte per un’ulteriore formazione molto dispendiosa, accompagnata da un precariato ansiogeno e da vissuti di fallimento personale che richiedono un’ulteriore terapia e sostegno ai quali si fa ricorso per la sopra citata vocazione personale. Ma d’altronde non possiamo lamentarci. Ma senza andare troppo avanti, soffermiamoci su una stazione alla volta di questa via crucis senza fine. Soffermiamoci sul tirocinio. Molti l’hanno pensato. Molti si sono “impazziti” alla ricerca di un posto dove svolgere il tirocinio. Eppure le modalità attuative dell’articolo 6 del D.P.R. 328/01 parlavano chiaro. Infatti, premettendo che l’attività di tirocinio costituisce la traduzione in competenze operative delle conoscenze acquisite nel corso di studi e si configura come un’attività centrata sull’acquisizione del ruolo professionale che si esplica attraverso una relazione intersoggettiva che deve necessariamente essere realizzata sotto la responsabilità di un tutore coinvolto nel monitoraggio e nella valutazione dell’attività stessa, sembra essere centrale la figura del tutor, che per l’intera durata del tirocinio dovrebbe avere, sempre a detta del D.P.R. più sopra citato, le seguenti funzioni:
a) introdurre al contesto (istituzionale, interpersonale, tecnico-strumentale) entro il quale si svolge il tirocinio;
b) effettuare, insieme al tirocinante, una specifica programmazione dell’esperienza, definendone operativamente obiettivi, metodi e fasi e armonizzando tale programma con le caratteristiche del contesto;
c) verificare, attraverso un costante monitoraggio, l’esperienza svolta dal tirocinante, aiutandone la comprensione critica e le riflessioni sulle implicazioni relazionali e le dinamiche soggettive attivate dall’esperienza stessa, apportando i correlati suggerimenti per integrare e/o correggere l’esperienza medesima;
d) esplicare una funzione didattica integrativa, a partire dagli elementi di valutazione che si evidenziano attraverso il monitoraggio;
e) procedere infine ad una valutazione consuntiva del tirocinio, con riferimento ai risultati formativi del singolo tirocinante, alle loro articolazioni con l’intero contesto istituzionale in cui l’esperienza del tirocinio si è svolta, alle prospettive occupazionali del settore.
Ma credo sia doveroso fare ancora un passo indietro. Prima che si verifichino tutte queste condizioni, è necessario trovare una struttura che non sia satura e che sia disposta ad accogliere tirocinanti. Bene supponiamo di esser stati in grado di spostare le varie liane, di attraversare indenni l’ennesima palude e di essere giunti nell’ultima grotta non ancora occupata, cosa pensiate possa accadere al nostro tirocinante sopravvissuto? Nella migliore delle ipotesi farà archiviazione dati, ma anche funzioni di segreteria o peggio ancora quella noiosissima attività di trascrivere gli appunti, spesso indecifrabili dei medici e degli infermieri, presso il computer centrale di un’importante ASL. Si va in queste strutture con il ruolo di psicologi ma spesso nessuno lo sa laggiù, nemmeno i pazienti che ti scambiano facilmente per uno di loro. E allora è bene tenere in considerazione che la stessa normativa di cui sopra recita che l’applicazione delle linee guida possa essere garantita da Commissioni per i tirocini che dovrebbero essere attivate presso le singole sedi universitarie con la partecipazione di esponenti degli ordini regionali, commissioni peraltro già previste dal DM 239/92, art. 1, comma 2. Tali commissioni avrebbero il compito di stabilire i criteri di monitoraggio del tirocinio e di verifica della sua efficacia.
Qui di seguito un elenco delle facoltà di Psicologia in Italia e i recapiti utili a contattare gli Uffici Tirocini.
Katia Carlini e Monica Barassi
Università degli Studi di Bologna
Sede: Bologna, 051 2091848
Sede Cesena, 0547 38914
Università Gabriele D’Annunzio
Sede: Chieti, Tel. 0871 552392
Università degli Studi di Torino
Sede: Torino, gabriella.gonella@unito.it
Università La Sapienza
Sede: Roma, 06/49917717
Università degli Studi di Trieste
Sede: Trieste, 040 558 2722
Università degli Studi Milano Bicocca
Sede: Milano, 02 64487490
Università degli Studi di Padova
Sede: Padova, 049 8276494
Università degli Studi del Sacro cuore
Sede: Milano, 02 72341
Università degli Studi di Firenze
Sede: Firenze, 055 6268114
Università degli Studi di Parma
Sede: Parma, Numero Verde: 800 904 084
Università Vita - Salute San Raffaele
Sede: Milano, Numero Verde: 800 339033
Seconda Università degli Studi di Napoli
Sede: Napoli, 0823 274794