Gli Psicologi e la 180. Un profilo di competenze

Gli Psicologi e la 180
Un profilo di competenze

Luigi D’Elia* – Felice Torricelli**

Contestualizzazione storico-politica

Dopo la Legge 180 del 1978 la cosiddetta Salute Mentale diventa obiettivo specifico del Servizio Sanitario Nazionale. Uno dei principi chiaramente espressi negli obiettivi della Legge 833/78, che recepisce la 180, è che occorre privilegiare “il momento preventivo e inserendo i servizi psichiatrici nei servizi sanitari generali in modo da eliminare ogni forma di discriminazione e di segregazione pur nella specificità delle misure terapeutiche, e da favorire il recupero ed il reinserimento sociale dei disturbati psichici” (Titolo III art. 2 comma g).
La società italiana e gli operatori del settore si sono ritrovati, 30 anni fa, a capovolgere la cultura “im-munitaria” che ispirava fino ad allora la relazione con la sofferenza psichica severa con una cultura “co-munitaria” fino ad allora assolutamente assente o largamente minoritaria nel tessuto sociale. L’obiettivo di fondo era quello di costruirla a partire dall’assunzione sociale del disagio da parte di tutti i soggetti in campo, a partire dai servizi pubblici e privati. Un compito davvero difficile soprattutto perché alla sua definizione si era arrivati senza che il dibattito intorno alla psichiatria coinvolgesse realmente il Paese.

Ancora oggi l’organizzazione dei nostri servizi per la Salute Mentale porta lo stigma di quella mancata elaborazione.
Nel 1978, infatti, la cultura basagliana dell’apertura dei cancelli e dell’abbattimento dei muri dei manicomi era stata accolta solo da una minoranza illuminata e in gran parte politicamente orientata di operatori: la parte restante degli operatori della salute mentale (forse la maggior parte) continuava a lavorare utilizzando quotidianamente la contenzione fisica, l’elettroshock, le docce fredde, e ciò nel chiuso dei reparti e senza alcun contatto con l’esterno.

La normativa psichiatrica pre-180 era infatti orientata da una legge del lontanissimo 1904 che concentrava l’intervento intorno ai concetti di “pericolosità sociale” e di “pubblico scandalo” e in nome di questi principi la segregazione appariva uno strumento coerente di intervento.
Contro quella legge giolittiana i Radicali avevano raccolto, nei mesi precedenti il maggio 1978, le firme necessarie a promuovere un Referendum Abrogativo che avrebbe dovuto tenersi, di lì a poco.

L’assenza della legge, una volta che questa fosse stata cancellata dal Referendum, avrebbe – secondo i Radicali - davvero liberato la sofferenza mentale riconducendone il trattamento nell’alveo della medicina. Comunque l’opportunità più rilevante che si apriva era proprio quella di avviare un dibattito profondo, nello Stato, intorno alla malattia mentale e al suo trattamento.

In verità il Parlamento – con la collaborazione attiva della maggioranza e dell’opposizione di sinistra (era in auge il cosiddetto “compromesso storico”) – stava lavorando da tempo alla Riforma del Sistema Sanitario, all’interno della quale si sarebbe voluta far rientrare la normativa per la Psichiatria (come fu peraltro fatto). Veniva quindi sentito, da parte delle forze politiche più rappresentative, il rischio che, qualora il quesito referendario non fosse stato approvato dal voto popolare (cosa plausibile, visto che sembrava forte nel paese la spinta a conservare e sostenere gli istituti che, almeno all’apparenza, assicuravano ordine pubblico e sicurezza sociale) ci si sarebbe ritrovati con la legge del 1904 stabilizzata dalla volontà popolare.

L’Italia era infatti alle prese con i momenti più drammatici dell’attacco terroristico (Moro era stato rapito dalle Brigate rosse il 16 marzo di quell’anno) e l’opinione pubblica era quindi concentrata su vicende ritenute di maggiore emergenza.
Il dibattito parlamentare, come quello nel Paese, fu quindi ridotto a lumicino dall’urgenza di evitare per tempo il Referendum e la legge venne approvata direttamente in Commissione Parlamentare, senza neanche un passaggio in Aula.

L’inconcepibile lavoro clinico-sociale

Il principale capovolgimento di mentalità che la riforma legata alla 180 richiedeva, riguardava la concezione stessa di salute mentale, affidata in larga parte alla sanità pubblica regionalizzata e alla sua faticosa organizzazione. Era richiesto, anche qui, un cambiamento di culture organizzative e di approcci che quasi mai è stato possibile attuare e rendere patrimonio comune negli anni successivi alla riforma psichiatrica. Le culture orientate da una visione “umanistica” - alla base della legge di riforma psichiatrica - sono state sempre più marginalizzate in un periodo storico in cui i modelli efficientisti, aziendalistici e biologistici, hanno molto rapidamente assunto il dominio dello scenario.

Non v’è dubbio che le matrici fenomenologiche, psicodinamiche, socioterapeutiche che hanno ispirato culturalmente la legge 180 (e Basaglia aveva esattamente questa formazione) sono risultate, nel tempo, largamente minoritarie rispetto all’affermarsi nelle società occidentali postmoderne di orientamenti culturali ed istituzionali medicalistici, laddove si era invece auspicato un radicale decentramento/relativizzazione della psichiatria - intesa qui come modello “forte” legato alla gestione degli apparati sanitari - per poter lasciare il posto ad un approccio sociale, integrato, comunitario (umanistico in senso ampio).

Gli Psicologi, poi, arrivarono in ritardo a portare il loro contributo scientifico-culturale e a partecipare attivamente alla riforma psichiatrica. I primi due Corsi di Laurea italiani in Psicologia erano stati aperti nel 1971 (a Roma e a Padova) e la legge istitutiva dell’Ordine era ancora molto di là da venire (occorrerà aspettare il 1989), anche se il sen. Ossicini aveva cominciato ad adoperarsi perché venisse riconosciuta la nostra professionalità.
Coloro che si definivano “Psicologi” nel 1978 avevano, per la maggior parte, una formazione di base in altre discipline ed una formazione in Psicologia solitamente legata alle teorie psicodinamiche. Ben pochi erano allora (e drammaticamente pochi sono ancora oggi) gli psicologi che avevano potuto avere una formazione “sul campo” in Salute Mentale, che erano entrati nei manicomi a conoscere “i matti” di Basaglia e che su queste esperienze avevano potuto sviluppare modelli specifici del loro intervento professionale.

E su questa stessa scena, gli psicologi, assieme agli altri operatori della salute mentale, si sono ritrovati - senza una specifica formazione accademica e senza avere disponibile una modellistica operativa - in prima linea nell’assunzione di un compito quasi impossibile: realizzare un cambiamento rivoluzionario – sul piano clinico e culturale – in un contesto sociale sostanzialmente impreparato a sostenerlo senza avere altro supporto che una forte spinta ideale e strumenti concettuali sviluppati in altri contesti.

Come gli psicologi che si occupano di istituzioni e organizzazioni ben sanno, a fronte della difficoltà dei compiti istituzionali assegnati loro, gruppi ed organizzazioni entrano facilmente in crisi, spostando o semplificando i problemi connessi ai compiti difficili e inevasi oppure entrando in un circolo vizioso d’impotenza, distanziamento e burn out. Queste reazioni riducono grandemente la capacità di discernimento e di decisione dei soggetti coinvolti in quello stesso compito.

Derive ideologiche da un lato e risposte reattive/reazionarie dall’altro sono perciò due facce della medesima medaglia: l’impotenza, appunto.

Nonostante l’avversità del contesto in cui ci si è trovati ad operare, gli operatori della Salute Mentale riformata, con gli psicologi in prima fila, hanno continuato per tutti questi 30 anni di applicazione della legge a sperimentarsi in esperienze-pilota e in tentativi, più o meno riusciti, di applicazione dei principi e, soprattutto, dei costrutti teorici orientati in termini terapeutici.
La lenta costruzione di nuove agenzie sociali, residenzialità terapeutiche, nuove modalità di accoglienza del disagio psichico, ha consentito, specialmente nel settore del privato-sociale (che in questi 30 anni si è andato organizzando con crescente efficienza nel trattamento delle patologie psichiche più gravi), la nascita e lo sviluppo di numerose esperienze di tipo comunitario - ormai storicamente definite “strutture intermedie” (intermedie tra ospedale e territorio, tra terapeutico e sociale, tra tempo di cura e tempo di vita) nelle quali la complessa professionalità dello psicologo ha potuto lentamente dispiegare il proprio potenziale e ri-compendiare informazioni e competenze in una professionalità emergente oggi fondamentale nel campo della Salute Mentale.

A nostro parere, l’ingente potenziale di competenze finalizzate alla Salute Mentale Collettiva proprio degli Psicologi non è del tutto espresso ancora oggi.
Ancora oggi, infatti, la formazione accademica raramente propone agli Psicologi il confronto (o anche solo il contatto) con le strutture organizzate per la cura della sofferenza mentale. Quanti sono infatti i colleghi che nella loro formazione universitaria possono vantare la frequentazione delle strutture di un Dipartimento di Salute Mentale? O di Strutture Intermedie per la cura delle patologie psichiatriche?

Un profilo di competenze indispensabile

Se volessimo invece elencare, in termini di funzioni professionali, le competenze che uno psicologo è in grado di esprimere, dovremmo partire forse dai modelli culturali e organizzativi di cui egli è, per formazione, portatore e che nel suo “DNA” sono presenti fin dall’inizio.
Stiamo parlando dell’approccio integrato ai problemi della salute psicologica e dell’assistenza che qui per comodità sintetizziamo con il termine “clinico-sociale”.

Lo psicologo che lavora nelle strutture intermedie mette in gioco in questo ambito le seguenti aree di competenza:
1. competenze progettuali e organizzative psicologico-sociali;
2. competenze di tipo clinico, gruppali, familiari, riabilitative, sociali;
3. competenze legate alla ricerca qualitativa e quantitativa;
4. competenze legate alla formazione.

Uno psicologo opportunamente formato in ambito clinico-sociale è allora in grado di espletare le seguenti funzioni (ovviamente all’interno di équipe pluriprofessionali):
Ø progettare e dirigere strutture intermedie
Ø organizzare strutture intermedie
Ø progettare e sviluppare interventi riabilitativi e sociali
Ø reinserire socialmente i pazienti
Ø realizzare interventi clinici individuali
Ø condurre gruppi di ogni tipo
Ø lavorare con le famiglie
Ø progettare e curare la manutenzione del lavoro di équipe
Ø eseguire ricerche quantitative e qualitative di tipo clinico e di tipo istituzionale e sociale
Ø applicare strumenti psicodiagnostici
Ø realizzare progetti formativi
Ø condurre supervisioni/covisioni
Ø svolgere interventi psicosociologici ed analisi organizzative

In generale, possiamo affermare che la preparazione professionale dello Psicologo che si forma su epistemologie della complessità, tenendo assieme la polarità clinica con quella sociale, si sposa alla perfezione con le esigenze delle istituzioni terapeutiche “intermedie” che richiedono un lavoro sui confini, sulle interfacce, sulle reti sociali, familiari, istituzionali.

Questo profilo professionale, così articolato e così indispensabile alla moderna società civile, non è però affatto supportato nella formazione accademica, ferma spesso su stereotipi lontani anni luce dai bisogni curriculari professionali più attuali. La gran parte di questa formazione è oggi successiva al percorso universitario ed anche post-universitario, molto spesso autodidattica e maturata sul campo.
Anche per questo la professionalità psicologica in Salute Mentale sconta una marginalità rilevante all’interno dei quadri normativi: è attualissima e non ancora risolta, in molte regioni, la questione degli organici professionali delle strutture di cura per la Salute Mentale in cui la presenza degli psicologi e spesso richiesta per pochissime ore. Le proposte di politici e funzionari sottodimensionano costantemente il ruolo e l’importanza della nostra professione ben oltre quello che le esperienze più interessanti condotte in questi ultimi 30 anni dimostrano essere utile alla cura della sofferenza psichica.

Uno dei rischi più imminenti è che competenze complesse come quelle guadagnate in questo settore vadano ora perdute: il tessuto del Privato con Finalità Sociali (Profit ma soprattutto No Profit) fa sempre più fatica a sopravvivere, schiacciato da interessi ben più forti che non il diritto dei deboli; interessi legati ai profitti dell’industria farmaceutica e a quella del contenimento para-sanitario e para-assistenziale, in cui riemergono e si riattualizzano le ansie profonde compendiate nei concetti di “pericolosità” e “scandalosità” della malattia mentale che la legge 180 ha solo rimosso.

Gli Psicologi, poi, rappresentano la ruota forse più debole del no profit, schiacciati proprio dal mancato riconoscimento (scientifico, formativo e formale) del valore che le competenze psicologiche portano all’intervento terapeutico e riabilitativo in campo psichiatrico.
Proprio intorno al riconoscimento – finalmente - del valore trasformativo e terapeutico dell’intervento psicologico dovrebbe oggi giocarsi la battaglia culturale per una riforma vera e partecipata delle norme sulla Salute Mentale.

Lo Psicologo, opportunamente formato in ambito clinico-sociale, è il professionista che più profondamente incarna il passaggio culturale che la riforma psichiatrica ha mancato e che riguarda proprio l’integrazione di vertici di osservazione/intervento molteplici: il vertice clinico, il vertice riabilitativo, il vertice sociale, il vertice formativo, il vertice delle “scienze delle istituzioni”.


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2 Responses to “Gli Psicologi e la 180. Un profilo di competenze”

  1. Concordo pienamente con gli autori dell’articolo (che conosco e saluto) ma purtroppo per arrivare a ciò (riconoscimento professionale ed economico) molto va cambiato in primis all’interno delle politiche economiche delle ASL (che rammento sono quelle che inviano i pazienti) e ovviamente in ambito politico - medico.
    A tutt’oggi una “buona” (intendo efficace) comunità si regge sulla possibilità di usufruire del lavoro qualificato degli psicologi - che spesso paga meno degli infermieri e degli OTA (assunti per ottenere la delibera autorizzativa) -senza corrispondentemente saldarne un onorario onorevole.
    Se ad oggi le comunità dovessero riconoscere economicamente gli psicologi in modo adeguato al lavoro che svolgono, credo che tutte dovrebbero chiudere i battenti oppure tenerne in collaborazione solo uno e sostituire gli altri con OTA (come avviene nelle cliniche). Il lavoro quindi sarebbe più simile al lavoro di un medico (al di qua della scrivania) e perderebbe molto nella possibilità di applicare fino in fondo la 180.
    Non vedo vie di uscita, se non continuare a coltivare la passione di lavorarci.

  2. Silvia Busnelli Says:

    Sono d’accordo con l’articolo, anche se nell’attuale realtà italiana mi sembra assolutamente avveniristico. Lavoro da cinque anni, prima come tirocinante e da un anno come volontaria, in un DSM, e la cosa che mi appare più evidente, fino al limite dello scandalo, è lo sfruttamento del lavoro degli psicologi, presenti in minima misura e, appunto, sottopagati. Non credo che la questione sia stare da una parte o dall’ altra della scrivania, come sembra suggerire Laura Sardone, in quanto il possesso di buone competenze e una buona formazione potrebbe consentire di fare al meglio molti degli interventi suggeriti nell’articolo, anche stando al di qua della scrivania. Penso che la questione sia complessa e non credo che non vi siano anche responsabilità in negativo di psicologi e psicoanalisti che si sono avventurati nel campo della malattia mentale con un bagaglio di strumenti non sufficientemente adeguato… ci vorrà molto tempo perchè le competenze dello psicologo (quando ci sono e sono adeguate) vengano riconosciute e valorizzate per quelle che sono le loro effettive potenzialità. Per quanto riguarda la psicoanalisi, nel cui campo ritengo di potermi riconoscere, penso che un danno non indifferente per esempio sia dovuto al fatto che un insegnamento fondamentale, per la sua intrinseca valenza in campo psichiatrico, come quello di Lacan, non si sia potuto diffondere adeguatamente, per motivi vari e che non serve andare a ritrovare, nella realtà italiana. Non resta che sperare che chi si è adeguatamente formato a questi compiti non ceda sulla volontà e il desiderio di apportare il proprio contributo in proposito!

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