Gruppi di Genitori: Epistemologia e Metodo

Si tratta di un’esposizione sintetica del lavoro, più ampio ed organico, pubblicato da Franco Angeli in F. Pezzoli (2006), Gruppi di genitori a conduzione psicodinamica. Dall’esperienza clinica alla sistematizzazione teorica e in F. Pezzoli (2007), Gruppi di genitori: un cambio di prospettiva nella rivista “Gruppi nella clinica, nelle istituzioni, nella società” Vol. IX n° 1 Gennaio - Aprile, pagg . 47-59.

di Fiorella Pezzoli e Nadia Tagliaferri

Le trasformazioni sociali del nostro tempo hanno investito la famiglia di una tale quota di mutazioni da stimolarne una ridefinizione di senso sia formale sia sostanziale. Ci riferiamo: al cambiamento del rapporto uomo/donna in relazione alle modificazioni economico-culturali avvenute dalla seconda parte del secolo scorso in poi; alla crescente frequenza di separazioni e divorzi con la nascita di famiglie ricomposte; alle famiglie costituite da più appartenenze etniche e religiose; alla medicalizzazione del parto, all’introduzione di nuove tecniche procreative e allo spostarsi in avanti del momento temporale della procreazione; all’ampliamento dei tempi degli iter formativi e dell’inserimento per lo più instabile nel mondo del lavoro.

Tutto ciò si colloca all’interno della cornice della globalizzazione delle economie mondiali che pone la necessità di fare i conti con il tema dell’incontro fra più appartenenze o con quello dell’inclusione in un’unica sovradeterminante comune. A questo si accosta lo sviluppo delle tecnologie della comunicazione telematica che produce nuove modalità di scambio a livello planetario, così difficili da comprendere per chi non appartiene alle cosiddette “nuove generazioni”. Come afferma Baricco (2006) le relazioni umane assumono oggi un significato diverso che in passato. Nel virtuale intreccio della loro esistenza (cioè nella possibilità di essere virtualmente in più luoghi o in più ruoli identitari), viene valorizzato il movimento e la capacità di entrare in sequenza anziché la profondità e la stabilità.
Questi cambiamenti hanno fatto sì che molte discipline nell’ambito delle scienze umane si siano interrogate sul concetto di “funzione genitoriale”.
Attualmente accade che molte agenzie promuovano l’avvio di interventi rivolti alla genitorialità. Ciò che ne segna l’originalità è di essere spesso nate in un contesto non sanitario; facciamo ad esempio riferimento alla scuola o alle attività aperte alla popolazione proposte dalle amministrazioni comunali. Per quanto riguarda le aziende sanitarie si osserva il prendere spazio di un nuovo approccio volto a sostenere lo sviluppo del genitore in un’ottica di prevenzione, andando oltre il modello classicamente terapeutico.
Sempre più lo schema di lavoro basato sull’individuazione del deficit genitoriale come elemento determinante nella eziopatogenesi del disagio psicologico, che tanto ha marcato il modo di intendere la cultura e la clinica psicoterapeutica di taluni ambiti della psicoanalisi, lascia spazio a un pensiero aperto alla valorizzazione del genitore come elemento-risorsa della rete di cui fa parte il paziente. Chiaramente tutto ciò non esclude l’idea della cura rivolta al genitore come soggetto anch’esso in stato di sofferenza, ma vi si accosta, introducendo un pensiero complementare e innovativo. In definitiva si parla qui di dare spazio allo sviluppo e/o alla riattivazione nel genitore di un’area preconscia-transizionale, presupposto essenziale (Kaës 1998) perché possa nascere il pensiero riflessivo e la capacità di mantenimento dei legami.

In questo contesto culturale si pone il quesito di quale sia il mandato sociale possibile per lo psicologo clinico, quale risposta può dare alle esigenze dei genitori partendo dalla propria area di competenza e, soprattutto, con quali modalità. Lo scopo del lavoro che presentiamo è di proporre alcune riflessioni sul tema, ponendo una base epistemologica sulla quale predisporre un possibile modello operativo di intervento.

Cenni di epistemologia

Per inquadrare l’atteggiamento con il quale intendiamo porci rispetto all’intervento con la genitorialità richiamiamo brevemente il concetto di Renzo Carli (2004) di psicologia intesa come scienza dell’intervento. Esso segnala la necessità di elaborare delle teorie della tecnica orientate a fornire una “risposta”, ponendola in relazione alla “domanda” che il sociale veicola allo psicologo. In tal senso si pone la questione se l’intervento debba essere strutturato secondo una logica di correzione del deficit, che fa riferimento a predefiniti e sottintesi modelli sul significato di salute mentale, o come un’azione volta a promuovere sviluppo, a partire dalle risorse già presenti nella domanda. Si consideri che evidenziare uno scarto dal modello e correggerlo appare espressione di un’implicita volontà di controllo sociale e risulta ormai distante dalla logica di lavoro nella quale si pone lo psicologo.
D’altro canto, e rimandando anche alle recenti riflessioni da parte della scienza della complessità (Maturana, Varela, Morin, Cerutti), possiamo notare che quanto si è elaborato nelle discipline psicologiche necessita di una revisione critica in campo sia teorico sia tecnico. Con la seconda cibernetica la relazione fra lo psicologo e il portatore della domanda d’aiuto (valorizzato nella propria soggettualità) viene riletta in termini di soggetti reciprocamente osservanti, staccandosi da una visione separatoria di osservatore-osservato. Vi è il passaggio da una epistemologia della rappresentazione della realtà ad una epistemologia della costruzione della realtà medesima. In questa prospettiva la funzione dello psicologo clinico e dello psicoterapeuta non è dunque quella di direzionare la relazione per creare un cambiamento volto a correggere un deficit, ma di immettere nella relazione stessa maggiore complessità rispetto alla visione univoca e lineare di chi pone la domanda, accrescendo la sua stessa possibilità di scelta e, in definitiva, ampliando il suo spazio di libertà.
Questa concettualizzazione appare per certi versi in linea con quella parte del pensiero psicoanalitico che non riconosce come prioritario l’aspetto terapeutico dell’analisi (Lacan, 1964 con il “soggetto supposto sapere”).
Utile è anche il richiamo al paradigma della relazione fra individuo e contesto per inquadrare lo specifico dell’intervento psicologico a seconda dell’ambito di cui ci si sta occupando. Nell’ottica della promozione dello sviluppo l’elemento caratterizzante è la conoscenza del contesto in cui vive il genitore, andando dunque oltre all’osservazione delle sue dinamiche interne. L’obiettivo è di approfondire un sapere relativo alle risorse personali per implementare lo sviluppo della relazione con il contesto. Come si potrà ben notare l’enfasi posta sul piano individuale risulta decisamente ridimensionata in favore di un ampliamento dell’angolo visuale.

Cosa chiedono i genitori

La famiglia, in quanto nucleo primario dell’organizzazione sociale, tende in maniera naturale a riprodurre se stessa mentre l’accelerazione impressa dallo sviluppo economico e tecnologico rende più difficile l’elaborazione delle trasformazioni e produce una maggiore instabilità e strumentalità dei legami. Sembra quasi che tra genitori e figli il tempo e lo spazio per parlare il conflitto intergenerazionale sia mancante. Essendo parte del contesto sociale, la famiglia risente dunque dell’attuale clima di incertezza diffuso (Castel R., 2004). I genitori si trovano in uno stato di disorientamento e da qui nasce la richiesta di produrre interventi per dare loro aiuto rispetto alla definizione (o ri-definizione?) del proprio compito.
Ciò di cui essi hanno bisogno è uno spazio dove poter essere accolti e sostenuti nell’esprimere le proprie perplessità e dove confrontarsi alla ricerca di nuovi strumenti che possano alleviare la fatica del difficile compito di crescere i propri figli. In generale possiamo dire che, benché i genitori non abbiano, per lo più, abbandonato l’illusoria speranza di ricevere da professionisti esperti la soluzione magica ai loro problemi, incontriamo persone che volentieri si mobilitano nel co-costruire nuovi spazi per pensarsi nel proprio ruolo. L’aiuto che gli psicologi, in quanto esperti delle relazioni umane, sono chiamati a dare è principalmente quello di favorire nei genitori l’individuazione delle loro competenze e la ricerca di nuovi valori a cui affidare il proprio futuro e quello dei propri figli e di predisporre strumenti (come il gruppo clinico-dinamico) volti a garantire la presenza e la continuità di uno spazio all’interno del quale poter realizzare questi intenti. Si tratta di dare vita ad un posto in cui essi possano considerarsi soggetti in evoluzione all’interno di una società in continuo cambiamento. Chiaramente un ampio programma di sostegno alla genitorialità potrebbe rendere più abbordabile l’incontro con la complessità di questo periodo storico e di questa esigenza sociale.

Che risposta possiamo dare

Sicuramente una risposta di tipo cognitivo ha l’utilità di produrre in tempo reale una conoscenza sulle trasformazioni in atto; ma affinché avvenga una vera comprensione o, meglio ancora, una maturazione di competenze per poter incidere nella relazione con i propri figli è necessario avviare un confronto fra pari. Attraverso lo scambio reciproco delle esperienze viene favorita una mobilitazione di risorse personali e, dato che la mente umana è composta da configurazioni relazionali, il coinvolgimento di queste risorse può rendere competenti i genitori davanti a nuove problematiche di tipo identitario, creando nuove costellazioni di ciò che è possibile esperire dalla realtà. Comprensione, mobilitazione di nuove risorse e sviluppo avvengono tuttavia solo in un processo profondo di elaborazione, cosa che richiede tempi più lunghi.
La proposta del gruppo clinico-dinamico viene a costituirsi come spazio in cui, attraverso un movimento dinamico di confronto e scambio, sia possibile esperire e apprendere nuove modalità di relazione più congrue al contesto e di dare origine alla eliminazione dei blocchi creatisi nel tempo. Si intende qui far riferimento agli effetti paralizzanti che nelle relazioni familiari produce l’esercizio della non comunicazione e della visione univoca della realtà. Il lavoro del gruppo è quello di: questionare in continuazione tali blocchi esercitando una funzione perturbante nei riguardi di convinzioni cristallizzate; introdurre visioni più complesse; permettere in definitiva l’ammorbidimento, fino anche (qualche volta) a una profonda modificazione, di tali visioni. Questo tipo di lavoro del gruppo libera nuove energie nei confronti dei figli che a loro volta possono fare esperienza di essere ascoltati e presi in considerazione senza preconcetti. Inoltre la flessibilità acquisita dai genitori viene solitamente recepita dai figli, producendo ulteriori movimenti evolutivi.
Dal punto di vista teorico questo approccio può considerarsi il punto d’arrivo di un processo che trae origine dalle modificazioni introdotte dai modelli relazionali nell’analisi della dimensione psichica individuale che ha reso possibile il passaggio dalla teoria pulsionale (Freud, 1905) alla concezione delle relazioni oggettuali (Greenberg, Mitchell. 1983), soggettuali (Lo Verso ,1994) e interpersonali (Stolorow, Atwood, 1992) come strutture fondanti della vita psichica.

Nel paradigma relazionale lo sviluppo della personalità appare legato all’interiorizzazione di modelli relazionali costituitisi fin dalle prime relazioni infantili. Su ciò vi è la convergenza sia degli studi effettuati nel campo della psicologia dello sviluppo (Stern, 1985, Sameroff, Emde, 1989, Lebovici, Weil-Halpern 1989) sia delle recenti concezioni neurobiologiche (Edelman, Tononi, 2000, Siegel, 1999) come evidenziato in “Funzione genitoriale, intersoggettività, gruppalità” (Pezzoli, 2003).

Metodologia
Come risultato di tutte le riflessioni sino ad ora fatte è stata prodotta una pubblicazione (Pezzoli 2006) che propone la definizione di un possibile dispositivo utile allo scopo di condurre gruppi di genitori ad orientamento psicodinamico e ne fornisce una rosa variegata di esemplificazioni applicative sul piano clinico. Daremo qui di seguito ai lettori un assaggio della sistematizzazione metodologica presente nel testo.
In esso si parla di gruppi clinico-dinamici utilizzati a scopo preventivo e di supporto alla genitorialità che hanno la funzione di accompagnare per un tempo determinato (Costantini 2000) i genitori nella loro difficile funzione. Come sostengono Di Maria e Lo Verso (2002) il gruppo clinico dinamico non esiste in natura, è un dispositivo che viene appositamente costruito per far accadere degli eventi e quindi sono i modi della costruzione e la consapevolezza di essi, set(ting), che determinano la qualità dell’intervento e il raggiungimento dei suoi obiettivi.

L’analisi della domanda

La fase di contrattazione è una premessa fondamentale alla buona riuscita del lavoro. Come afferma Bleger “non è possibile svolgere correttamente nessun compito professionale, in psicologia, se questo non costituisce al tempo stesso un’indagine su quanto sta accadendo e si sta facendo” (Bleger 1989).
Ciò che l’istituzione richiede, e come lo richiede, rappresentano i primi indicatori sul contesto nel quale si andrà a svolgere il lavoro e non potranno essere considerati esterni all’intervento stesso. Andranno anzi a contribuire alla costruzione della realtà medesima dell’intervento.
È perciò buona norma effettuare un’attenta analisi della domanda in modo da esplicitare le aspettative e le risorse reciproche, cercando di evitare pericolose collusioni. Si potrà procedere creando degli incontri esplorativi per una chiara contestualizzazione della richiesta. Tale fase va considerata a pieno titolo come parte integrante del lavoro che lo psicologo va compiendo.
In particolare in questo stadio è utile porre attenzione a:
F tipo di istituzione richiedente, sue caratteristiche, organizzazione e mandato;
F tipo di relazione fra istituzione richiedente e altre istituzioni implicate (per esempio economicamente) nella gestione dell’intervento;
F tipo di rapporto esistente fra l’istituzione richiedente e gli utenti;
F esistenza o meno di precedenti esperienze di gruppi di genitori e loro esito;
Questi elementi permettono di farsi un’idea circa l’ideologia di cui l’istituzione è portatrice rispetto al modo di affrontare la problematica di cui ci è stato richiesto di occuparci. Per esempio, diverso è l’atteggiamento mentale di chi si attende una risoluzione definitiva (chirurgica) del problema da quello di chi comprende che la propria richiesta attiverà una serie di processi e mobiliterà una complessità tale di elementi da considerare determinante una chiara definizione del focus e degli obiettivi del lavoro.
Nel caso in cui l’incarico di condurre un gruppo di genitori venga dato dall’istituzione stessa per cui lo psicologo clinico lavora, sarà necessario osservare attraverso quale processo implicito ed esplicito esso ha preso forma. Importante è creare nell’istituzione una cultura gruppale informando i colleghi sulle iniziative che intendiamo intraprendere, richiedendo la loro opinione al riguardo e proponendo loro una collaborazione negli invii magari informandoli nel modo più ampio e comprensibile possibile sul funzionamento del dispositivo gruppale del quale possono non essere a conoscenza e verso il quale possono avere fantasie o timori che risulterebbero, se non condivisi e discussi, fuorvianti rispetto al lavoro. Quando si avvia per la prima volta un gruppo genitori, anche se in un contesto a noi ben noto, possono evidenziarsi sorprendenti resistenze. La nostra esperienza ci porta a pensare che è meglio partire con grande cautela, sia rispetto alla definizione della tipologia dei partecipanti che alle nostre aspettative di collaborazione, per poter garantire alle persone con cui cooperiamo di avvicinarsi senza troppe illusioni, al dispositivo gruppale.

È anche essenziale considerare il rapporto fra la richiesta dell’istituzione, l’offerta dello psicologo e la domanda del genitore. Per questo motivo si dovrà seguire un’altrettanto attento ascolto dei bisogni dell’utenza e loro contestualizzazione.

L’individuazione e il mantenimento del focus è un altro elemento di significativa importanza. Se partiamo dal presupposto di lavorare sulle difficoltà relazionali collegate all’essere genitori di figli con ben definite caratteristiche, dobbiamo tenerne conto per poterli accompagnare efficacemente. Le problematiche specifiche del figlio e i vissuti corrispondenti del genitore rappresentano il focus del lavoro. La presenza di una patologia organica e/o psichica dei figli, di una specifica condizione giuridica sia della coppia che della relazione fra la coppia e il figlio (adozione, allontanamento, affido), dell’attraversamento di una determinata fase evolutiva del figlio, attiverà nei genitori differenti e particolari sentimenti. Per questo sarà necessario un supporto specificamente qualificato che possa considerare anche il peso della dimensione concreta quotidiana della condizione di cui il figlio è portatore.
L’individuazione di un focus definisce ciò che possono essere gli obiettivi che si intende perseguire nel lavoro del gruppo e la loro chiara esplicitazione permette una buona aderenza dei partecipanti al gruppo stesso.

La definizione dei parametri dell’intervento

Arrivati a questo punto chiarifichiamo una serie di parametri da calibrare in relazione all’intervento definito in fase di contrattazione. Sono da tenere presenti:
F il luogo, cioè il posto dove si svolgerà il gruppo genitori. E’ importante in quanto esso ne andrà a dare già a priori una connotazione;
F per quanto riguarda la durata, la frequenza e il formato del gruppo, un numero di 40/45 incontri di 90 minuti ciascuno a cadenza quindicinale nell’arco di 2 anni, secondo la nostra esperienza, garantisce una buona armonizzazione tra il tempo soggettivo di ciascun partecipante e lo scorrere del tempo cronologico; il vantaggio del formato chiuso è che i partecipanti possono condividere l’attraversamento delle varie fasi del percorso;
F la dimensione del gruppo ottimale, trattandosi di gruppi psicodinamici e che quindi contano sul dispiegarsi delle dinamiche interpersonali, va da 4 a 7 coppie; considerando qualche assenza o rinuncia a lavori iniziati, si arriverà ad una composizione media di 10/12 persone; è necessario anche l’accoglimento di genitori singoli, madri o padri che, per vari motivi (separazione, divorzio, altro), non possono essere presenti entrambi, anche se va tenuta presente (e non facilitata da parte del conduttore) la frequente delega maschile alla donna che si accolla l’intero peso dell’accudimento dei figli (problematici o no) impedendo di fatto una collaborazione e uno scambio all’interno della coppia e privando i figli dal poter assitere ad una conduzione della famiglia basata sul confronto e lo scambio;
F le caratteristiche del gruppo sono di prevalente omogeneità perché si lavora sul tema della genitorialità e le problematiche dei figli sono comuni; tale fattore favorisce i processi di aggregazione facilitando la centratura del gruppo sul compito; parimenti mantenere per altri versi il gruppo eterogeneo (es.: età o sesso dei figli) garantisce una maggiore ricchezza nell’esperienza dei partecipanti;

La selezione dei partecipanti

Avviene fondamentalmente in base a quello che si ritiene essere la capacità dei genitori di fruire del gruppo così come è stato concepito. In caso vi siano situazioni di patologia psichiatrica sarà necessario valutare con attenzione l’eventuale inclusione nel gruppo. Si sconsiglia di effettuare tale scelta senza aver ricevuto la garanzia di una presa in carico del soggetto con tali problemi, da parte dei servizi socio-sanitari competenti. Il numero di partecipanti con queste caratteristiche deve comunque rimanere contenuto (solitamente non più di uno per gruppo).

La preparazione dei partecipanti

Elemento discriminante è il consenso attivo del genitore a far parte del gruppo. Per questo motivo è necessario metterlo nelle condizioni di capire con esattezza le caratteristiche della proposta e aiutarlo a trovare in essa una propria collocazione motivazionale.
Da questo punto di vista lo stadio dell’invito rappresenta già un passaggio fondamentale. È bene curarsi dei contenuti di un’eventuale comunicazione scritta che devono riguardare: il pubblico a cui la proposta si rivolge, gli obiettivi che si intendono perseguire, la durata, la frequenza, il luogo e l’orario, la data di inizio e di fine, l’eventuale costo, il nome del conduttore/i e la persona da contattare per aderire alla proposta. Può accadere che l’invito venga formulato in sede di un colloquio fissato per altri motivi con uno specialista di diversa natura che fa parte o meno del servizio in cui si sta dando avvio al gruppo. In questo tipo di situazione devono essere date con precisione le informazioni relative al gruppo cercando di valutare la capacità e la modalità con cui la persona andrà a consegnarle.
Si passa poi ai colloqui preliminari con ciascuna coppia di genitori. Prima di inserire i partecipanti in gruppo è conveniente prevedere qualche incontro in cui raccogliere informazioni, valutare i soggetti, attivare un processo decisionale. Questo prevede l’impiego di un certo tempo che talvolta viene considerato superfluo da parte dell’istituzione richiedente. Risulta invece efficace per ridurre gli abbandoni a percorso avviato, per favorire una più fluida entrata in gruppo e permettere al conduttore un’adeguata composizione del gruppo. Può infatti accadere in questa fase che il genitore venga orientato verso altri tipi di interventi più adatti alle sue esigenze, proprio grazie a una decisione comune che scaturisce in maniera naturale dai colloqui.

Le fasi del gruppo: il campo gruppale e la fondazione, la fase centrale, la conclusione.

La limitatezza dello spazio a disposizione ci permette in questa sede solo un brevissimo accenno al processo che ciascun gruppo, pur nella sua specificità e unicità, attraversa.
Il concetto di campo gruppale deriva originariamente da Kurt Lewin (1951) che attinse dalla fisica il modello delle forze per descrivere la presenza nel gruppo di potenti spinte motivazionali che caratterizzano il gruppo nel suo complesso più che i suoi singoli componenti. Queste forze vengono da lui considerate veri e propri vettori carichi di emotività che connotano il gruppo come un organismo in movimento. Le forze agenti individuano secondo l’autore, non tanto una sommatoria di individui, quanto un’area di operazioni data dall’intreccio delle forze in gioco. Antonello Correale (1999) sottolinea che il campo gruppale si va costituendo sulla base di alcuni parametri fondanti e specifici di ogni singolo gruppo. Questo apparato di affetti e fantasie basiche originate dall’intreccio delle forze presenti nel gruppo determina una sorta di fondamento del gruppo stesso.”Ogni gruppo ha alle sue origini una fantasia costitutiva, una specie di contratto mitico originario” (Correale 1999). L’indagine delle modalità attraverso le quali si è costituito il campo del gruppo rappresenta dunque un’importante compito conoscitivo da parte del conduttore.
Queste sintetiche premesse teoriche ci fanno capire quanto il momento della fondazione del gruppo sia una fase delicata e alla quale attribuire estrema importanza.
Difficile è per i genitori tollerare nei primi incontri i sentimenti di estraneità, vergogna e diffidenza. La comunicazione dei propri stati d’animo richiede l’apertura della propria sfera personale ad altri individui con i quali non si è ancora costruito un senso comune di appartenenza. Tutti questi vissuti vengono amplificati dalle fantasie comuni, ma ancora non dette, di non essere stati dei genitori ideali; fantasie che risultano riconfermate dalla presenza di una problematica, in alcuni casi, consistente presente nei figli. Conoscere questi aspetti fantasmatici primitivi, temuti e spesso negati, è di cruciale importanza per chi conduce il gruppo. Il compito del conduttore in questa fase è di favorire l’emergere e soprattutto sostenere l’accoglimento e la condivisione di queste configurazioni del campo gruppale, per poi passare in una fase successiva a favorirne l’elaborazione.
La condivisione e la legittimazione dei vissuti genitoriali apre, nella fase centrale del percorso, la possibilità di sviluppare uno scambio relazionale più intenso fra i partecipanti. Ognuno è portatore di ipotesi, soluzioni e prospettive differenti che vengono messe in connessione fra di loro. L’accettazione del confronto con i propri pari permette al genitore di realizzare la faticosa esplicitazione della paura di essere respinto, isolato e stigmatizzato. Il passaggio doloroso al riconoscimento della sofferenza come interna a sé avviene mediante il rispecchiamento multiplo del gruppo ed è ciò che da la forza di mobilitare nuove energie per riflettere su se stessi e sulla ricerca di una migliore qualità della vita per sé e per i propri figli. Il conduttore sarà impegnato ora nella valorizzazione della ricchezza delle soluzioni emerse.
Il dispositivo a tempo limitato, proprio per la costante presenza al suo interno dell’elemento temporale, permette un attraversamento di tutte le fasi caratteristiche di ogni crisi: sia quelle evolutive e dei passaggi di vita sia quelle relative a fatti traumatici. Nella fase conclusiva del gruppo tutte le emozioni traumatiche emerse riappaiono con grande veemenza, come una sorta di riattraversamento di tutti i passaggi avvenuti durante il percorso. L’intensità emotiva è molto alta e spesso, l’osservazione del grande sforzo compiuto e della grossa esperienza accumulata, è proprio il fattore che conduce i genitori a un aumento dell’accettazione delle responsabilità individuali e a un rafforzamento delle responsabilità individuali.

CONCLUSIONI

Ritornando all’interrogativo iniziale su quale possa essere il mandato sociale dello psicologo clinico, e quale la risposta possibile da dare ai genitori e con quali modalità, facciamo una considerazione conclusiva.
Se assumiamo l’epistemologia della costruzione della realtà e se accogliamo l’impostazione basata sulla promozione dello sviluppo delle entità coinvolte (individuo, gruppo, famiglia, istituzione), si aprono molti spazi d’intervento nel sociale e perciò anche con i genitori, partendo dalle nostre competenze gruppali. Per percorrere questa via proponiamo lo strumento “gruppo clinico-dinamico” che, come abbiamo visto, se impiegato con adeguata preparazione e consapevolezza professionale, contiene dentro di sé quelle caratteristiche che danno la possibilità di recuperare, attraverso il confronto fra i pari, quel senso di efficacia indispensabile per valutare la realtà e decidere come guardare responsabilmente a se stessi e ai i propri figli.

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Fiorella Pezzoli
Psicologa, psicoterapeuta individuale/gruppo Socio didatta supervisore dell’Associazione Psicoterapia di Gruppo (APG), docente della Scuola di Specializzazione di Psicoterapia della Coirag. Socio Laboratorio di Gruppoanalisi (LdG-Milano). Vicepresidente della Società Italiana di Psicologia Clinica e Psicoterapia. Membro International Association Group Psychoterapy (IAGP). Supervisore di gruppi di genitori.

Nadia Tagliaferri
Psicologa e psicoterapeuta individuale/gruppo training APG-Coirag. Membro tesoriere del Consiglio Direttivo della Società Italiana di Psicologia Clinica e Psicoterapia. Socia Laboratorio di Gruppoanalisi (LdG-Milano). Conduttrice di gruppi genitori in contesti scolantici, con figli disabili nel privato sociale e con figli psicotici in un’azienda ospedaliera della provincia di Milano.


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One Response to “Gruppi di Genitori: Epistemologia e Metodo”

  1. mariella Iaia Says:

    Gli interventi di psicoanalisi nel sociale descritti dalla collega Tagliaferri che ho conosciuto a Roma l’8 novembre scorso somo molto stimolanti e costruttivi per affrontare le resistenze sperimentate nel mio territorio sud di Bari, nel consultorio.
    saluti
    Mariella Iaia

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