Il ruolo dello Psicologo nella Pet-therapy
Dott.ssa Caterina Di Michele
La pet-therapy è un campo disciplinare co-terapeutico che prevede l’inserimento di un animale in diversi contesti, ad esempio, contesto di cura, scolastico, educativo, di sostegno, al fine di promuovere una relazione significativa animale-individuo, quest’ultimo godendo dei benefici, dimostrati scientificamente, della vicinanza dell’animale può acquisire maggior interesse e maggior partecipazione per ciò che ha luogo nel contesto in cui è inserito. Il termine pet-therapy è in realtà non esatto, in quanto traducendo letteralmente pet-therapy significherebbe “terapia dell’animale o all’animale”, cosa che ovviamente non è; quindi in ambito scientifico si preferisce adottare terminologie differenti e più specifiche per delineare l’uso terapeutico degli animali da compagnia, tuttavia il termine pet-therapy è ormai di uso comune e in questo articolo utilizzerò termini quali Attività/Terapia Assistite dagli Animali, dog-therapy, pet facilited therapy o lo stesso pet-therapy in modo intercambiabile.
Per identificare e differenziare gli interventi di pet-therapy utilizziamo i termini: “Attività Assistite dagli Animali” (A.A.A.) e “Terapie Assistite dagli Animali” (T.A.A.).
Le A.A.A. sono costituite da interventi di tipo educativo, ricreativo e/o terapeutico, che hanno l’obiettivo di migliorare la qualità della vita di coloro che vi partecipano. Gli obiettivi specifici non vengono programmati per ciascun incontro; i volontari e i terapisti non sono obbligati a raccogliere dati ed informazioni durante le visite, queste ultime sono gestite con spontaneità e la loro durata non è prestabilita. Un esempio di tali attività può essere la visita in un reparto d’ospedale per bambini a lunga degenza, dove un conduttore, pet-partners (colui che conduce l’animale), porta il proprio cane senza aver messo a punto obiettivi di trattamento per le interazioni.
La T.A.A. è un intervento rivolto a persone con disabilità mentali o fisiche, con difficoltà relazionali, emotive o cognitive, a ospiti di case di cura o istituti di recupero, ecc., che ha obiettivi specifici e predefiniti quali il favorire il miglioramento delle funzioni fisiche, sociali, emotive e/o cognitive; può essere effettuata in gruppi o individualmente in diversi contesti e prevede l’utilizzo della relazione con un animale che risponde a determinati requisiti attitudinali e che è parte integrante del trattamento previsto dalla struttura o dal medico di riferimento. Per ogni incontro i progressi ottenuti da ciascun soggetto relativamente alle abilità oggetto di interesse, vengono documentati e valutati. Un esempio può essere l’inserimento di un animale all’interno di un lavoro con un gruppo di ragazzi con deficit di sviluppo, con l’obiettivo di migliorare la loro comunicazione e capacità di relazioni interpersonali e dove lo psicologo documenta i risultati di ogni seduta nella cartella clinica di ogni paziente.
In Italia un notevole contributo teorico alla pet-therapy proviene dagli studi di Roberto Marchesini (2007), studioso di Zooantropologia e Scienze Comportamentali. Secondo la zooantropologia, una disciplina che studia il rapporto tra l’essere umano e le altre specie in tutte le sue componenti e manifestazioni “il cambiamento favorito dalla relazione con l’animale viene realizzato attraverso “referenze” vale a dire: modelli o soluzioni di cambiamento, scacchi o sollecitazioni al cambiamento, alleanze o sostegni al cambiamento, orientamenti o indirizzi di cambiamento, ibridazioni o emergenze di cambiamento”. In particolare la zooantropologia interventistica agisce principalmente in due aree:
1) l’area pedagogica che utilizza la referenza animale per favorire processi formativi nel ragazzo o zooantropologia didattica (pet education);
2) l’area co-terapeutica che utilizza la referenza animale per favorire processi di sostegno o di sinergia terapeutica o zooantropologia assistenziale (pet-therapy). Quest’ultima è una forma di co-terapia che si basa sulla capacità della relazione con l’animale di promuovere benessere, integrazione sociale, processi riabilitativi e compliance terapeutica; si tratta di attività che vengono progettate da un’équipe di professionisti (team prescrittivo) e realizzate da operatori che lavorano da soli o in coppia (pet partner) con l’animale (team operativo).
Secondo Marchesini la zooantropologia teorica applica alla relazione identitaria “umano vs non-umano” il modello applicato in psicologia nella relazione “sé vs altri” dove il primo termine (identità) si realizza attraverso il rapporto dialogico con il secondo termine (alterità) per assunzione di referenze.
Interessante, soprattutto per gli ambiti applicativi, è la zooantropologia didattica, una forma di didattica che si basa sulla relazione con l’animale per favorire processi informativi e formativi in quanto si basa sul forte coinvolgimento del ragazzo nelle attività e nei laboratori didattici sfruttando le valenze disciplinari, educative e didattiche della referenza animale per arricchire diverse disposizioni quali l’autostima, l’immaginario, la prosocialità, l’integrazione, l’affettività.
La letteratura attuale offre una vasta panoramica delle ricerche effettuate sulla pet-therapy negli ultimi decenni, ma è necessario distinguerle in base agli obiettivi che si sono posti di raggiungere. Una prima distinzione è tra gli studi che si sono occupati del rapporto uomo-animale in generale, focalizzandosi ad esempio sul legame di attaccamento che si instaura nei confronti dell’animale o sui benefici che i proprietari ottengono dalla relazione con il proprio animale domestico, e gli studi che hanno valutato gli effetti di interventi specifici di pet-therapy. Questi ultimi possono essere raggruppati in base ai contesti di applicazione delle attività, alle categorie di pazienti e al tipo di intervento (individuale o di gruppo). Va comunque sottolineato come l’approccio alla pet-therapy, come disciplina scientifica, si è basato sugli studi effettuati innanzitutto sul rapporto uomo-animale, e i benefici riscontrati da tale particolare legame, sono stati poi il punto di partenza per le ipotesi delle ricerche sugli effetti di interventi terapeutici con gli animali.
Un primo gruppo di ricerche è stato condotto per verificare gli effetti della relazione con animali sull’attività fisiologica dell’uomo come ad esempio la riduzione della pressione arteriosa (Katcher, 1981; Messent, 1983; Serpell, 1990; Anderson, Rei & Jennings, 1992), sulla sopravvivenza dei pazienti dopo un infarto miocardico acuto (Friedmann, Katcher, Lynch & Thomas, 1980; Friedmann & Thomas, 1995; Jennings, Reid, Christy, Jennings, Anderson & Dart, 1998), sul miglioramento della postura in pazienti con disturbi motori (Weber, Pfotenhauer, David, Leyerer, Rimpau, Aldridge, Reissenweber, & Fachner, 1994). In particolare i risultati ottenuti da Friedmann e coll. (1995) hanno evidenziato che tra i soggetti colpiti da un infarto, quelli che possedevano piccoli animali, in particolare cani, avevano un notevole miglioramento rispetto a quelli che non li possedevano e ciò era indipendentemente dal tipo di supporto sociale e dalla severità della malattia.
Sempre in questo filone di ricerche, va citato il lavoro di Wilson (1991) in cui egli dimostra come i proprietari di piccoli animali ottengono una notevole diminuzione dei livelli di ansia, attraverso una ricerca condotta nel Maryland con un gruppo di studenti di un college. L’effetto della relazione con l’animale sulle conseguenze psicologiche dello stress (livelli di ansia) è stato esaminato in tre differenti condizioni: lettura ad alta voce, lettura silenziosa e interazione con un cane affettuoso ma sconosciuto. Dalle analisi effettuate risulta che leggere silenziosamente e interagire con l’animale fanno diminuire i livelli di ansia, soprattutto nei proprietari di cani.
Altri studiosi si sono occupati di indagare gli eventuali benefici della pet-therapy in contesti istituzionalizzati, quali le case di riposo o gli istituti psichiatrici. Una recente ricerca condotta in Giappone su un campione di otto pazienti (età media 84.8 anni) con sindrome di Alzheimer e demenza vascolare, ha rilevato una differenza significativa prima e dopo un’intervento di dog-therapy, nei valori che i soggetti ottengono alla scala dell’apatia del Mental State Batteries (Motomura, Yagi & Ohyama, 2004).
In Italia è stata effettuata una ricerca con l’obiettivo di valutare gli effetti della pet-therapy in pazienti con disabilità croniche ospiti presso un Istituto di Riposo per la vecchiaia (Stasi, Amati, Costa, Resta, Senepa, Scarafioiti, Aimonino & Molaschi, 2004). Per ciascun soggetto venivano rilevate le caratteristiche demografiche, la durata del ricovero, la pressione sanguigna, il trattamento farmacologico, l’eventuale comorbilità, e il deterioramento cognitivo attraverso un esame neuropsicologico. Per indagare lo stato emotivo sono state somministrate la scala della depressione geriatrica e la scala geriatrica di auto-valutazione; per valutare lo stato funzionale e nutrizionale, le attività quotidiane e quelle strumentali; infine è stato somministrato il Pet History Questionnaire (Bank and Banks, 2002), un questionario che indaga il ruolo dell’animale nella storia familiare di ogni singolo soggetto. I risultati ottenuti mostrano come i sintomi depressivi migliorino nei pazienti che hanno avuto interazioni con gli animali, anche se tali dati non sono statisticamente significativi; risultati significativi si sono ottenuti invece nei valori della pressione sanguigna, con una diminuzione notevole; infine, la presenza degli animali, secondo i ricercatori, ha creato un’atmosfera sociale positiva e armoniosa all’interno della casa di cura.
Mallon (1994) ha indagato gli effetti dell’inserimento di un cane all’interno di una residenza per bambini con diagnosi di disturbi emotivi; le conclusioni da lui fatte indicano come la relazione con questo cane abbia apportato benefici sociali, emozionali e fisici sia nei bambini che nello staff dell’istituto. In particolare, Mallon sostiene che il prendersi cura dell’animale stimola nei bambini l’insorgere di comportamenti pro-sociali verso i pari.
Un interessante studio è stato condotto con bambini aventi diagnosi di autismo attraverso tre interviste ai genitori, che indagano i comportamenti interpersonali del figlio con l’intervistato, con un altro importante membro della famiglia e con l’animale (McNicholas & Collis, 1995). Le dimensioni indagate sono state l’accoglienza, la ricerca di prossimità, il dare e ricevere conforto, il conflitto, la confidenza, la compagnia, la sensibilità verso gli altri e la modalità di gioco. Sono stati analizzati anche i comportamenti dell’animale verso i soggetti. I dati delle interviste mostrano come i bambini manifestino comportamenti nei confronti dell’animale che raramente vengono espressi con i pari; addirittura alcuni di questi comportamenti sono opposti ai criteri del DSM-IV per la diagnosi di autismo, ad esempio i bambini mostrano sensibilità verso i bisogni e i sentimenti dell’animale e ricercano un contatto fisico con l’animale, comportamenti che non compaiono mai verso i propri familiari.
La pet-therapy è risultata molto utile anche nelle sedute di psicoterapia individuale con i bambini, l’animale, in particolare la relazione con il cane può rappresentare una sorta di ponte tra il terapeuta ed il bambino, che permette di diminuire l’ansia e di far emergere i comportamenti verbali e non del bambino (ad esempio, postura, tono di voce, espressione facciale) nelle interazioni con l’animale, tali da permettere al professionista, di interpretare ciò che il bambino sta comunicando indirettamente o a volte anche direttamente, poiché il cane ha assunto il ruolo di “catalizzatore” tra il paziente ed il terapeuta (Levinson, 1969, 1972; Corson, Corson, Gwynne & Arnold, 1975; Gonski, 1985; Gorge, 1988; Reichert, 1998).
Per quanto riguarda il legame tra la pet-therapy e la variabile autostima, le ricerche risultano essere poche, la maggior parte di esse si sono occupate non tanto di interventi terapeutici con gli animali, ma piuttosto di indagare gli eventuali benefici che si ottengono possedendo un animale, e inoltre non riguardano il panorama italiano (Covert et Al., 1985, Bergesen, 1989). I risultati suggeriscono che il possedere un animale è associato ad alti livelli di autostima in alcuni bambini, probabilmente ciò è dovuto alle maggiori interazioni interpersonali sia all’interno della famiglia che possiede l’animale, sia nel contesto extra-familiare (Corson & Al., 1975; Gonski, 1985; George, 1988; Reichert, 1998), e alla positiva associazione tra l’attaccamento al cane e la fiducia dei bambini, e quella negativa con lo stato capriccioso del bambino (Paul & Serpell, 1996).
Lookbaugh Triebenbacher (1995) ha voluto indagare la relazione esistente tra l’attaccamento all’animale e il livello di autostima in bambini e adolescenti americani di età compresa tra i 9 e i 18 anni. A 436 soggetti sono stati somministrati due questionari per valutare l’attaccamento all’animale e due per valutare l’autostima. I risultati mostrano che solo i ragazzi della scuola media inferiore e superiore, che possiedono animali, si impegnano in maggiori attività e di conseguenza mostrano un maggiore attaccamento nei confronti del proprio animale. Non sono state trovate differenze significative tra i gruppi riguardo l’autostima o gli atteggiamenti verso gli animali, ma i proprietari di cani e gatti risultano essere maggiormente attaccati ai propri animali e con maggior comportamenti positivi, rispetto ai proprietari di altri animali. Quindi il possedere animali non influenza direttamente il livello di autostima di un individuo ma comporta un maggiore attaccamento e una competenza interpersonale maggiore, fattori che influenzano comunque positivamente l’autostima ( Bracken, 2003).
Per approfondire ulteriormente questo aspetto, è stata svolta una ricerca-intervento in Abruzzo (Bascelli, Di Michele, 2007) la quale si è posta l’obiettivo principale di indagare l’effetto di un intervento di Attività Assistita dagli Animali sui livelli di autostima di 52 adolescenti di una scuola media inferiore di Pescara (età media: 11,2; 58% maschi, 42% femmine), per circa sette mesi, durante l‘orario scolastico. Il campione è stato suddiviso casualmente in due gruppi: uno sperimentale (coinvolto in attività di pet-therapy) ed uno di controllo (coinvolto in attività storico-artistiche). Il progetto si è articolato in sette moduli: anamnesi ambientale; autostima; informazione cinofila; integrazione del Diverso; rispetto delle regole di comportamento nel gruppo; educazione psico-emotiva; sviluppo della conoscenza interpersonale. Durante i moduli si sono svolti, con gli adolescenti, diversi tipi di attività, sia individuali che di gruppo, sempre caratterizzate non solo da un’integrazione continua tra aspetti teorici e aspetti pratici, ma anche da un lavoro che ha coinvolto simultaneamente aspetti comportamentali (ad esempio, le regole per interagire con il cane e le regole di comportamento in gruppo), cognitivi (ad esempio, la conoscenza dell’anatomia comparata uomo-cane e il problem-solving), sociali (ad esempio, il lavoro di gruppo e l’integrazione all’interno del gruppo-classe) ed emotivi (ad esempio, attraverso la tecnica del circle-time, il riconoscimento e l’espressione delle emozioni); e infine aspetti relativi alla fiducia nelle proprie capacità e al rispetto delle diversità. Nel gruppo sperimentale è emerso un aumento statisticamente significativo dei valori dell’autostima interpersonale rilevati attraverso la somministrazione post-test del TMA di Bracken (2003), nessun cambiamento significativo è emerso nei dati del gruppo di controllo. L’effetto dell’intervento assume un valore maggiore se si vanno a considerare non solo i dati quantitativi, ma anche le risposte ottenute dai questionari somministrati ai partecipanti e ai genitori degli stessi: l’intervento non solo sembra aver agevolato la conoscenza interpersonale nel gruppo classe, favorendo l’insorgere di un clima più sereno e disteso, ma sembra aver anche favorito un maggior coinvolgimento degli adolescenti nella vita scolastica.
Un altro studio si è occupato degli effetti di un particolare programma educativo (School-based human education program) sulle attitudini dei bambini verso gli animali e dell’eventuale generalizzazione ai comportamenti umani di empatia (Ascione & Weber, 1996). La ricerca ha dimostrato come un intervento di educazione umana possa cambiare gli atteggiamenti dei bambini nei confronti dell’animale, che tali effetti vengono mantenuti anche a distanza di un anno e che esiste una generalizzazione tra questi atteggiamenti e l’empatia rivolta agli altri. Infatti dai dati raccolti si evince come ci sia un’alta correlazione positiva tra una buona relazione con il proprio animale e gli atteggiamenti pro-sociali nella misurazione effettuata dopo circa 12 mesi dall’intervento, attraverso la somministrazione di due strumenti sull’empatia e le relazioni umane, e un questionario sul legame tra il bambino ed il proprio animale. L’intervento ha proposto attività quali il role playing, la lettura di testi e l’elaborazione di testi scritti.
Bergin (2003) ha condotto uno studio che ha analizzato gli effetti di una relazione tra adolescenti e animali da compagnia. I dati provengono da tre diversi istituti per minori della California: un istituto scolastico alternativo in cui confluiscono studenti espulsi da una scuola superiore, una scuola per adolescenti con disfunzioni emotive e un riformatorio con caratteristiche di minima sicurezza. Dalla ricerca emerge che questi adolescenti “a rischio” acquisiscono maggior stabilità psicologica e maggiori capacità di interazione sociale che si realizzano in una migliore gestione della rabbia, maggior autocontrollo e capacità di accudire gli altri. I principali risultati ottenuti indicano che l’autostima degli adolescenti di età compresa tra i 13 e i 16 anni è aumentata in media del 40%; l’istituto scolastico alternativo per adolescenti fra i 15 e i 17 anni ha registrato una riduzione dell’assenteismo del 50%; nella scuola per adolescenti con disturbi emotivi (12-15 anni) la frequenza è aumentata del 73%, le sospensioni sono diminuite del 51% e i richiami disciplinari si sono ridotti del 26%.
I programmi di A.A.A. e A.A.T. necessitano, già dalla fase di progettazione, del contributo di diverse figure professionali che collaborino in un equipe multidisciplinare, in modo da creare e sostenere un progetto completo e specifico in ogni suo aspetto. In queste equipe collaborano generalmente, un medico-psichiatra, uno psicologo, un veterinario, un etologo e un esperto del comportamento animale, un operatore pet-partners (conduttore dell’animale) ed un educatore. A questi possono aggiungersi un assistente sociale, un infermiere e/o un pedagogista.
Giusti e La Fata (2004) descrivono le funzioni di queste principali figure professionali all’interno dell’équipe multidisciplinare, in particolare lo psicologo concorre alla diagnosi e alla definizione del quadro clinico del paziente, alla definizione dei programmi terapeutici per ogni paziente, si occupa della psicodiagnosi per individuare eventuali patologie o danni neuropsicologici correlati col quadro clinico del paziente, compie le osservazioni sul campo al fine di evidenziare le variazioni comportamentali che possano essere considerate indicatori del progresso terapeutico o meno del paziente, gestisce la relazione con i familiari, sia per informarli sull’andamento del trattamento in corso, sia per individuare eventuali dinamiche patogene intrafamiliari che possano interferire negativamente sull’azione del programma, infine lo psicologo è in grado di sostenere il paziente e lo staff in situazioni critiche o di emergenza.
A queste funzioni, che rientrano pienamente nelle attività degli psicologi clinici, si aggiungono quelle specifiche nei programmi di pet-therapy. In questi interventi lo psicologo deve osservare non solo i pattern comportamentali manifestati dal paziente singolo o dal gruppo che partecipa alle attività, rispetto all’animale co-terapeuta, ma deve essere in grado di focalizzare la sua attenzione anche nella relazione che si instaura tra l’operatore, l’animale, il terapeuta stesso e il paziente. La pet-therapy infatti agisce soprattutto nella relazione, accelerando il processo di comunicazione e di acquisizione della fiducia attraverso l’animale, in genere il cane, il quale funge da “ponte empatico”, da mediatore pre-simbolico tra terapeuta, pedagogista o medico e paziente proprio perché l’animale offre sicurezza emotiva ed accettazione incondizionata.
Lo psicologo ha anche la funzione di coordinamento delle attività assistite dagli animali, già a partire dalla progettazione delle stesse: stesura degli obiettivi in base ad esempio all’età dei partecipanti, al loro sviluppo socio-emotivo, cognitivo, motorio, alle problematiche interne ai gruppi, al percorso didattico, ecc., scelta dell’operatore e dell’animale co-terapeuta, pianificazione dei tempi e delle modalità degli incontri, colloqui con il personale e/o i familiari, stesura del budget, monitoraggio dell’intervento, analisi e stesura dei risultati. Per queste ultime attività spesso lo psicologo può contare sulla collaborazione di tirocinanti di cui è tutor.
Infine lo psicologo, soprattutto in Italia, può svolgere attività di ricerca su questi interventi, infatti recentemente si sente parlare di pet-therapy in televisione, vengono pubblicati diversi articoli nelle riviste o nei quotidiani, sorgono cooperative che la applicano nelle scuole, negli ospedali, ecc., ma in realtà quello che emerge è l’immagine di una sorta di terapia alternativa “alla moda”, che cerca di acquisire popolarità attraverso gli animali più amati dalle persone: cani, gatti, conigli, cavalli e delfini. Difatti attualmente la pet-therapy è inserita, erroneamente, nelle terapie dolci e nella medicina non convenzionale, da cui le difficoltà, in Italia, ad elaborare protocolli scientifici validi e dati significativi, rappresentativi e confrontabili. Si rende quindi necessario dare un contributo scientifico valido e apprezzato nei confronti della pet-therapy, o meglio delle Attività/Terapie Assistite dagli Animali, in modo da consentire un suo più largo impiego sia in ambito scolastico che riabilitativo, perché i benefici che apporta a coloro che ne usufruiscono, ma anche in coloro che indirettamente vengono coinvolti (ad es. insegnanti, staff di un istituto), sono molto validi ma poco conosciuti e quindi poco apprezzati, soprattutto nel nostro paese.
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