La competenza della Diagnosi Psicologica

Piero Porcelli

Servizio di Psicodiagnostica e Psicoterapia
IRCCS gastroenterologico “S. de Bellis”
Castellana Grotte (Bari)
porcellip@mail.media.it

Ringraziamo l’autore e la SIPSOT (http://www.sipsot.it)  per averci concesso la pubblicazione

Cornice normativa di riferimento

La diagnosi psicologica può essere considerata un aspetto fondativo della professione dello psicologo. Vi sono almeno due riferimenti normativi “forti” che conferiscono alla diagnosi psicologica tale carattere fondativo. Il primo lo si trova nell’art.1 della Legge 56/89 in cui vengono definiti gli ambiti professionali che caratterizzano e specificano la professione: “La professione di psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi per la prevenzione, la diagnosi, le attività di riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità” (il corsivo è mio) [1]. Il secondo è nell’art.21 del Codice Deontologico dove si dice che “lo psicologo è tenuto a non insegnare l’uso di strumenti conoscitivi e di intervento riservati alla professione di psicologo a soggetti estranei alla professione stessa” (il corsivo è mio) [2].

Come si vede, il Codice rimanda alla Legge per cui si pone come norma l’idea che professionalmente lo psicologo si caratterizza per l’uso di alcuni strumenti specifici grazie ai quali delinea il proprio spazio autonomo e non condiviso con altre figure professionali limitrofe, come ad esempio psichiatri o assistenti sociali. La situazione legislativa configura quindi almeno due punti importanti [3]: 1) lo psicologo è accomunato a medici e odontoiatri come unica figura professionale con facoltà di fare diagnosi in ambito sanitario in Italia; 2) lo psicologo si differenzia da altre figure professionali nel fatto di essere l’unico a poter fare diagnosi psicologica.

I riferimenti normativi servono a recintare gli ambiti formali di definizione di un oggetto. In questo caso, il legislatore ci dice cosa noi psicologi possiamo fare e chiaramente non può (e non deve) dirci cosa dobbiamo fare perché questíultimo aspetto indica dei contenuti di cui solo noi siamo esperti in quanto parliamo dei ferri del nostro mestiere. Proviamo allora a riflettere sui contenuti di quello che solo noi possiamo fare.

Significati della diagnosi

E’ possibile concepire il concetto di “diagnosi” lungo un continuum che attraversa due aree distinte ma parzialmente sovrapposte, l’area psicosociale e l’area biomedica (Figura 1).

Ad un primo estremo, relativo all’area psicosociale, la diagnosi è intesa in senso ampio come valutazione, assessment nell’accezione anglosassone. L’assessment (da ad-sedere) si riferisce alla pura valutazione di quello che accade nel corso dell’osservazione, al pari di un giudice di linea che osserva e valuta una serie di eventi all’interno di un recinto che delimita il campo di gioco. Estremizzata, questa accezione trasformerebbe lo psicologo in una sorta di laboratorista, o meglio di tecnico di laboratorio psicometrico, che legge i risultati di un test, valuta se il punteggio ottenuto rientra o meno in un range di valori normali e comunica tali dati ad un terzo che invece fa diagnosi. Tale accezione estrema è abbastanza “pubblicizzata” fra alcune figure professionali limitrofe alla nostra proprio perché equipara per intero lo psicologo allo psicometrista, senza caricare ulteriormente le responsabilità professionali di diagnosi. Credo che nessuno psicologo si limiti o auspichi di concepire l’assessment in senso puramente psicometrista. In genere, l’assessment viene fatto usando più tecniche (osservazione, test, colloquio), integrando gli esiti finali con altre fonti informative, come ad esempio la storia del soggetto [4].

All’estremo opposto, nell’area biomedica, la diagnosi viene intesa in senso stretto come atto di identificazione e classificazione di una patologia. Estremizzando questa accezione, la diagnosi diventa possibile solo quando si dispone di test diagnostici, ossia di esami dotati di elevata ed attendibile probabilità a posteriori di identificare una malattia, considerando la storia naturale della malattia e la sua prevalenza nella popolazione di appartenenza del soggetto. Ad esempio, è possibile far diagnosi di cancro solo dopo un esame istocitologico dei tessuti prelevati. Bisogna tener presente che in nessun campo dellíarea psicosociale è possibile applicare questa accezione estremizzata di diagnosi poiché non esistono test diagnostici in psichiatria. Infatti, ad esempio, non si fa diagnosi di schizofrenia dopo aver eseguito una PET.

In un’area centrale di sovrapposizione, la nozione di diagnosi diventa ancora più ibrida e indefinita. E’ un campo dove sono presenti disturbi di somatizzazione o comunque con una sintomatologia a cavallo fra problematiche psicosociali e sintomi medici per i quali i molteplici interventi medici e psicologico-valutativi non consentono ugualmente di raggiungere alcuna certezza scientifica.

Come visto prima, la Legge 56/89 parla di “diagnosi psicologica”. Ritengo che il termine “diagnosi” sia stato usato dal legislatore in modo abbastanza ambiguo, o forse anche improprio laddove viene specificato che si tratta di diagnosi psicologica. La dizione “diagnosi psicologica” è una contraddizione nei termini se intesa in senso stretto biomedico o fuorviante se usata nel senso ampio di assessment. Manca cioè una definizione precisa di cosa si intenda per “diagnosi” e soprattutto per “diagnosi psicologica”. La questione non è di natura esclusivamente filosofica poiché è in base questa attività che la professione di psicologo viene normata come analoga a quella del medico (per quanto riguarda la “diagnosi”) e come specificamente diversa da tutte le altre (per quanto riguarda la “diagnosi psicologica”).

Nei manuali dei test psicologici viene costantemente sottolineato il fatto di non assumere i risultati dell’indagine come indicatori di una patologia psichica. Prendiamo ad esempio tre dei test più diffusi, il Rorschach, il MMPI e la WAIS. Scrive Exner [5], per quanto riguarda il test di Rorschach:

Ancora, nel manuale italiano della nuova versione del MMPI, il MMPI-2, Butcher & Williams scrivono [6]:Infine il QI ottenuto dalla WAIS non è diagnostico di per sé poiché è una scala ordinale che dispone i punteggi lungo un continuum nel quale il punteggio superiore è semplicemente maggiore di quello inferiore. Non è previsto uno zero assoluto (scala reale) e gli intervalli fra un punteggio e l’altro non sono omogenei (scala intervallare), come nelle misure fisiche. L’unico aspetto diagnostico della WAIS potrebbe essere l’Indice di Deterioramento Mentale poiché probabilmente predittivo di uno stato patologico involutivo in atto. Ma anche a questo proposito, Wechsler scrive [7] cheQuesto significa che i test forniscono un profilo descrittivo di valutazione (nel senso di assessment) e non hanno valore prescrittivo di diagnosi come identificazione di una patologia.

Le basi dell’attività diagnostica

Non disponendo di una definizione precisa di diagnosi, dobbiamo intendere l’attività diagnostica nel campo psicosociale come un insieme di interventi effettuati con molteplici tecniche e metodiche (dalle meno strutturate come il colloquio clinico alle più strutturate come i questionari a risposta chiusa) che si situano a vario titolo lungo il continuum che va dall’assessment all’identificazione di patologia. Tradizionalmente, il paziente viene studiato da almeno due punti di vista che, per comodità di esposizione, definiamo psichiatrico e psicologico. Il primo intervento, essendo inserito nell’area biomedica, tende a occupare il polo della diagnosi come identificazione di patologia e viene tradizionalmente effettuato dallo psichiatra. Il secondo, tipicamente psicosociale, tende ad occupare il polo opposto della diagnosi come assessment e viene tradizionalmente effettuato dallo psicologo. Questa suddivisione dei compiti è a prima vista molto razionale, obbedisce ad efficaci criteri operativi e non dà luogo ad alcun problema in situazioni chiaramente definite.

Esaminando la situazione da un punto di vista normativo, la suddivisione dei compiti non è chiaramente ispirata a criteri operativi e utilitari poiché in tal caso non sarebbe necessaria una legge dello Stato ma una efficace organizzazione del lavoro nei servizi e nelle prestazioni. Formalmente, tale suddivisione è invece imposta dalla qualifica professionale di chi compie l’atto diagnostico. In parole povere, la divisione dei compiti si basa sul titolo di studio: è psichiatrica una diagnosi fatta da un medico specializzato in psichiatria ed è psicologica una diagnosi fatta da un operatore laureato in psicologia. Ciò sembra una conseguenza logica ma in realtà solleva alcuni dubbi di carattere epistemologico.

Una diagnosi psichiatrica differisce profondamente dalla gran parte delle diagnosi mediche specialistiche poiché nella prima non è possibile far alcun accenno all’etiologia. Diagnosi medica significa possibilità di identificare una patologia attraverso l’esame di segni e sintomi e la patologia viene intesa come affezione (di organo, tessuto o cellula) o come disfunzione (alterazione patologica di funzioni). Una diagnosi psichiatrica è invece una diagnosi psicopatologica descrittiva (senza riferimenti ad alcuna teoria, ateroretica, secondo la filosofia del DSM dal 1980 in poi) basata esclusivamente sulla osservazione di sintomi che possono essere convenzionalmente raggruppati in entità nosografiche più o meno omogenee le quali indicano la presenza di un disturbo mentale. Ora, il DSM-IV [8] definisce il disturbo mentale come “A clinically significant behavioral or psychological syndrome or pattern that occurs in an individual and that is associated with present distress or disability or with a significant increased risk of suffering death, pain, disability, or an important loss of freedom”. Come si può notare, questa definizione impiega esclusivamente costrutti di tipo psicologico, come sindrome psicologica o comportamentale, distress, disabilità, sofferenza, dolore, perdita di libertà. A rigore, non vi è alcun accenno di carattere medico (come, ad esempio, la connessione fra un insieme di sintomi X ed uníalterazione cellulare Y). Al contrario, l’applicazione dei criteri diagnostici del DSM-IV, che assumono la definizione di disturbo mentale sopra citata, richiede un addestramento specifico ed una competenza professionale specifica, ossia una specifica abilità di applicazione dei criteri che deriva sia da una formazione adeguata nel campo della psicopatologia clinica che da uno specifico training tecnico.

Vista da questa prospettiva, l’interdizione della diagnosi psicopatologica o dell’uso dei criteri del DSM-IV allo psicologo in quanto non medico non ha senso se questi ha acquisito abilità derivanti da formazione clinica e training tecnico adeguati. Però, poiché normativamente la diagnosi psicopatologica è diagnosi psichiatrica se effettuata da uno psichiatra, la possibilità che ho, in quanto psicologo, di adoperare il DSM-IV resta avvolta in una cortina di fumo: da un lato, la diagnosi psicopatologica potrebbe rientrare in una accezione ampia di diagnosi psicologica e soddisfare i requisiti dell’art.1 della Legge di Ordinamento 56/89; dall’altro, pur senza che detto articolo definisca cosa bisogna intendere per diagnosi psicologica, corro il rischio di commettere un illecito in quanto sconfino in un ambito - quello psichiatrico - per cui non ho titoli legali. Ad esempio, se vedo un paziente che sintomi depressivi che soddisfano i criteri diagnostici del DSM-IV per un disturbo depressivo maggiore ricorrente, risulta positivo ad una scala per la depressione come quella di Beck o di Zung, ha un profilo di personalità compatibile con il disturbo depressivo ad alcuni test come il MMPI e il Rorschach, cosa posso attestare legalmente? Se redigo un report finale indicando semplicemente sintomi e punteggi ottenuti ai test, compio un’operazione di assessment estremizzato sullo stile di un tecnico psicometrista puro. Se concludo il report indicando un giudizio finale di “disturbo depressivo”, utilizzo un costrutto sovraordinato e quindi una inferenza di secondo ordine concettualmente equivalente ai criteri del DSM-IV pur senza nominarlo. Se, infine, indico chiaramente che il paziente è affetto da “disturbo depressivo maggiore, ricorrente, codice DSM-IV 296.3.2″, esprimo la stessa inferenza dell’esempio precedente ma usando il linguaggio convenzionale dello standard internazionale di classificazione dei disturbi mentali. In base alla lettera dell’art.1, quale livello di astrazione concettuale è concessa allo psicologo per formulare la propria legittima diagnosi psicologica? Le conseguenze sono notevoli e riguardano l’enorme potere sociale del fare diagnosi dato dal fatto che la società nel suo complesso, comprese le istituzioni, sono tenute a riconoscere ufficialmente il signor XY come malato. Se non è chiaro, si sta parlando della possibilità di emettere certificazione con valore legale di disturbo mentale, da cui deriva il potere sociale secondo il quale tre parole di diagnosi scritte da uno psichiatra pesano in modo incommensurabilmente maggiore di cinque pagine di report psicologico.

Tornando al discorso da cui siamo partiti, in un’ottica epistemologica la diagnosi psicopatologica si basa sulla competenza e non sul titolo di studio, e le due cose non sempre sono equivalenti. Questo discorso non vale esclusivamente per la diagnosi psicopatologica ma per ogni altro settore psicosociale in cui un sistema di riferimento consente di fare diagnosi, anche se non psicopatologica. Prendiamo ad esempio un settore completamente diverso da quello psicopatologico, quale quello psicodinamico. Alcuni anni fa Kernberg pubblicò una intervista diagnostica strutturale che consente di formulare una diagnosi di personalità non basata sui sintomi ma sulla struttura di personalità secondo uníottica psicodinamica [9]. Lo schema dell’intervista strutturale è strutturato non ad albero decisionale, come il DSM, ma con una struttura circolare che prevede un punto di entrata (valutazione del motivo della visita e dei sintomi nevrotici presentati) ed un punto di uscita (diagnosi differenziale di struttura psicotica, nevrotica o borderline di personalità). I parametri considerati non sono i sintomi psicopatologici, come per la diagnosi psicopatologica descrittiva, ma tre costrutti psicodinamici: l’integrazione o la diffusione di identità, il livello evolutivo delle operazioni difensive prevalenti e la qualità dell’esame di realtà. Come nel DSM-IV, qui la diagnosi è categoriale poiché assegna una categoria diagnostica al paziente, e, a differenza del DSM-IV, qui la diagnosi non è descrittiva ma predittiva di una struttura di personalità. Questo significa che in ogni caso si intende fornire una classificazione che identifica una patologia, non psichiatrica ma di disturbo di personalità.

Anche qui si pone il problema del soggetto della diagnosi. Chi può fare una diagnosi strutturale di personalità? Formalmente, non ha alcun senso dire che può farla solo uno psicoanalista perché non esiste un titolo di psicoanalista che ha valore legale, come per il titolo di studio universitario. Epistemologicamente, sembra abbastanza scontato che può farla chiunque abbia la capacità di usare i criteri descritti da Kernberg. Ossia chiunque abbia una formazione psicodinamica tale da essere in grado di osservare determinati fenomeni ed un training specifico tale da essere in grado di applicare tecnicamente lo schema dell’intervista strutturale. Da questo punto di vista, non cíè alcuna differenza con i fondamenti epistemologici di applicazione del DSM, ma anche di qualsiasi altro sistema diagnostico.

Proposta di un fondamento per la diagnosi psicologica

Da quanto detto scaturisce che la diagnosi psicologica non può essere definita in base ai suoi contenuti poiché vi sono tanti contenuti non omogenei quanti sono gli approcci che si dispiegano in un ampio ventaglio che va dall’assessment all’identificazione di una patologia. Ciò nondimeno, la diagnosi psicologica obbedisce agli stessi criteri epistemologici che valgono per qualsiasi sistema diagnostico, dal più al meno formalizzato. Indipendentemente dai contenuti e dall’ambito specifico a cui si applicano, i sistemi diagnostici e la diagnosi psicologica si fondano su tre punti tra di loro concatenati: la clinica, la professionalità e la formazione (Figura 2).

CLINICA PROFESSIONALITA’ FORMAZIONE

Osservazione di fenomeni in una relazione professionale Acquisizione di abilità specifiche Processo di integrazione di conoscenze di base, training, supervisioni, esperienze, aggiornamento

Il primo punto è costituito dalla clinica, intesa come osservazione di fenomeni all’interno di una relazione professionale. L’osservazione in quanto tale non è professionale: scambiare quattro chiacchiere con una persona in modo informale al bar, sia pure su seri problemi psicologici, non indica un’osservazione clinica. L’osservazione psicologica è clinica perché compiuta all’interno di una relazione professionale definita dal setting, ossia dal fatto che il paziente viene osservato in un luogo specificamente adibito al colloquio o al test, in un tempo preciso concordato e dietro un compenso per la prestazione laddove istituzionalmente previsto. La definizione del setting è un prerequisito fondamentale della diagnosi psicologica, un elemento necessario ma chiaramente non sufficiente poiché a sua volta si basa sul punto successivo.

Il secondo punto è costituito dalla professionalità. Il paziente chiede di essere osservato o viene inviato in osservazione a determinate condizioni perché la persona che fornisce il servizio (lo psicologo in quanto provider) ha acquisito una adeguata e specifica capacità che lo mette in grado di fornire il servizio. L’acquisizione delle capacità professionali non è di per sé sufficiente a fornire un servizio di diagnosi psicologica poiché si basa sull’ulteriore successivo punto.

Il terzo punto è costituito dalla formazione. Intendo per formazione non necessariamente e non semplicemente una formazione di tipo strutturato, sul modello di quella psicoanalitica o cognitivista nellíarea della psicoterapia. Per formazione intendo un processo di sviluppo nel tempo che consente l’integrazione attuale delle conoscenze di base del settore (come la laurea in psicologia), il training specifico per aree diagnostiche omogenee (ad esempio, il testing in età evolutiva o in neuropsicologia, i questionari multiitem e multitratto di personalità, il testing proiettivo), le supervisioni effettuate nelle varie aree tematiche del testing, le esperienze cliniche maturate sul campo, l’aggiornamento permanente che consente a ciascuno psicologo di selezionare il materiale testologico in base agli studi di affidabilità e validità che continuamente compaiono in letteratura. Senza questo processo integrato di formazione, non esiste professionalità nella diagnosi psicologica e, di conseguenza, non esiste neanche la capacità di effettuare uníosservazione clinica dotata di senso.

Prendiamo ad esempio il caso di un paziente che chiede una visita a causa di una persistente difficoltà lavorativa, mancanza di concentrazione, assenteismo frequente, sintomi ansioso-depressivi vaghi e polimorfi, difficoltà coniugali e fondato timore di perdere il posto di lavoro. Cosa fare con il paziente, quali passi intraprendere al fine di avere una chiara idea della natura dei suoi problemi e di discuterne eventuali rimedi attraverso un programma terapeutico, quali tecniche di osservazione adoperare sono punti che cronologicamente fanno parte del primo momento (l’osservazione clinica) ma che in realtà derivano logicamente dall’ultimo e fondamentale momento della formazione. Solo una adeguata formazione mi consente di decidere quanti colloqui fare e in che modo strutturarli, quali test scegliere di somministrare in base alla natura del problema, al tipo di personalità, al quesito diagnostico e alla capacità psicometrica che hanno dimostrato negli studi in letteratura di assessment specifico per il caso in questione, quale altro intervento specialistico richiedere. Alla fine del processo, adoperando alcuni strumenti di cui si è parlato in questo lavoro, il report potrebbe fornire indicazioni sulla struttura di personalità attraverso l’intervista strutturata di Kernberg, sulla natura dei conflitti coniugali attraverso colloqui individuali e di coppia, sul funzionamento cognitivo e affettivo nonché sul tipo di relazioni interpersonali attraverso il MMPI-2 ed il Rorschach, sulle influenze dello stato emotivo di stress sulle funzioni cognitive attraverso un test di livello come la WAIS o le Matrici Progressive, sulla sintomatologia di Asse I e sui tratti comportamentali di Asse II del DSM-IV. All’interno di ciascun momento valutativo e tecnica adottata, le affermazioni contenute nel report (indipendentemente dal fatto che venga stilato per iscritto o discusso verbalmente con il paziente) vanno sostanziate con i dati di giustificazione. In parole povere, devo saper distinguere un abbassamento del livello qualitativo delle difese e del senso di identità dovuto ad un periodo contingente di stress acuto dai tratti stabili di personalità per quanto riguarda l’intervista di Kernberg; devo esser consapevole che una elevazione della scala clinica D al MMPI-2 ha un significato diverso se accompagnata da una elevazione della scala clinica Si o di alcune scale di contenuto come A, DEP, WRK e LSE; devo riuscire a capire quali fattori sono collegati ad un risultato positivo al Coping Deficit Index del Rorschach Comprehensive System e come può variare il significato ad esempio in rapporto ad un elevato Egocentricity Index o al Depression Index negativo; devo capire come interpretare un QI normale ma con una elevata dispersione dalla media di alcuni subtest di performance; devo sapere in che modo un soggetto che soddisfa i criteri per una diagnosi DSM-IV di Episodio Depressivo Maggiore si differenzi da uno con un Disturbo dell’Adattamento con Umore Depresso che soddisfa anche i criteri per un Disturbo Dipendente di Personalità.

Un report finale redatto in base ad una mole notevole di informazioni può sicuramente essere considerato una “diagnosi psicologica” perché contiene non una semplice descrizione di assessment o una precisa patologia identificata bensì un insieme di informazioni documentate che vanno dall’assessment all’identificazione di una patologia in un quadro coerente e integrato che descrive una persona, in base al quale viene formulato un progetto terapeutico. L’elemento professionalizzante essenziale di questo processo non è l’abilità a stendere un report ma la capacità di documentare i passaggi. E’ questa capacità di documentazione che ci porta a costruire dei modelli comuni di riferimento, un linguaggio comune e condiviso basato sulla chiarezza del metodo grazie al quale è anche possibile discutere su contenuti divergenti, ossia una identità professionale comune.

Conclusioni
Il fatto di essere unico nel mondo professionale dell’area psicosociale, non confondibile con altre figure e senza sovrapposizioni con professioni limitrofe non è un dato naturale e congenito per lo psicologo. La Legge di Ordinamento 56/89 individua, nel primo articolo, la diagnosi psicologica come caratterizzante, ma non ne specifica i contenuti, né può farlo poiché i contenuti ed i significati della diagnosi psicologica devono essere autonomamente definiti dalla categoria e dalle sue professionalità, non imposti per legge.

In quanto tale la “diagnosi psicologica” non esiste poiché priva di un significato univoco che ne identifica i contenuti immediatamente. Per “diagnosi psicologica” bisogna quindi intendere un insieme di operazioni valutative che vanno dall’assessment all’identificazione di una patologia psichica [10]. Come per ogni altro sistema diagnostico, la diagnosi in psicologia assume un significato a seconda dell’operatore che la effettua. Tradizionalmente e ufficialmente, la soggettività dell’operatore è stata identificata con il suo titolo di studio universitario, per cui la diagnosi è psichiatrica se effettuata da un laureato in medicina specializzato in psichiatria mentre è psicologica se effettuata da un laureato in psicologia. Questa concezione sembra accettata ed assecondata anche dagli organi istituzionali ordinistici quando l’uso del testing viene identificato sic et simpliciter con il possesso della laurea in psicologia (Art.21 del Codice Deontologico [2]). Esaminando i fondamenti epistemologici della diagnosi, appare invece che l’uso di uno strumento o di un insieme di strumenti professionali, fra cui quelli dell’assessment, è fondato sulla professionalità e sulla formazione dell’operatore.

La Legge ed il Codice impongono una limitazione d’uso ai soli psicologi degli strumenti diagnostici in psicologia. Questo è sensato, ma attualmente sembra non del tutto giustificato in senso positivo ma solo in senso difensivo. Giustificare in senso positivo la sensata identificazione dello psicologo con il testing diagnostico implica un’operazione che è anzitutto culturale nel promuovere la crescita professionale degli psicologi italiani. Fino a quando la validità reale della professionalità verrà scambiata con la legittimità formale data dal possesso della laurea in psicologia non si vede come invertire la rotta da una posizione difensiva ad una propositiva. Il titolo di studio è certamente importante, ma è solo uno dei requisiti del processo di formazione della professionalità, e precisamente quello relativo alla conoscenza di base, allíacculturazione elementare della professione, per così dire. Non è il titolo di studio ma la professionalità basata sulla formazione a fornire le caratteristiche sufficienti a limitare l’uso degli strumenti diagnostici, tanto in psicologia quanto in qualsiasi altro settore dell’area psicosociale o biomedica. Ad esempio, anche l’American Psychological Association (APA) (che è in sostanza la versione statunitense del nostro Ordine Nazionale) nel suo Codice Deontologico vieta agli psicologi di promuovere l’uso del testing verso “persone non qualificate” ma allo stesso tempo delinea una serie di indicazioni e linee-guida tese alla formazione di una identità professionale basata su un comune pensare, sentire ed agire [11]. Un cambiamento fortemente positivo, innovativo e propositivo potrà avvenire nel nostro paese quando l’istituto ordinistico riuscirà a dotarsi degli strumenti operativi necessari per disciplinare la formazione al testing ed alla diagnosi in psicologia e per stabilire delle linee-guida mediante cui si potrà formare una coscienza professionale collettiva unitaria fondata sulla chiarezza dei passaggi metodologici che intervengono nella diagnosi psicologica. In questo contesto, l’adozione di linee-guide per la diagnosi psicologica appare un elemento fondamentale sia per giungere ad una coscienza professionale unitaria che per favorire una rappresentazione sociale positiva dello psicologo. Le linee-guida infatti hanno una indiscussa utilità clinica poiché consentono i) di identificare momenti decisionali chiave e le relative conseguenze, ii) di effettuare una revisione delle rilevanti evidenze empiriche su benefici, rischi e costi di decisioni alternative, iii) di fornirsi delle evidenze necessarie al fine di presentare le fasi decisionali in forma semplice, flessibile e condivisa [12]. Probabilmente allora il termine “diagnosi psicologica” si identificherà con una certezza data dallíadozione di regole metodologiche chiare e condivise grazie alle quali le divergenze di pareri e contenuti diagnostici potrà essere una ricchezza culturale e non semplicemente confusione e incomunicabilità.

BIBLIOGRAFIA

Legge 18 febbraio 1989, n.56: Ordinamento della Professione di Psicologo. Website URL http://www.psy.it/ordpsic/consnaz/leggi/56ital.html
Codice Deontologico degli Psicologi Italiani (27-28 giugno 1997). Website URL http://www.psy.it/ordpsic/psy_e_u/op_cx_en.html
Sagona G. Ordinamento della diagnosi psicologica. La Professione di Psicologo, 1997; 4(2): 22-23
Handler L., Hilsenroth M.J. (eds). Teaching and learning personality assessment. Lawrence Erlbaum Associates, Mahwah, NJ, 1998
Exner JE. The Rorschach: A Comprehensive System. Vol.1: Basic Foundations. J.Wiley & Sons, New York. 1993
Butcher JN, Williams CL. Fondamenti per l’interpretazione del MMPI-2 e del MMPI-A. Giunti-OS, Firenze, 1996
Wechsler D. WAIS. Manuale. OS, Firenze, 1992
American Psychiatric Association. Diagnostic and statistical manual of mental disorders, 4th edition (DSM-IV). American Psychiatric Association, Washington, 1994
Kernberg O. La intervista strutturale. Psicoterapia e Scienze Umane, 1983; 4: 22-55
Holt R. Introduzione a: Rapaport D, Gill MM, Schafer R. Reattivi psicodiagnostici. Boringhieri, Torino 1975
American Psychological Association. Ethical principles of psychologists and code of conduct (December 1, 1992). Website URL http://www.apa.org/ethics/code.html
Jackson R, Feder G. Guidelines for clinical guidelines. British Medical Journal 1998; 317: 427-428


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5 Responses to “La competenza della Diagnosi Psicologica”

  1. mi sembra di capire che secondo l’autore una diagnosi psicologica implica comunque l’uso di strumenti testistici.
    Non sono pienamente d’accordo, così come mi sembra limitante identificare l’osservazione psicologica come “clinica” in base al luogo, al tempo e al compenso professionale.
    Un medico può svolgere attività clinica anche al di fuori del suo studio, ad es. soccorrendo un ferito per incidente e può fare una diagnosi anche senza l’ausilio di analisi di laboratorio ed esami, anche se ovviamente questi sono utili e spesso necessari; basti pensare alle normali diagnosi di influenza, gastroenterite, bronchite ecc.
    In modo analogo anche uno psicologo può svolgere attività clinica in luoghi non dedicati o persino gratuitamente e i test sono un valido ausilio per la diagnosi psicologica e probabilmente andrebbero sempre usati quando si voglia scrivere un report, ma lo psicologo può fare diagnosi anche senza di essi.
    E’ davvero singolare che i medici ci ritengano spesso loro colleghi più di quanto lo crediamo noi stessi.
    Vorrei anche far notare che molte patologie mediche sono ad eziologia ignota e che parlare di disfunzioni di organi, tessuti e cellule non significa parlare di eziologia, in quanto per agente eziologico si intende ciò che ha causato le suddette alterazioni e disfunzioni.
    Segnalo anche un mio punto di vista sulla diagnosi psicologica che si può trovare nell’articolo “psicoterapia e diagnosi” pubblicato anche sul sito http://www.humantrainer.com

  2. dal link sotto evidenziato si evince perfettamente l’autonomia diagnostica e professionale dello psicologo e si chiarisce perfettamente che all’interno della definizione “diagnosi psicologica” è logico inserire quella di “diagnosi psicopatologica”

    http://www.psicologiagiuridica.com/pub/docs/numero_14/articoli/ParereProVeritatePsicologi.pdf

  3. quando si fa riferimento all’articolo 1 de legge 56/89 che definisce la professione di psicologo in cui vi è esplicitamente scritto che lo psicologo fa “diagnosi” (..) in ambito psicologico…, si tende ad interpretare questa dicitura come espressione di un semplice rapporto o relazione del vissuto personale di un individuo senza però descriverne o definirne la “malattia”.
    Questo è un errore di valutazione in cui spesso molti tendono a cadere. La legge parla di diagnosi! Ossia:

    dal greco dià (attraverso) gnosis (conoscenza)
    - Processo volto alla rilevazione e descrizione di fenomeni riconosciuti come patologici, o procedura orientata a ricondurre un determinato fenomeno all’interno di una specifica categoria.

    La psicologia è la scienza del comportamento umano, e in essa non si distingue un comportamento umano NORMALE da un comportamento PATOLOGICO e, come materia scientifica tesa a comprendere quelle dinamiche che spiegano e descrivono il correlato psichico di un comportamento, integra in sé tutte quelle discipline orientate verso questa comprensione quali: la biologia, la psicofisiologia, la neuropsicologia, l’antropologia, la psicopatologia.
    Una diagnosi psicologica sottintende, quindi, una conoscenza e una considerazione di tali discipline. E’ logico che non essendo fatta da un medico essa non è una diagnosi medica ma è una diagnosi che entra nel merito di tutte quelle competenze che la professione di psicologo prevede ossia: la PSICOLOGIA la PSICOPATOLOGIA la NEUROPSICOLOGIA. La diagnosi psicologica o psicodiagnosi le integra tutte.
    Questo rende la diagnosi psicologica e psicopatologica altrettanto funzionale ed operativa sotto l’aspetto della conoscenza clinica della psicopatologia del paziente e sulle sue relative indicazioni di intervento terapeutico esattamente come la diagnosi medica.
    In tali ambiti, quindi ( psicologia, psicopatologia, neuropsicologia) lo psicologo che fa diagnosi (secondo la legge 56/89) (NON relazione psicologica) CHIAMA, DEFINISCE e/o DESCRIVE la malattia!

    Oltre allo strumento “colloquio diagnostico” (raccolta anamnesi, osservazione ecc. in cui il professionista che si cimenta fa riferimento alle sue conoscenze scientifiche negli ambiti su citati e previsti dal suo PIANO DI STUDI UNIVERSITARIO) lo psicologo è legalmente abilitato all’uso di test diagnostici in tali discipline (si veda ad esempio MMPI, SCID (per la psicopatologia)test di BENDER, MATRICI PROGRESSIVE , MMSE,(per la neuropsicologia) ecc. ecc.) e ciò è un’ulteriore prova della sua competenza diagnostica, professionale e legale.

    Si possono considerare due prove fondamentali che sostengono e confermano quanto su riportato e che invito a prenderne atto:

    1) Un documento pubblico (su psicologiagiuridica.com) scritto dal professor Guglielmo Gulotta avvocato ed ordinario di Psicologia Giuridica all’Università di Torino in risposta ad un quesito rivoltogli dallo stesso Ordine Nazionale degli Psicologi in merito alle competenze diagnostiche dello psicologo. Su tale documento, in cui si dispiega punto per punto la legge 56/89 ed altre caratteristiche della professione di psicologo, si comprende perfettamente la sua autonomia diagnostica e professionale (ritenuta ancora dalla classe medica ingiustificatamente subordinata a non si sa chi o cosa..) ed il suo diritto professionale e legale di mettere mani alla cosiddetta diagnosi differenziale, ritenuta ancora, scorrettamente, di sola ed esclusiva competenza medica.

    http://www.psicologiagiuridica.com/pub/docs/numero_14/articoli/ParereProVeritatePsicologi.pdf

    2) La prova pratica richiesta ai candidati all’esame di Stato per l’abilitazione alla professione di psicologo. Questa consiste nella valutazione di un caso clinico in cui (elemento centrale espressamente richiesto nel compito) va effettuata una DIAGNOSI DIFFERENZIALE (non una relazione psicologica, pena la bocciatura) secondo i criteri del DSM ed una proposta di intervento sulla base di questa.

    Sarebbe davvero un NON SENSO richiedere un tale compito ad un esame di Stato per l’abilitazione alla professione per poi non permettere allo stesso professionista di effettuare tale lavoro dal vivo nella sua pratica clinica.

    Un allegato del quale si invita a prenderne atto è un esempio di linea guida all’esame di stato per psicologi in cui la prova chiede in modo esplicito:

    -ipotesi diagnostiche secondo i criteri del DSM IV
    -diagnosi differenziale
    -strategie di intervento

    http://www.professionepsicologo.com/pdf/Esame_stato_caso_clinico.pdf
    inoltre ricordo che uno psicologo che effettua psicoterapia secondo l’articolo 3 della legge 56/89 ha acquisito, dopo specializzazione, ulteriori competenze in ambito psicopatologico e per tanto ulteriormente legittimato a far diagnosi differenziale.
    scrivo con la speranza di dissipare ogni dubbio ed ogni conflitto nel lettore.

  4. per una informazione corretta sulla diagnosi differenziale dello psicologo si veda

    http://www.medicitalia.it/02it/notizia.asp?idpost=98045

    e
    http://www.medicitalia.it/02it/notizia.asp?idpost=98045

  5. da un documento del Consiglio Nazionale Ordine Psicologi

    Lo psicologo è abilitato formalmente ad effettuare attività di diagnosi psicologica
    in base all’art.1 della Legge n.56 del 1989 Ordinamento della professione
    di Psicologo.
    La psicologia è la scienza che studia il comportamento e le funzioni mentali
    normali e patologiche.
    L’attività di diagnosi psicologica ricomprende quindi al suo interno come
    caso specifico la DIAGNOSI PSICOPATOLOGICA , in un rapporto da genere a
    specie.
    Tale posizione risulta consolidata storicamente, scientificamente e giuridicamente.
    La diagnosi sulle funzioni psichiche normali e patologiche si realizza attraverso
    una metodologia di competenza specifica della professione di
    psicologo.
    Le abilità di base necessarie all’attività diagnostica sono pienamente contemplate
    nei percorsi formativi dello psicologo.
    La competenza individuale comprende strumenti, attività e settori di applicazione
    per i quali il singolo psicologo ha adeguata formazione.
    I limiti dell’attività diagnostica e la responsabilità giuridica dello psicologo
    sono regolati dal Codice Deontologico oltreché dalla normativa vigente in
    materia civile e penale.

    documento completo:
    http://www.psicologia.toscana.it/fileadmin/user_upload/Normativa/CNOP_-_Parere_diagnosi_psicologica_psicopatologica.pdf

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