La psicoanalisi tra etica e verità

Sergio Benvenuto*

Etica della verità

L’etica più moderna, alla quale molti di noi aderiscono, consiste fondamentalmente in questa massima: Dì sempre e comunque la verità! Dire la verità è sempre un valore. Se la persona cara sta morendo di una malattia inesorabile, non esitare a dirglielo. Se il nostro benessere comporta la miseria o il fallimento di altri, non esitare a dircelo, anche se ci priva della nostra buona coscienza. In America, quest’etica moderna è più avanzata che in Europa – ad esempio, non si mente mai al malato. Perciò l’America è più moderna – più etica – della vecchia Europa. L’opera psico-pedagogica di Françoise Dolto si riassume in questo: ai bambini, anche piccolissimi, che sembrano non capire ancor nulla del nostro linguaggio e delle nostre passioni, bisogna dire sempre la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. La psicoanalisi tutta si basa su quest’etica della verità a ogni costo.

Essa riprende una pratica antica, che i greci chiamavano parrhesìa: parlare con franchezza, dire la verità anche se sgradevole o pericolosa. Il maschio greco libero e saggio era tenuto alla parrhesia: a dire al Potente (al popolo in democrazia, al re o all’imperatore in monarchia) la verità anche se spiacevole, a costo di essere punito. Il contrario della retorica, che persuade e adula. Essa diventa libertas per i latini: la libertà di parola come libertà di critica, diremmo oggi, nel senso di esser liberi di dire la verità che critica. Quella parrhesia o libertas che gli Antichi riservavano ai cittadini adulti, maschi, liberi e integerrimi, oggi è diritto-dovere di tutti.

Ma è proprio giusto dire la verità? Sempre? Già Ibsen, in L’anatra selvatica, aveva espresso seri dubbi su questo progetto. Relling, il medico di quel dramma, afferma che ognuno può vivere solo grazie a una “menzogna vitale”. Ai deboli si deve dire comunque e sempre la verità sulla loro debolezza? Anche se sappiamo che sono destinati a restare deboli? Dire la verità, in molti casi, non è premere sulla ferita e riaprirla? Occorre dire la verità anche a chi non è abbastanza forte per essere alla sua altezza?

Prima o dopo ci sarà una reazione contro l’etica moderna del primato della verità. E allora saranno tempi davvero duri per la psicoanalisi.

“In verità, in verità vi dico….”

Quel che mi separa dagli psicoanalisti fanatici – i quali tutti, più o meno, e a qualsiasi scuola appartengano, credono che la psicoanalisi sia una scienza, foss’anche di tipo nuovo – è che vedo la psicoanalisi non come un fatto essenzialmente di verità, e nemmeno come un fatto di carità. La vedo come un fatto di libertà.

Panacee…

Oggi, suol dirsi, l’interesse per la neurologia e la psicofarmacologia ha soppiantato quello per la psicoanalisi. Perché questo cambiamento? In effetti, oggi la psichiatria organicista è in auge perché ha colto qualche successo significativo: ha promosso nuovi anti-depressivi che hanno spesso effetto, senza infliggere, di solito, penosi effetti collaterali; riesce a evitare alcuni attacchi detti di panico. Da qui la credenza che la psicofarmacologia ha, sta per avere, avrà tra poco, il farmaco per risolvere ogni problema spirituale.

Ma anche la psicoanalisi percorse la stessa strada ascendente. Freud fece impressione all’inizio del Novecento perché in poche sedute riusciva a curare (non sempre) isteriche ribelli a ogni altro trattamento, e poi ripeté questo exploit con qualche fobico e qualche ossessivo. Da qui la magnifica pretesa - soprattutto degli allievi di Freud, e ancor più degli allievi degli allievi… - di trattare tutti con la psicoanalisi: psicotici, maniaco-depressivi, tossicomani, autistici, ritardati mentali, borderline, perversi, ecc. Purtroppo, col tempo, la psicoanalisi ha deluso perché la ricerca megalomane della panacea psicanalitica universale non ha mantenuto le sue promesse. Proprio perché la psicoanalisi aveva promesso troppo, la delusione è stata cocente.

Il caso Verdiglione - l’unico fenomeno psicoanalitico italiano che abbia interessato davvero il mondo intero, triste ma vero - è in fondo un’allegoria della psicoanalisi in generale: Verdiglione prometteva megalomanicamente tutto ai suoi allievi, denaro e gloria, scienza e potere, e poi, confrontato alle vacche magre, è stato trascinato nel ludibrio e nella vergogna dai suoi stessi allievi delusi. Ma temo che la stessa cosa avverrà anche con la psicofarmacologia.

C’è di più. La psicoanalisi cent’anni fa andava in auge, come oggi la psicofarmacologia, perché essa non andava troppo nel profondo. Aveva successi per certi effetti spettacolari puntuali - la paralitica isterica d’un tratto camminava, l’agorafobico finalmente affrontava le piazze - ma pochi andavano poi a controllare se questi effetti erano profondi o duraturi. E nessuno andava a verificare se la guarigione clinica implicasse davvero una trasformazione – come si dice oggi – del soggetto nel suo insieme. Nessuno andò allora a chiedere all’Uomo dei Lupi se avesse tratto giovamento dal suo rapporto analitico - e quando la giornalista austriaca Karin Obholzer si prese la briga di andarglielo a chiedere, negli anni 70[1], si fu sorpresi da quale bassa opinione Sergueï Constantinovitch Pankejeff (alias Uomo dei Lupi) avesse della tesi della “scena primaria” che avrebbe spiegato il famoso sogno dei lupi. Si era dimenticato di dire a Freud che nelle famiglie patrizie russe i bambini non dormivano mai nella stanza dei genitori… Ma all’epoca gli psicoanalisti si accontentavano di curare il sintomo; oggi pretendono di curare l’intera esistenza, dato che sanno che l’eliminazione di un sintomo non cambia la struttura nevrotica di una persona. In fondo un ideologo come Wilhelm Reich aveva (purtroppo) ragione: dietro la nevrosi c’è un carattere, qualcosa di ben più difficile da cambiare[2]. Un terapista - psicoanalista od organicista che sia - può facilmente farmi passare il sintomo per cui, da adulto, mi faccio pipì sotto; più difficile è impedire che io scivoli in altri sintomi o comportamenti sgradevoli (colleziono divorzi, mi faccio regolarmente licenziare dal lavoro, mi vengono sempre micosi sulla pelle o pruriti sotto le ascelle, ecc.). Lo stesso Freud, col tempo, dovette ricredersi sugli effetti a lungo termine dell’analisi; da qui il suo crescente pessimismo.

Oggi lo stesso scenario si ripete con la psicofarmacologia. Colpiscono i suoi effetti immediati, spettacolari: il depresso suicidario dopo un po’ riprende a sorridere. Miracolo! Ma lo si segua per anni: si vedrà che riuscirà forse a evitare ricadute peggiori solo imbottendosi, per il resto della vita, di pillole. Continuerà a sorridere, ma: non farebbe meglio a piangere su quello che è diventato?

E’ come si legge nel libro Risvegli di Oliver Sacks[3] (e si vede nel film da esso tratto): grazie all’L-Dopa, Sacks riesce a riportare alla normalità esseri umani pietrificati dall’encefalite letargica. Riportare una statua umana alla vita, non è impressionante? Le mitologie antiche non ci raccontavano prodigi del genere? Ma dopo un po’ Sacks si rende conto che, pur aumentando progressivamente le dosi del farmaco, i suoi pazienti tornano allo stato precedente. Il miracolo era una meteora. Il destino degli encefalitici era tornare a essere statue.

Lo strisciante discredito della psicoanalisi è dello stesso tipo. I suoi miracoli, col tempo, si sono rivelati non decisivi né veramente duraturi. Un po’ come Sacks, Freud ha fatto sprizzare nuova vita dall’ingessatura positivistica in cui erano stati pietrificati i nevrotici. Ma poco a poco l’ingessatura si è ricostituita attorno a loro, come una liana fatale. Ci hanno pensato gli allievi di Freud, chi più chi meno, a ingessare i loro pazienti nelle loro teorie psicoanalitiche. Ormai suscita qualche interesse solo la lettura di analisti radiati dalle loro istituzioni, fringe, o in odore di psicosi: Jung, Rank, Dolto, Lacan, Bion, Mashud Khan, Meltzer, e pochissimi altri. Costoro possono farci rivivere, per qualche istante, l’ebbrezza che Freud diede all’Occidente quando tolse l’ingessatura.

E’ questo il paradosso delle nuove terapie psichiatriche: man mano che diventano più profonde, sono in grado di criticare i loro stessi effetti e scoprono i propri limiti. Ma questa loro maturazione le priva di quell’incanto di cui ha bisogno chi soffre nella lotta impari contro la propria sofferenza. La gente si aspettava “la soluzione finale”, è delusa, e si rivolge ad altre panacee. E il ciclo ricomincia.

Questo perché psichiatri e psicoanalisti, pazienti e amici o parenti dei pazienti, sono riluttanti ad accettare un’amara evidenza: che ciò che chiamiamo nevrosi, o psicosi, spesso è parte del modo di essere di chi ne è affetto. Alcuni di noi sono facili all’angoscia o alla depressione così come alcuni di noi hanno gli occhi chiari, sono bassi di statura, detestano la matematica, o sono un po’ freddi nel letto d’amore. E’ naturale che spesso siamo scontenti di quello che siamo, perciò ricorriamo al lifting, ci tingiamo i capelli, oppure calziamo scarpe con suole molto alte. Si tratta di mezzucci; la protesi consola, ma non sarà mai eguale a ciò che non siamo e che avremmo voluto essere.

Psicoanalisi e psichiatria tendono a dirci “non è vero che sei così! una malattia [l'analista dice: una rimozione, o un’identificazione proiettiva, o una scissione del Se], come un rospo, nasconde ciò che veramente sei”. Ma questa idea non è un po’ truffaldina? (Anche se di solito la truffa viene ordita in buona fede). Di fatto lo strizzacervelli, quando ha successo, fornisce protesi o tinture di capelli o lifting psichici. Conosco alcune persone che esibiscono un perfetto lifting psicoanalitico - spesso le preferivo com’erano prima. Comunque, prima o dopo la gente si accorge che sono solo protesi, tinture, ed è delusa.

Chi, oggi, si rassegna più ai propri limiti? E così la medicina - anche quella dell’anima - non cesserà di sfornare, periodicamente, i suoi specifici d’illusione.

…e l’orrore della felicità

Le righe precedenti sono state scritte qualche anno fa. Ma oggi, forse, accade un cambiamento essenziale: grazie alla genetica, e ad altre biotecnologie, le proposte della medicina potrebbero cessare, finalmente, di essere illusioni. Forse la Tecnoscienza, per la prima volta, è in grado di incidere veramente sulla natura umana, sulla struttura degli esseri umani. Non si tratta più della vecchia restitutio ad integrum della medicina, oggi si profila una mutatio integritatis, un cambiamento di integrità. E questa è la più grande e inquietante svolta nella storia dell’umanità, dalla rivoluzione neolitica in poi. L’uso dell’energia atomica è una bazzecola rispetto alla rivoluzione biotecnologica. E’ vero che l’atomica può distruggere l’intera umanità, ma non può cambiare la natura umana. Le biotecnologie oggi invece promettono di cambiare la natura umana, il che è eticamente e filosoficamente molto più grave della cancellazione tout court degli esseri umani. Che ne resterà mai della psicoanalisi - ma anche della filosofia - in questa rivoluzione?

Alcuni filosofi – come il celebre Habermas – sono così spaventati da proporre alla comunità civile di proibire per legge le manipolazioni genetiche e in genere biotecnologiche. Così certi filosofi illuministi convergono con quello che la chiesa fece per secoli: proibire ope legis la ricerca scientifica, quando questa collide con certi progetti etici.

Se la Tecnoscienza, operando direttamente sul cervello o sul corredo genetico, riuscirà davvero a creare degli esseri umani felici, l’umanità avrà difatti superato tanti problemi etici che l’hanno dilaniata, da sempre. E senza dilemmi etici, non ci sarà neppure psicoanalisi.

Eppure l’idea di essere felici grazie alla tecnologia ci fa orrore, eticamente. Per noi - ma i nostri discendenti la penseranno come noi? - una felicità non conquistata, cioè senza libertà, è inaccettabile. Una felicità inevitabile, senza l’alternativa dell’infelicità, ci appare infernale. E se il paradiso futuro consistesse proprio in questo inferno?

Privilegi

E’ ancora molto forte – in particolare tra gli analisti - l’illusione secondo cui le canaglie non possano essere veramente soggetti geniali e creativi, e viceversa. In effetti, tutta la storia ci mostra che questo non è vero. Ad esempio, Heidegger era una canaglia – rinnegò persino il suo maestro, Husserl, in quanto ebreo - eppure qualcosa di filosoficamente originale l’ha detto. Bertold Brecht, ad esempio, sul piano personale era poco raccomandabile – eppure qualche grande opera l’ha lasciata. Moralità e creatività sono due qualità del tutto indipendenti, che non si implicano affatto a vicenda. L’idea di tanti analisti, che pensano di curare soggetti coatti all’immoralità proprio analizzandoli – quindi, sviluppando in loro capacità creative – è quindi del tutto fallace?

Non del tutto. Perché di fatto l’implicazione tra essere dei mascalzoni ed essere poco creativi (ovvero, in fondo, degli stupidi) è valida comunque per i mediocri. Un mediocre, se è anche immorale, non riuscirà a produrre proprio nulla: non riuscirà nemmeno a comporre una canzoncina o a scrivere qualche bella paginetta di diario. Il soggetto geniale si sottrae all’implicazione eticità-genialità, mentre le mezze cartucce rientrano nella vecchia equivalenza che risale agli antichi filosofi greci: che intelligenza e sapere sono manifestazioni della moralità, e viceversa.

Libertas

In relazione al dire la verità, al parlar franco – libertas o libera oratio la chiamavano i latini – oggi abbiamo sviluppato una sorta di doppia morale. Alle persone che ci sono care e che stimiamo particolarmente ci sentiamo tenuti, oggi, a dire tutta la verità, sempre la verità. Se un amico caro ci fa leggere qualcosa di suo, ad esempio, si aspetta che noi gli diciamo francamente quel che ne pensiamo, foss’anche ne pensassimo tutto il male. L’amico caro si offenderebbe se scoprisse che lo abbiamo elogiato giusto per compiacerlo.

Invece con i semplici conoscenti e con le persone estranee siamo tenuti a un’ipocrita compiacenza, niente libertas. Se una persona a cui non teniamo ci dà da leggere un suo scritto, sarebbe una grave gaffe dirle “faresti meglio a riscriverlo” se è questo che pensiamo. Sentirsi dire con franchezza la verità è un privilegio di cui possono godere solo i nostri intimissimi. E se un intimissimo se la prende perché gli abbiamo detto una verità sgradevole, questo lo candida a uscire dalla nostra cerchia del cuore: in futuro lo lusingheremo, come gli altri, con lodi di circostanza. La sincerità è un bene sempre più prezioso, che si riserva solo ai pochissimi che si amano, che si ammirano.

Automazione

Autonomia significa: darsi la legge da sé. L’ideale analitico non è l’autonomia ma l’automazione: non darsi la legge da sé (se uno si dà la legge da sé, non è legge!), ma riuscire a muoversi da soli.

Arte per l’arte

Da decenni molti analisti, di varie scuole, vanno ripetendo che l’analisi non è psicoterapia, che essa non ha nulla a che vedere con la medicina. Lo hanno ripetuto e lo ripetono tanto a lungo che, in verità, ne ho le scatole piene. Che l’intento primario di un analista sia quello di analizzare, e non di curare, mi va anche bene. Ma questo non toglie un dato fondamentale: che la psicoanalisi è stata presa sul serio nel nostro secolo, come teoria e come modo interpretativo, unicamente perché si è creduto che essa producesse degli effetti. Tante generazioni di intellettuali si sono detti: “Molte teorie di Freud e dei post-freudiani appaiono inverosimili, tirate per i capelli, autocontraddittorie, confuse. Eppure gli analisti ci assicurano che ne fanno qualcosa, che con queste teorie certa gente sta meglio, delle vite sono trasformate, dei bambini smettono di pisciarsi sotto, ecc. Dobbiamo fare più affidamento sulle evidenze della praxis che sulle nostre pregiudiziali critiche.” Gli analisti rivendicavano insomma il privilegio di produrre effetti lusinghieri, non assimilabili a quelli prodotti da ideologie o fedi mistiche e religiose. Che questi effetti non possano essere classificati come terapeutici in senso stretto, può anche andare. Ma comunque portano a un miglioramento della qualità della vita.

In effetti il progetto di “analisi per l’analisi” è non meno illusorio del progetto dell’”arte per l’arte”. Che c’è di più noioso delle opere ispirate dal motto arte per l’arte? L’illusione consiste nel credere che l’analisi possa costruire un ordine di verità e di rilevanza autosufficiente, del tutto indipendente dalle ricadute pratiche. In un secolo XX° dominato dalle filosofie pragmatiste - da Nietzsche al secondo Wittgenstein, da James al marxismo, da Gentile a Rorty - rivendicare l’autosufficienza di una “verità pura”, non pratica, sconnessa dalla previsione e dalla mutazione, dall’azione e dalla tecnologia, dall’efficacia e dall’efficienza, insomma della praxis, appare il ritorno a una concezione antica di theoria pura, a un ideale metafisico di contemplazione oziosa e disinteressata dell’Uno. E se la psicoanalisi fosse una delle poche pratiche parmenidee ancor oggi sulla piazza? Allora il suo filosofo rappresentativo sarebbe Emanuele Severino, non Habermas o Derrida.

Una psicoanalisi che si proclami inefficace compie un suicidio teorico, ancor prima che professionale.

Pedofilia

La pedofilia, lo sappiamo, è sempre esistita. Ma da alcuni anni la pedofilia suscita nell’opinione pubblica occidentale moti di orrore e angoscia sempre crescenti. Ad esempio, in America vige de facto la pena di morte per i pedofili: gli imprigionati per pedofilia vengono di solito uccisi dagli altri carcerati, dato che l’orrore per chi desidera bambini non risparmia assassini e rapinatori. La pubblicistica sulla pedofilia, giornalistica o scientifica che sia, indulge sempre più a una sorta di retorica dell’invettiva: si maledicono ripetutamente “i mostri”, si lanciano oscure allusioni su cospirazioni pedofile internazionali, su tenebrose complicità di politici. Se poi uno psicologo o criminologo segue un pedofilo, si sente in dovere di descrivere tutto il ribrezzo poco professionale che costui gli ispira, alza grida di allarme per il rigoglio del fenomeno; ricama prima di tutto sull’orrore che simili individui suscitano in noi onesti operatori. Insomma, col passare degli anni le società occidentali sembrano sempre più fuori di sé per quelli che desiderano i bambini.

Alcuni psicoanalisti, sempre più intimiditi e spauriti, si chiedono da dove venga tutto questo orrore, proprio in un’epoca che ha sdoganato varie pratiche considerate un tempo perverse, e oggi invece del tutto normalizzate o legalizzate, dall’omosessualità allo scambio delle coppie. Altri, sommessamente, si chiedono perché prosperi tutta questa indignazione tesa a proteggere i nostri ingenui pargoli proprio nel secolo in cui è fiorito Freud, con le sue ricostruzioni sistematiche della sessualità infantile. Non si tratta di giustificare i pedofili, ovviamente, si tratta di capire perché questo reato abbia assunto oggi un significato iperbolico, come se tutta la nostra tolleranza per le eccentricità sessuali, tolleranza oggi di rigore, dovesse risarcire i nostri bisogni moralistici attraverso la demonizzazione compensatoria di questa perversione particolare. Perché oggi la stampa dà tanto spazio a episodi di pedofilia, anziché a episodi di maltrattamento non erotico dei bambini, o ad altri tipi di violenze anche più letali? Quale cattiva coscienza si annida nella deprecazione conformista, obbligatoria, scontata della “mostruosa pedofilia”?

Quando ho visto le bambole che oggi fanno furore tra le bambine dai quattro ai dieci anni ho capito, forse, perché. Per decenni prevaleva la Barbie, vale a dire un modello di ragazza certo adolescente, non infantile, ma non particolarmente sexy: magrezza anoressica, linee e biondezza scandinavo-anglosassoni, abiti sportivi ma non osés. Oggi invece le bimbe preferiscono la Bratz: bambola etnica – è possibile sceglierla di vari colori di pelle -, è, come la Barbie, una teen-ager, ma ha perso tutte le connotazioni nordeuropee e luterane: squinzia da discoteca, spesso con la minigonna o con camicetta scollata, è truccata da adescatrice di periferia e con capigliatura da vamp. Le bambine nate prima del 1955 avevano bambole che rappresentavano delle bambine come loro: giocavano con queste pupazze esercitandosi al nobile mestiere di madre. Con la Bratz invece prendono cura di una sorella maggiore che, visibilmente, si fa le canne, vede film scollacciati e fa sesso col ragazzo sui sedili ribaltabili dell’auto. Del resto, tra un cartone animato e l’altro la TV manda in onda tranches pubblicitarie esplicitamente erotiche, e quale madre o padre vieta più ai bambini di guardare film per adulti dove si mostra con puntiglio sesso esplicito? Questa mutazione ha un significato alquanto chiaro. Siccome nel fondo ai bambini diamo solo i giocattoli che vogliamo dar loro, il messaggio fondamentale che il mondo adulto lancia specialmente alle bambine attraverso la Bratz è questo: “crescete alla svelta, agite come se aveste già le mestruazioni, cominciate a comportarvi da seduttrici”. Insomma, educhiamo le nostre bambine come vivaio potenziale per ricercatori pedofili. Del resto, i ginecologi sono concordi nel notare un abbassamento rapido dell’età di entrata delle ragazze nella pubertà: evidentemente l’esposizione massiccia dei bambini a scene e situazioni erotiche adulte scatena processi ormonali precoci.

In una gustosa commedia americana, Llittle Miss Sunshine[4], ho potuto vedere alcune sequenze, pare molto realistiche, dei festival di miss infantili che imperversano in America: in una serie di scene disgustose, bambine di sette-otto anni si esibiscono come burattini, muovendosi e danzando da ballerine di musical o cabaret. Ovviamente il pubblico dello spettacolo raccapricciante non è composto solo da ansiosi genitori, ma anche da ceffi inequivocabilmente pedofilici. Evidentemente, l’ideale di tanti genitori oggi è quello di risucchiare completamente parte dell’infanzia nell’adolescenza, insomma, di considerare l’infanzia come una semplice anticamera della pubertà, una sorta di embrione che prefigura la ragazza che ha le regole e il ragazzo che eiacula.

L’orrore attuale per la pedofilia è quindi fondamentalmente l’effetto di qualcosa che la società adulta scopre di sé attraverso il capro espiatorio: il suo profondo rigetto dell’infanzia, la sua intolleranza per la condizione infantile.

Denaro e valore

Alcuni analisti mi confidano che, da quando hanno aumentato la loro parcella a seduta, i loro pazienti fanno progressi molto più rapidi, in certi casi spettacolari. Forse per questa ragione certi analisti molto cari si vantano di ottenere effetti cospicui: ma sono cari perché sono molto bravi, o sono molto bravi perché sono cari?

Un mio amico istruttore di scuola-guida mi diceva: “La gente deve pagare le lezioni, altrimenti non impara niente!”. Tutt’altro registro: per visitare la magnifica Villa della Farnesina a via della Lungara a Roma – gioiello del Rinascimento, con affreschi di Raffaello e del Sodoma – fino ad alcuni anni fa si entrava gratis. Da qualche anno invece si fa pagare l’ingresso: da allora, le visite alla Villa della Farnesina sono aumentate in modo esponenziale…. Ma esempi del genere si potrebbero moltiplicare. Non sempre il danaro denota il valore della cosa venduta: il valore della cosa dipende da quanto costa.

Non c’è dubbio, checché dicano certuni, la psicoanalisi non ha nulla a che vedere con il marxismo: è una squisita professione liberale.

Compassione

Nel 1997 Silvio Berlusconi, allora capo dell’opposizione, andò a trovare gli albanesi sbarcati fortunosamente in massa, sulle coste della Puglia. In mezzo a quei naufraghi, pianse per la commozione. Chi avrebbe presagito un cuore tenero in un tale tycoon? Dopo abbiamo saputo che, all’epoca, gli avevano scoperto un cancro, di cui ha sofferto per tre anni. Da qui il mio maligno sospetto: ma piangeva davvero per i poveri albanesi, o per se stesso?

Anni fa fui impressionato da una pubblicità caritatevole alla TV americana, promossa per raccogliere fondi per la cura del cancro infantile. Mostrava una serie di bambini: uno per uno raccontava, con semplicità e quasi con indifferenza, l’orribile tumore che lo stava uccidendo. Ma un bambino, mostrato per qualche secondo, mi spezzava davvero il cuore. Sui sette-otto anni, bruttino, pochi capelli e un paio di enormi occhiali, mangiava tranquillamente in ospedale. Aveva un’aria assorta, inoffensiva, rassegnata. Avevo l’impulso di telefonare all’agenzia per i fondi sul cancro e chiedere di lui, offrirgli personalmente dei soldi. Ancora oggi, il solo pensarvi mi commuove.

Ma che cosa mi emozionava tanto in quel bambino spennacchiato? Riflettendoci, sono emersi vari fattori, ma uno mi appare rilevante: sentivo che, in fondo, quel bimbo mi assomigliava. Certo da bambino non ho avuto un cancro, ma quel marmocchio con occhiali esorbitanti, dall’aria fragile da intellettualoide precoce, mi ricordava sotto sotto quel bambino che ero stato, e che rivedo in certe fotografie sgualcite della mia infanzia. Attraverso lo strazio di quel bambino forse destinato alla morte rivedevo gli strazi della mia infanzia. Come Berlusconi, non piangevo in fondo per me stesso?

La teoria psicoanalitica ci porta alla conclusione spietata secondo cui la pietà – e quindi l’amore per l’altro - è sempre narcisistica. Come ogni teoria psicologica moderna, anche la psicoanalisi scommette sul primato dell’egocentrismo. Freud lo dice chiaramente: l’amore per l’altro è solo di due tipi, anaclitico (“per appoggio”) o narcisistico. Amore anaclitico: nell’altro amiamo la mamma che ci nutre. Amore narcisistico: nell’altro amiamo un’immagine abbellita di noi stessi. Non c’è altro amore – meno egoistico – di cui si possa parlare. Gli amori concreti sono tutt’al più una combinazione più o meno ingegnosa o sgangherata dei due amori egoistici. Non amiamo mai l’altro in quanto altro, cioè in quanto in se e per se: l’altro diventa per noi importante solo nella misura in cui ci significa qualche cosa. E significa quasi sempre o la nutrice (anche metaforicamente) o l’immagine riflessa e ammirabile di noi stessi. Paradossalmente, per Freud la sessualità è davvero oggettuale, mentre l’amore – in cui l’altro dovrebbe essere in primo piano – è sempre selfish. Nel desiderio sessuale l’altro ci si impone, nell’amore imponiamo il nostro Self all’altro. Questa è la teoria.

Eppure la pratica analitica di fatto non la pensa così. Anche se non abbiamo criteri precisi di valutazione del miglioramento del soggetto, è evidente che in qualche modo l’analista fa sempre appello al superamento sia del narcisismo che dell’anacliticità: oltre i miraggi della pietà e dell’angoscia per se stessi riflessi negli altri, indica la strada di un vero interesse per l’altro. In modo più o meno maldestro, la teoria chiama questa prospettiva “oggettuale” – accorgersi finalmente degli altri – genitalità, oblatività adulta, maturazione psico-sessuale, posizione depressiva e riparativa, ecc. ecc. Ma non dice mai da dove tutto ciò viene fuori. In altre parole, mentre la teoria pare non credere nella vocazione etica degli esseri umani, la pratica non può fare a meno di porsi come una conversione o riconversione etica verso l’altro. La pratica implica sempre qualcosa che la teoria, se si vuole rigorosa, nega.

Questo mi pare essere il problema cruciale della psicoanalisi: la discrasia tra teoria e pratica. O se si vuole: tra la pretesa di spiegazione scientifica e la pratica di conversione etica. Tutto il resto mi sembrano diversivi.

Il libro della Klein che preferisco è Envy and Gratitude – anche se questo testo è stato gettato nel dimenticatoio spesso dagli stessi kleiniani. In questo libro-testamento la Klein dice chiaramente che “guarire” significa essere capaci di essere grati all’altro, e non semplicemente invidiosi. L’invidia è narcisistica, è l’invidia per l’altro-me-stesso che mi supera; la gratitudine è essere capace di ringraziare l’altro per quello che ha saputo darmi. Ma da quali processi psichici può mai venir fuori la gratitudine? E così: è davvero possibile impietosirsi per l’altro in quanto è veramente altro, e non perché è un me stesso o una nutrice sotto mentite spoglie?

A questa domanda nessuna teoria analitica ha mai veramente risposto – ed è per questa ragione che ormai tutte le teorie analitiche, anche le più sofisticate, sembrano far acqua. Perché ogni teoria analitica non riesce a fondare la possibilità di una trascendenza verso l’altro che la psicologia, in quanto scienza rispettabile, esclude. Per la fenomenologia filosofica, l’essere umano (Dasein) è essenzialmente l’aperto: è aprirsi al mondo, e quindi agli altri. Ora, la pratica analitica, quando funziona, si risolve in una maggiore apertura: l’essere umano si occupa e si preoccupa del mondo. Ma questo effetto pratico non trova mai spazio nella teorizzazione psicoanalitica.

In effetti, ci si chiede allora che differenza ci sia tra una persona normale e un nevrotico, dato che i nostri amori possono essere solo anaclitici e narcisistici. La risposta che sembra più intelligente è dire che non c’è nessuna differenza tra il normale e il nevrotico. Ma allora, in che cosa consiste il nostro lavoro con i nevrotici? Il “normale” sarebbe semplicemente un nevrotico che è riuscito a schivare i peggiori conflitti. L’etica vera - a cui implicitamente l’analista fa appello - è allora semplicemente difficile, oppure è del tutto impossibile?

* Psicologo, psicoanalista e filosofo, è ricercatore presso l’Istituto di
Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR a Roma.

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[1] K. Obholzer, The Wolf-Man: Conversations with Freud’s Patient - Sixty Years Later, Continuum, New York 1982.

[2] W. Reich, Analisi del carattere, Sugarco, Milano 1978.

[3] O. Sacks, Awakenings, Duckworth, London 1973.

[4] Di Jonathan Dayton e Valerie Faris (2006).


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One Response to “La psicoanalisi tra etica e verità”

  1. Una testimonianza sull’etica della verità: una mia amica si è ammalata di tumore alcuni anni fa.Pur essendosi subito resa conto della necessità di sottoporsi ad un controllo, ha avuto paura ed ha rimandato di circa due anni l’incontro con i medici, benchè gli amici l’avessero ripetutamente invitata a non rinviare. Ho saputo oggi che la mia amica è in agonia.Quando la situazione si è rivelata drammatica, aluni medici( tra l’altro amici) l’hanno richiamata alla verità: e cioè che, se si fosse immediatamente sottoposta ad un controllo e quindi a una terapia,forse si sarebbe salvata. Quale, in questo caso, il valore etico della verità?Un tormento autocolpevolizzante aggiunto alla sofferenza fisica e psichica.

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