La religione come risorsa discorsiva nell’esperienza di invecchiamento

Giuseppe Mininni – Rosa Scardigno
Dipartimento di Psicologia, Università degli Studi di Bari

ABSTRACT

La religione come risorsa per facilitare la comunicazione con il paziente anziano, in un articolo denso di riferimenti operativi per lo psicologo che si occupa di invecchiamento.


QUADRO TEORICO DI RIFERIMENTO

Tanti anziani, tante psicologie. La svolta culturale fornisce alla psicologia un nuovo e complesso indirizzo epistemologico, che punta più sulle variazioni che sulle regolarità (Shweder, 1990), riconoscendo alle tradizioni culturali e alle pratiche sociali il ruolo di regolare, trasformare e mutare la mente umana. All’interno di questo approccio è possibile affermare che non esiste una “psicologia dell’anziano”, e cioè una psicologia del settantenne, dell’ottantenne, del novantenne, in quanto “esistono tante psicologie quante sono le persone di una certa età” (Cesa Bianchi, 1998, 139): in condizioni psicologiche stimolanti, gli individui mantengono e accentuano le proprie peculiarità, derivanti dalla storia personale, dalla situazione attuale e dalle “sacche culturali ” (Napier, 1998, 39) costruite nel corso del tempo.

L’invecchiamento: un discorso monologico o dialogico? L’approccio discorsivo (Mininni, 1995) costituisce un elemento unificatore rispetto alla pluralità degli orientamenti teorici e delle linee di ricerca che caratterizzano la psicologia culturale: non solo il linguaggio permette di inserire la “cultura” nella “natura” umana (Anolli, 2006) ma è la stessa cultura ad essere indagata come “macrotesto pubblico in cui una certa comunità di persone può riconoscersi” (Mininni, 2007 a, 78). La psicologia discorsiva conferisce rilevanza e vitalità al discorso in quanto “modello dell’attività mentale” (Mecacci, 1999, 135).

I discorsi prevalenti in una società in un determinato periodo da una parte riflettono e dall’altra contribuiscono a modellare le credenze e gli atteggiamenti di una data cultura (Berg, 1996). Nell’analisi di un fenomeno così complesso quale l’invecchiamento, è possibile fare riferimento alla epistemologia dialogica bakhtiniana: gli anziani non sono solo oggetti sui quali posare o meno la propria attenzione, ma anch’essi prendono parte al “grande dialogo”, in cui le molteplici voci (individuali o culturali) si mescolano, resistono o si sottomettono in un continuo processo di costruzione e di evoluzione dei significati (Bakhtin, 1986).

All’atteggiamento dialogico si oppone un atteggiamento monologico, che trova la sua manifestazione nel concetto di ageism, un processo di stereotipizzazione sistematica legata al fattore età – il corrispondente degli atteggiamenti di sessismo e razzismo – in cui vengono pre-definiti ruoli e comportamenti negando le differenze individuali (Ansello, 1975).

L’approccio narrativo allo studio dell’invecchiamento. L’approccio culturale e discorsivo allo studio dell’invecchiamento rende urgente il riconoscimento del potere di una particolare “forma di vita” discorsiva e testuale (Mininni, 2003) nel rendere disponibili ad una cultura e agli individui che ne fanno parte i significati delle attività umane: le narrazioni. In questa prospettiva, la psicologia si interessa principalmente al modo in cui le persone co-costruiscono i racconti con cui si identificano (Bruner, 2002). Il connubio tra psicologia narrativa e gerontologia sembra essere particolarmente felice e redditizio: se è vero che nel corso della loro vita gli individui ascoltano e assimilano storie che consentono loro di sviluppare “schemi” e “trame” che essi portano con sé e che utilizzano per conferire significato alle storie o alle situazioni che incontrano (Belzen, 2004), gli anziani, considerato lo spessore delle loro esperienze, sono coloro che possono maggiormente usufruire di tali benefici. Attraverso i racconti e le storie personali gli individui possono trarre un senso dalla loro vita, costruire e comprendere il sé, mantenere un senso di identità personale e dunque contribuire alla comprensione di come una persona anziana vede la propria vita e l’esperienza dell’invecchiamento (Dorfman, 2004).

Invecchiamento e risorse religiose. Gli studi psicologici sull’invecchiamento non hanno mancato di occuparsi dei fattori che possono favorire una buona condizione di vita per gli anziani: la letteratura pone un forte accento sul legame tra anzianità, benessere e relazioni sociali (Bowling, Grundy, 1998). Negli studi sulla “scorta sociale” (cfr. Antonucci, 1990) scarsa rilevanza è stata conferita alla risorsa religione. La religione può costituire una risorsa fondamentale, con una funzione protettiva e benefica, “non soltanto garantendo l’esistenza di una vita ultraterrena, ma anche riaffermando, nel presente, il valore e la dignità dell’anziano” (Hood Jr et al., 1996, p. 201). Il coinvolgimento religioso, sotto forma di preghiera, di frequenza della chiesa ma soprattutto di attività che potenziano le possibilità di supporto sociale, può essere utilizzato per sostituire quei ruoli sociali e professionali che inevitabilmente si riducono con l’invecchiamento. Lo studio dell’invecchiamento da parte della psicologia della religione si pone come obiettivo qualcosa in più del mero studio della ricerca di significato stimolata dai pensieri della morte.

LA RICERCA

OBIETTIVI: la ricerca mira ad indagare il modo in cui gli intervistati costruiscono e ricostruiscono discorsivamente la propria identità. Le strategie discorsive utilizzate potranno contribuire alla comprensione del modo in cui gli anziani raccontano il ruolo della religione come risorsa di coping e come valido ausilio per l’integrazione identitaria (Erikson, 1982). I quesiti di ricerca sono i seguenti:

a) come gli anziani adattano alla propria traiettoria esistenziale le risorse di senso rese disponibili dai discorsi religiosi?

b) quali modelli culturali traspaiono dalle tradizioni religiose assimilate?

c) come gli individui raccontano le “storie” che ritengono rilevanti nella loro esistenza?

METODOLOGIA: in virtù delle considerazioni emergenti dall’inquadramento teorico e spinti dalla volontà di utilizzare il metodo più adeguato alle tematiche affrontate e ai partecipanti alla ricerca, sono state condotte delle interviste narrative (Atkinson, 1998), seguendo una traccia semi-strutturata. Le domande hanno cercato di coprire l’intero arco di vita, partendo dai ricordi dell’infanzia, concentrandosi sul presente, con uno sguardo al futuro. I colloqui hanno avuto una durata variabile tra i 45 e i 100 minuti, si sono svolte nei momenti e negli ambienti preferiti dagli intervistati (la propria abitazione o locali annessi ai rispettivi luoghi di culto).

SOGGETTI: alla ricerca hanno partecipato 8 persone di età compresa tra i 60 e i 78 anni, di cui 4 cattolici (2 uomini e 2 donne) e 4 convertiti al buddismo (2 uomini e 2 donne). I soggetti cattolici appartengono ad una parrocchia di Modugno (BA), nel caso dei convertiti al buddismo gli intervistati appartengono all’Istituto Italiano Buddista Soka Gakkai, sede di Bari.

L’ANALISI: coerentemente con l’impianto teorico-metodologico orientato sul versante qualitativo della ricerca, le interviste, una volta trascritte, sono state analizzate mediante la procedura dell’analisi del discorso (AD), metodo adeguato per rilevare le potenziali differenti “culture di espressione” emergenti in diversi contesti religiosi (Kleinman, 1988). Elaborando prospettive soggettive, polifoniche e asistematiche, l’AD rivolge la propria attenzione più ai dinamismi del talk-in-interaction che alle costanze colte dall’esterno (Mininni, 2003). Per comprendere meglio l’intreccio delle relazioni ‹‹testo-contesto›› è utile la nozione psicosemiotica di diatesto, che descrive ‹‹il “contesto” visto dagli enunciatori del “testo”, così come essi se lo rappresentano e mostrano di tenerne conto›› (Mininni, 1995, 63). L’analisi diatestuale consiste in una serie di interpretazioni e di valutazioni finalizzate a cogliere lo “spirito” che anima i processi comunicativi, consapevoli che il senso dei testi non ridiede stabilmente in essi ma li attraversa.. Tale senso può emergere attraverso l’utilizzo di marcatori che permettono di rilevare la Soggettività, l’Argomentatività e la Modalità dei discorsi, facilitando la comprensione di Chi lo dice, Perché lo dice e Come lo dice (Mininni, 2007 b, 698).

L’ANALISI DIATESTUALE: IL MODELLO SAM (Mininni, 2007 b)

DISCUSSIONE DEI RISULTATI

I discorsi e i racconti degli anziani intervistati costruiscono delle esperienze di invecchiamento positivo, connotato da una serenità derivante dalla valutazione globale della propria condizione (ed espressa talvolta attraverso l’autoironia), dalla difesa dei traguardi raggiunti e delle potenzialità ancora da realizzare, ma non meno realistico: trapela un senso di inadeguatezza prodotto dalla convivenza con le “perdite” cognitive e i lutti della vita. Nel complesso, i soggetti mostrano posizionamenti discorsivi attivi, presentando sé stessi come dinamici sia a livello fisico (cosa si è “ancora” in grado di fare) sia attraverso una disposizione di lotta dialogica contro le voci monologiche e stereotipiche che scrutano l’invecchiamento e lo etichettano come un’età in cui si è “troppo per…”. La religione costituisce una risorsa vissuta quotidianamente: particolari marcatori discorsivi la dipingono come pratica necessaria ed indispensabile, che dona tranquillità ed energia ai credenti. Dai discorsi sul futuro emerge un senso di incertezza e paura, a fronte del quale la religione infonde speranza: la fiducia in Dio e/o la pratica religiosa consentono di attenuare il senso di impotenza e di consapevolezza dell’approssimarsi alla morte.

Mettendo tutto nelle mani di Dio”: il cammino di vita dei cattolici

Percorsi identitari frutto di un cammino continuo: la “strada”, il “percorso” e il “cammino” come metafore di un’esperienza di invecchiamento serena e partecipata, non statica

Continuità come leit motiv nella vita degli anziani cattolici:

racconti di vita passata riletti attraverso le lenti di un’esperienza ormai matura, costruiti attraverso un linguaggio affettivo, coinvolto a radicato nel qui e ora (o nel lì e allora) e argomentazioni eterogenee, che utilizzano l’ironia, racconti di episodi caratteristici, esemplificazioni a testimonianza della propria posizione, negazioni volte a disconoscere luoghi comuni.

contaminazione di linguaggi derivanti dal costante dialogo tra “io religioso” da una parte e “io lavoratore”, “io marito-moglie”, “io padre-madre”, io “nonno-nonna” dall’altra: termini religiosi nel lavoro e gergo lavorativo nella religione.

La religione è una forma di “imprinting generazionale” (Schuman, Scott, 1989) che “marchia” i narratori e pervade tutte le altre esperienze di vita (matrimonio, educazione di figli, lavoro).

Stabilità e sicurezza nell’esperienza degli anziani cattolici:

attitudini religiose come tratti di personalità;

religione come equipaggiamento esteriore e interiore per affrontare le “battaglie” della vita: le metafore della “corazza” e dell’ “habitus”.

Unicità e incomparabilità della religione cattolica, conferendo ad essa vitalità e necessità vs possibilità o accessorietà:

la” religione vs “una” religione

la “vera” religione (realtà e verità vs finzione e falsità)

Esperienza religiosa costruita in modo “interdiscorsivo”→ strategia del “discorso riportato”, nella forma di dialoghi con persone reali, immaginarie o con altri posizionamenti interni:

discorsi coincidenti con le proprie richieste di aiuto rivolte alla divinità;

lotta interna tra “io umano”, limitato, razionale, lamentevole e “io religioso”, che “rimprovera” il suo coinquilino per mancanza di riconoscimento e fiducia verso Dio favorendo un incoraggiamento personale.

Religione come risorsa nei momenti di difficoltà: trasferimento di soggettività dal fedele alla divinità. Essa diviene soggetto di verbi che evidenziano il volere-potere-azione di cui è detentrice.

Preghiera come fondamentale strategia di coping religioso (Pargament, 1997) nell’esperienza dell’invecchiamento, fonte di supporto morale e possibile compensazione della ridotta vita sociale: argomentazione fondata sull’opposizione (“non…ma…”) tra credenze religiose interiorizzate e concezioni più diffuse, talvolta riduttive, sulla preghiera.

Ancora oggi, io recito da sola il rosario ogni giorno, ma perché ho bisogno di aiuto, tuttora e (.) e invoco a loro l’aiut (.) da loro l’aiuto, ai Santi, da Gesù in particolare, dalla Madonna (0.5) e ormai è questa la (.) la mia strada, ecco, che da ragazza ho fa (.) ho preso questa decisione, più che decisione, ho avuto sempre volontà di (.) di non abbandonare i propri (0.2) i veri principi, ecco” (I., Catt.)

Metadiscorso come pratica discorsiva di integrazione identitaria: non solo brevi locuzioni ma intere proposizioni interrompono i flussi discorsivi testimoniando momenti di riflessione, ricerca di significato e risposta ai “perché” da parte dell’anziano. L’integrazione avviene attraverso il conferimento di agentività a Dio: gli viene riconosciuto il potere di “permettere” che accadano delle cose perché in realtà “prepara” la felicità nel futuro. Dio diviene destinatario dell’atto discorsivo di natura relazionale del “ringraziare”.

Mettendo tutto nelle mani di Dio” (I., Catt): è questa la risorsa aggiuntiva che la religione cattolica conferisce agli anziani. E’ ancora evidente un “passaggio del testimone” della propria vita, della propria esistenza, di ogni forma di esperienza, in mani che evidentemente devono essere grandi, forti e resistenti per contenere “tutto”. L’immagine rievoca la sensazione di protezione e sicurezza del grembo materno. L’affidarsi a Dio sembra determinare una forma di “disengagement terreno”, necessario per una pienezza futura.

Tu hai la vita nelle tue mani”: la rivoluzione nella vita dei neo buddisti

Percorsi identitari segnati dal cambiamento: la “rivoluzione” come metafora di un invecchiamento “fuori dalla norma”, attivo e dinamico

La discontinuità nelle esperienze di vita degli anziani convertiti al buddismo → triplice punto di svolta

svolta nella vita: senso di empowerment soggettivo esemplificato dall’espressione “io sono l’artefice della mia vita” (N., Budd.)

svolta nella fede: atteggiamento passivo vs disposizione attiva nella nuova religione

svolta nella narrazione: strategie argomentative che fanno considerevole uso di confronti, del tipo “io non ero…adesso io sono…”, “io ero…adesso io non sono…”, “mentre prima…oggi invece”, volte ad evidenziare la profonda entità dei cambiamenti che riguardano non solo le credenze e le pratiche religiose, ma anche le modalità di relazionarsi, le esperienze di vita quotidiana, la risoluzione dei problemi, la percezione dei propri tratti di personalità.

Scarsa considerazione e rilevanza della precedente fede testimoniata discorsivamente: numerose espressioni impersonali (“si nasce”, “si vive”), formulazioni estreme, locuzioni che denotano un atteggiamento di sufficienza, termini connotati negativamente (“un obbligo”) e modalizzatori, che impregnano i discorsi del senso del “dovere” (“quello che si fa a quell’età”, “si sa”) mostrano che l’iniziale appartenenza alla fede cattolica è dovuta all’influenza culturale e familiare.

Utilizzo degli aggettivi possessivi per qualificare la propria fede:

la “mia” religione vs “la” religione

la “nostra” vs la “vostra” religione (includendo l’intervistatrice)

Ricorso all’interdiscorsività come percorso di costruzione e consolidamento dell’ “io buddista”:

dialoghi interni tra “io passato” (o “io convenzionale”) e “io presente” (o “io trasgressivo”);

contrapposizioni tra “io buddista” e “i miei figli”, “i miei amici”;

contrasti tra “io buddista” e “credenze sociali condivise”, tra le quali si situa anche l’“io passato”.

Il locutore coltiva l’immagine di un enunciatore, l’“io buddista”, che si rafforza in seguito alla vittoria di queste battaglie.

Religione come modalità “altra” di sperimentare aiuto nelle difficoltà legate all’invecchiamento: a fronte della pratica cattolica del “chiedere aiuto” rappresentata dalla metafora del “mendicare”, la “nuova” risorsa è il “vecchio” sé, rinvigorito, attore e responsabile della propria vita.

Preghiera come irrinunciabile strategia di coping, con due peculiarità:

fonte di benessere fisico

autoreferenzialità → focus su “io” (e “noi”) come fonte e destinatario della pratica

Insomma, io quando recito sto benissimo. Siamo noi che preghiamo per noi e per gli altri senza ricorrere, ripeto, a degli intermediari, ai Santi, a preti, eccetera eccetera. Poi, sono io che faccio le richieste per noi e per il prossimo. E dipende dalle preghiere che io pongo. Io recito tre ore al giorno? Otterrò dei benefici per le ore che recito” (A., Budd.)

Centralità delle credenze religiose ai fini di un buon percorso di accettazione dell’invecchiamento e di integrazione identitaria: gli eventi negativi vengono accettati non in quanto “permessi da Dio” ma in quanto “conseguenze” di esperienze negative poste dal soggetto stesso, secondo spiegazioni e conseguenti argomentazioni di tipo logico-deduttivo. Il processo di integrazione avviene affidandosi a principi fondamentali della propria religione (“il karma”), ma è sempre il soggetto attore e responsabile delle proprie attività (“ho peccato”,“ho messo cause negative”).

Sta tutto dentro di me” (T., Budd.) e “tu hai la vita nelle tue mani” (T., Budd.): queste le testimonianze discorsive di una nuova forma di religiosità, fortemente auto-centrata e focalizzata sul sé, in cui le mani a cui ci si affida non sono più quelle divine ma le proprie. Le mani diventano metafora della operosità, della responsabilità, dell’uomo self made, che trova le risposte non alzando lo sguardo al cielo, bensì mantenendo ben saldi i piedi per terra. Tali credenze determinano forme di “attività terrena” funzionali a star bene, qui e ora.

CONCLUSIONI

Confermando un orientamento culturale più generale che riconosce i valori della modestia e del sacrificio come perno della loro religione, gli anziani cattolici intervistati trovano in essa una forma di “scorta sociale”: non solo un asso della manica da giocare nei momenti di difficoltà attraverso la preghiera, ma un più comune bagaglio enciclopedico connaturato nell’esperienza di chi ha trascorso “una vita da cattolico”. Il processo di integrazione identitaria favorito dalla pratica cattolica suggerisce una spiegazione delle avversità come eventi necessari, ma sembra ammiccare al credente dicendogli che è tutto sotto controllo perché è Dio che regola quanto accade, sollevando l’anziano dal peso degli interrogativi sul passato, sulla condizione attuale e sul tempo futuro.

Gli anziani convertiti al buddismo trovano in esso una risorsa insostituibile di benessere: le “prove” discorsive individuate mostrano l’estremo coinvolgimento e la positività dei cambiamenti nella propria vita. Il buddismo viene culturalmente definito una “religione del benessere” che, confermano gli intervistati, persegue la felicità nel qui e ora. Una mentalità del tutto differente rispetto a quella a cui sono stati “abituati” con la pratica cattolica, che offre un “nuovo” modo di vivere l’esperienza religiosa. Tali novità emergono discorsivamente attraverso una terminologia estremamente concreta, effetti altrettanto pragmatici, e valorizzando il sé, al quale vengono attribuite forme di potere e controllo della situazione radicalmente negate al sé cattolico. Posizionamenti discorsivi così netti potrebbero anche derivare dall’entusiasmo legato alla conversione e dalla volontà di confermare la bontà della propria scelta.

La religione è un libro da leggere per trovare le risposte agli interrogativi esistenziali. Tra gli anziani, c’è qualcuno che ha sfogliato sempre lo stesso libro, trasformandone i contenuti in pratiche di vita. C’è qualcun altro che ha chiuso questo libro, uno dei primi doni dei propri genitori (e della società) e ne ha aperto un altro, nel quale ha trovato delle risposte più convincenti. Il contenuto dei libri è diverso, diverse sono le esperienze di vita, ma i “tanti” anziani che popolano il mondo con uno di questi libri sotto il braccio sentono l’aiuto, invisibile o concreto, funzionale al miglioramento dello stato d’animo o della propria condizione socio-economica, all’accettare con fiducia quanto accade o a ricevere la forza per rimboccarsi le maniche, recitando l’Ave Maria o Nam-myoho-renge-kyo. Questo sembra sufficiente a renderli soddisfatti o, addirittura, sereni.

Biblioteca

Anolli, L. (2006) “Origini ed evoluzione della cultura”, in Giornale Italiano di Psicologia, XXXIII, 2, pp. 253-300

Ansello, E.F (1975) “Age and ageism in children’s first literature”, in Educational Gerontology: An International Quarterly, Vol. 2, pp. 255-274

Antonucci, T.C. (1990) “Social supports and social relationships”, in R.H. Binstock and L.K. George (Eds.) The handbook of aging and the social sciences, 3rd Edition, San Diego: Academic Press, pp. 205-226

Atkinson, R. (1998) The life story interview, London: Sage Publications, Trad. it. “L’intervista narrativa”, Milano: Raffaello Cortina (2002)

Bakhtin, M.M. (1986) “Toward a methodology for the human science”, in C. Emerson and M. Holquist (Eds.) Speech genres and other late essays, Austin: University of Texas Press

Belzen, J.A. (2004) “Spirituality, Culture and Mental Health: Prospects and Risks for Contemporary Psychology of Religion”, in Journal of Religion and Health, Vol. 43(4), pp. 291-316

Berg, M. (1996) “Toward creative understanding: Bakhtin and the study of old age in literature”, in Journal of Aging Studies, Vol. 10(1), pp. 15-26

Bowling, A.., Grundy, E. (1998) “Longitudinal studies of social networks and mortality in later life”, in Reviews in Clinical Gerontology, Vol. 8, pp. 353-361

Bruner, J. (2002) La fabbrica delle storie, Roma-Bari: Laterza

Cesa-Bianchi, M. (1998) Giovani per sempre? L’arte di invecchiare, Roma-Bari: Laterza

Dorfman, L. T., Murty, S. A., Evans, R. J., Ingram, J. G., Power, J. R. (2004) “History and identity in the narratives of rural elders”, in Journal of Aging Studies, Vol. 18, pp. 187–203

Erikson, E.K. (1982) The life cycle completed, New York: Norton

Hood Jr., R. W., Spilka, B., Hunsberger, B., Gorsuch, R. (1996) The Psychology of Religion: An Empirical Approach, Trad. It. “Psicologia della Religione. Prospettive Psicosociali ed Empiriche”, Torino: Centro Scientifico Editore (2001)

Kleinman, A. (1988) Illness narratives: Suffering, healing and the human condition, New York: Basic Books

Mecacci, L. (1999) Psicologia moderna e postmoderna, Bari: Laterza

Mininni, G. (1995) Discorsiva mente. Profilo di psicosemiotica, Napoli: Edizioni Scientifiche Italiane

Mininni, G. (2003) Il discorso come forma di vita, Napoli: Alfredo Cortina

Mininni, G. (2007) “L’assetto discorsivo della psicologia culturale”, in B.M. Mazzara (a cura di) Prospettive di psicologia culturale, Roma: Carocci, pp. 77-104

Mininni, G. (2007) (b) “Dilemmi mediatici in analisi psicosemiotica: Quando Mammona serve a Dio”, in C. Laneve (a cura di), Annali della Facoltà di Scienze della Formazione 1995-2005, Tomo I - Saggi, Bari: Laterza, pp. 695-716

Napier, G. (1998) “Diversity and aging. Cultural Understanding as a Powerful Force in Patient-Centered Healing”, in Home Care Provider, Vol. 3(1), pp. 38-40

Pargament, K.I. (1997) The psychology of religion and coping, New York: The Guilford Press

Schuman, H., & Scott, J. (1989) “Generations and collective memories”, in American Sociological Review, Vol. 54, pp. 359–381

Shweder, R.A. (1990) “Cultural Psychology – what is it?” in J.W. Stigler, R.A, Shweder, G. Herdt (Eds.), Cultural Psychology: essays on comparative human development, Cambridge: Cambridge University Press, pp. 1-43


You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

AddThis Social Bookmark Button

Leave a Reply