Lo Psicologo nelle Residenze per Anziani

Presentazione dell’autore

Umberto Lamberti,
44 anni, risiede in provincia di Treviso, laurea in psicologia a Padova, tirocinio in ambito clinico.
Esperto in psicologia dell’invecchiamento, lavora come coordinatore e responsabile di servizi socio-sanitari in strutture protette per anziani dal 1996, psicologo in casa di riposo dal 2003, master di II° livello in psicologia gerontologica, specializzando in psicologia del ciclo di vita alla facoltà di psicologia a Padova.
Cura per AltraPsicologia la rubrica di psicologia gerontologica e presso gli enti locali e regionali promuove la figura dello psicologo nei servizi sociosanitari per gli anziani.

Lo psicologo nelle residenze per anziani è poco diffuso in Italia, tuttavia in questi ultimi anni sembra in espansione. Ci puoi raccontare il tuo percorso di inserimento professionale?

Era il 1996. Avevo appena terminato il tirocinio. L’avevo svolto per un’anno in un’azienda sociosanitaria del pordenonese. Per trascorre il ben noto anno di purgatorio della professione io e la mia fidanzata, entrambi psicologi, affittammo una casettina lì vicino e riuscimmo a consumare tutti i nostri risparmi, già prosciugati dai 5 anni di laurea. Oltre all’affitto infatti dovevamo anche vivere, e i nostri genitori spesso ci chiedevano come facevamo ad andare avanti…noi senza dire nulla riguardo ai particolari mangiavamo caffelatte a colazione, pasta al sugo di pomodoro per il pranzo, formaggio e patate la cena. Non di rado cedevamo alle generose offerte dei genitori con le quali potevamo andare a comprare una bistecca o la pizza la domenica.
Nella azienda sociosanitaria avevamo trovato tutti i servizi e le strutture che ci interessavano per il tirocinio: il consultorio familiare, il centro di salute mentale, la residenza sanitaria assistenziale psichiatrica, il reparto di diagnosi e cura psichiatrica ospedaliera. Eravamo e ci sentivamo finalmente psicologi clinici. E questo ci appagava tanto la bocca e il cuore ma…avevamo un sacco di spese e tanto bisogno di soldi, di autonomia e indipendenza.
Durante l’anno avevo notato che sul territorio c’era una bella realtà dell’A.R.C.I.: offriva corsi di formazione per adulti di informatica, lingue e cultura. Notai che mancavano corsi di psicologia e pensai che questi forse avrebbero potuto interessare la cittadinanza. Andai a parlare con i responsabili di due sedi ed entrambi accettarono di promuovere gratuitamente due corsi di psicologia tramite volantini e brochure: se veniva raggiunto un quorum minimo di iscritti il corso partiva e io venivo pagato con il rimborso spese, altrimenti non se ne faceva nulla, forse un secondo tentativo successivamente. Dopo pochi giorni di pubblicità mi chiamarono e mi confermarono: iscritti una ventina in una sede, trentacinque nell’altra. “Un successone!”, mi disse uno dei due responsabili. Era il corso culturale con più iscritti! Ero felice. Potevo finalmente cominciare a farmi esperienza come psicologo dopo aver tanto studiato. Avrei avuto un discreto pubblico, avrei potuto imparare ad affrontare le difficoltà di gestire un’aula…Ero motivato a mille, il rischio valeva la pena, e mi buttai…
Da allora il mio rapporto con l’ARCI si è mantenuto e rinsaldato, ho continuato a proporre corsi di psicologia che hanno quasi sempre incontrato l’interesse della cittadinanza.
Il mio corso d’aula consiste in 12-16 ore, lo considero uno spazio-laboratorio importante dove far incontrare da un lato i bisogni dei cittadini, giovani, adulti e anziani, dall’altro lato le competenze della psicologia nelle sue varie specificazioni, e dall’altro ancora le abilità e le fragilità della mia persona. E’ uno spazio-tempo utile per un’autoriflessione, per migliorarmi come psicologo e come persona, al di là della questione meramente (e modestamente) economica.
Già, il denaro. Al termine del tirocinio, ormai esausti, io e la mia compagna eravamo in preparazione dell’esame di stato.
In Ottobre del 1996 giravo per le strade della mia città e pensavo costantemente all’esame di stato e alla mia situazione economica. Frequentavo l’informagiovani del municipio per aggiornarmi sulle offerte lavorative; un giorno, di fronte alla sede dell’informagiovani, vidi un cartellone pubblicitario che annunciava un concorso pubblico per titoli e prove con il quale si cercava un responsabile per il servizio socio-assistenziale della casa di riposo della città, il contratto era CCNEL, cioè dipendente regionale e locale, cosiddetto parastatale, di 36 ore la settimana, a tempo indeterminato, erano richieste varie lauree, tra le quali c’era quella di psicologia. Pensai: “ma che sarà mai ’sto responsabile”?
Mi immaginavo un lavoro di responsabilità clinica, su progetti di trattamento degli anziani in istituto. Qualcosa di simile al capo-sala che avevo conosciuto in RSA psichiatrica durante il tirocinio. Fantasticavo che a differenza dell’infermiere io avrei potuto gestire la pianificazione assistenziale e riabilitativa di anziani sani e patologici con il mio stile, personale e culturale, e con una modalità più umanistica e psicologica rispetto a quella strettamente sanitaria che avevo in precedenza conosciuto.
Lo stile lavorativo di un dipendente pubblico è però influenzato anche dalla variabile organizzativa, cioè dalla impostazione politica dell’istituzione, figuriamoci per un posto di responsabilità…
Decisi comunque di partecipare, era il mio primo concorso e alla peggio facevo un’esperienza, la posta in gioco valeva comunque l’investimento di energie. Smisi di studiare per l’esame di stato, che avrei potuto fare in una sessione successiva, il concorso non poteva certo aspettare!
Ma come mi dovevo preparare? Un amico mi consigliò di prepararmi bene sulla legislazione. Accettai il suggerimento. Ricordo che feci molta fatica a reperire le leggi e a studiarle, era la prima volta che lo facevo, ma mentre le studiavo capivo che erano determinanti per conoscere la realtà sociale e istituzionale sia del livello locale che di quello nazionale, e persino il contesto e le caratteristiche della professione che sarei andato potenzialmente a svolgere. In facoltà avremmo dovuto fare almeno un esame di diritto pubblico e amministrativo, pensavo, mi sarei risparmiato alla sera diversi mal di testa!
Arrivai secondo. Deluso per la sconfitta, ma soddisfatto per la prestazione. Qualche settimana dopo ricevetti una telefonata dall’ufficio di segreteria dell’istituto, mi disse che il primo candidato aveva rinunciato all’incarico dopo un giorno di lavoro! Com’era quel film…tre metri sopra il cielo!!!
Ero ovviamente anche preoccupato, mi aspettavo un luogo di lavoro difficile e pensavo: una casa di riposo sarà più problematica di una RSA psichiatrica?
Trovai un discreto ambiente, buone disponibilità e potenzialità nei colleghi, e dopo qualche mese di rodaggio presi in mano la situazione clinica degli anziani e il coordinamento dell’equipe socio-assistenziale. Con gli anziani mi trovavo bene.
Come immaginavo le mie conoscenze in campo psicologico mi tornavano utili nell’impostare il servizio svolto dagli operatori di assistenza (ora Operatori Socio Sanitari); i familiari degli ospiti da una parte e gli amministratori dell’istituto dall’altra si dichiaravano soddisfatti del lavoro svolto presso il mio reparto.
In quel periodo mi sentivo non pienamente realizzato nella mia professionalità, ero convinto che potevo dare di più e meglio sul lavoro.
Per realizzare questo obiettivo capivo che dovevo superare i limiti imposti da quella organizzazione: dovevo cambiar ruolo in una nuova struttura.
Speravo, naturalmente, di fare lo psicologo.
Nel 1998 venivo a conoscenza che in provincia di Treviso gli psicologi che lavoravano nelle case di riposo si riunivano in un associazione e così mi iscrissi. C’erano non solo psicologi che lavoravano da psicologo, ma anche, come me, responsabili di servizi assistenziali con laurea in psicologia.
Dopo aver superato l’esame di stato per l’abilitazione all’esercizio della professione di psicologo, cominciai in quel periodo a fare concorsi per entrare come psicologo nelle case di riposo. Erano rari e a part-time, e in regime di contratto libero professionale. Uhm, le condizioni erano peggiori di quelle che speravo…
Un giorno, dopo alcuni anni di tentativi, vinsi un concorso in un paese vicino al mio per un posto di coordinatore di struttura. Lo vinsi facilmente: il paese era decentrato dalle città e vicino alla montagna per cui non si presentarono in molti. Inoltre avevo ormai un buon curriculum, ero esperto e anche conosciuto sul territorio, non fu difficile superare la concorrenza.
Oltre al responsabile del servizio degli Oss avevo il compito di gestire il servizio degli infermieri e dell’educatrice-animatrice, ero in sostanza il referente per l’amministrazione. Il padiglione, si chiamava ancora così, evidenziando l’impostazione sanitaria dei servizi a scapito di quella sociale, ospitava anziani autonomi e parzialmente autosufficienti.
Il cambiamento del posto di lavoro, il miglioramento del profilo lavorativo, la possibilità di impostare il servizio di una intera struttura mi diedero nuovo vigore e grande soddisfazione professionale.
Nel mio intimo però, una vocina non smetteva mai di parlarmi: “stai facendo lo psicologo di comunità, lo psicologo del lavoro e dell’organizzazione, hai anche compiti di responsabilità di servizio, cos’è che ti rende ancora insoddisfatto e che ti manca, cosa stai ancora cercando?”.
Un giorno casualmente incontrai nel paese in cui attualmente vivo il presidente della casa di riposo, il quale mi propose l’incarico di coordinatore e di psicologo a tempo pieno e indeterminato. Avrei dovuto lasciare il ruolo pubblico per uno privato, ma avrei potuto fare lo psicologo, nel senso clinico. Accettai.
Ora lavoro come psicologo per gli anziani della casa di riposo del mio paese. Sono trascorsi ormai alcuni anni e mi trovo bene.

A proposito di residenze protette è opinione comune che lavorando con gli anziani si provano sentimenti di sconforto e di pena, e che non è da tutti reggere l’angoscia e la tristezza di quegli ambienti. Quanta importanza hanno i sentimenti nel tuo lavoro quotidiano?

Partirei da una considerazione: in una relazione di aiuto il risultato positivo si raggiunge quando lo psicologo non si limita a lavorare esclusivamente sulla patologia dell’oggetto ma quando sa utilizzare il rapporto con l’altra persona per un lavoro di conoscenza di se stesso.
Il controtransfert, o la conoscenza dei propri sentimenti e delle cognizioni relative ad essi, spesso è sottovalutato o ignorato da noi psicologi. Le nostre esperienze formative professionalizzanti tendono ad enfatizzare il distacco professionale e la comprensione cognitiva, mentre la comprensione emotiva diventa un corollario, un effetto collaterale, o personale.
Eppure i nostri rapporti con le figure significative hanno contribuito e contribuiscono a costruire la relazione che instauriamo con gli altri. Anche quella con il vecchio.
Il nostro rapporto con l’anziano può essere molto coinvolgente e richiama la nostra personale esperienza di invecchiamento e di perdite che abbiano vissuto.
Questi sentimenti possiamo ignorarli o ascoltarli. In quest’ultimo caso possono fornirci utili informazioni per impostare e migliorare il nostro intervento.
Alcuni esempi.

v Il trauma del ricovero.
L’inserimento in una casa di riposo è un’esperienza traumatica. L’anziano può sentirsi disperato, impotente, abbandonato, rifiutato, giunto all’inizio del termine della sua vita. La famiglia può provare senso di colpa, rabbia, risentimento, ambivalenza e indecisione. Sono emozioni forti che possono innescare potenti sentimenti controtransferali nel personale di assistenza. Non essere in contatto con tali sentimenti può impedire agli operatori di capire perché i familiari scelgono di ricoverare i propri cari in casa di riposo o scelgono invece di non farlo e di impegnarsi intensamente al domicilio.
Ogni situazione familiare è unica. Nella mia esperienza ho incontrato molti figli adulti ancora timorosi o succubi dei loro genitori: quando viene il momento di ricoverarli in struttura essi sono spesso vittime dei loro sensi di colpa e della paura di andare contro ai desideri dei genitori di stare a casa con loro. Ho visto alcuni trovare la forza di superare questi ostacoli, anche dopo un periodo di alcuni mesi nel quale il proprio caro si era adattato al nuovo ambiente, seppur lamentandosi ogni volta che riceveva visita e mantenendo ancora vivo il senso di colpa nei figli, il loro rapporto non si deteriorò, anzi, l’intimità era mantenuta e riscoperta con nuove modalità per entrambi. Per numerose famiglie la soluzione del ricovero in residenza è adeguata e corretta.
Queste esperienze, mie e dei colleghi che lavorano in altre residenze e coi quali spesso mi confronto, hanno contribuito a far nascere progetti specifici di accoglienza, ciascuno in base alle caratteristiche organizzative di ogni struttura, che hanno come filo conduttore il prendersi cura da parte dello psicologo dell’impatto emotivo del nuovo ingresso, sia per l’anziano stesso, che per i familiari, gli operatori e l’organizzazione comunitaria.

v Lavorare con la demenza.
Lavorando in residenza capita di incontrare pazienti affetti da demenza. Spesso provo sentimenti di tristezza, di inutilità, ma ugualmente interagisco con loro nel miglior modo possibile, momento per momento.
Praticamente ogni giorno, anche coi familiari e coi colleghi di equipe, mi trovo a fare i conti con la frustrazione, l’impazienza, l’irritazione, l’impotenza da un lato, con la solidarietà, l’ umorismo, la soddisfazione dall’altro.
L’anziano demente presenta gravi lacune nei ricordi e spesso, apatico, non parla, o quando lo fa parla a sproposito, confabula, a tratti adeguato, in altri incomprensibile e agitato. In queste situazioni talvolta mi viene chiesto di intervenire.
Con un ascolto attento e una raccolta dell’anamnesi mediante i familiari il più possibile completa talvolta riesco a raccogliere un senso al divenire della biografia dell’anziano. Quando lo comunico all’equipe gli operatori sentono che ricevono un aiuto e riescono a capire i frammenti dei pensieri e dei vuoti che il soggetto esprime, aumentando il rispetto per quel che la persona era ed è tuttora. Talvolta provo un sentimento di viva soddisfazione quando ricevo dai familiari sinceri ringraziamenti per il mio impegno in questa direzione.

v La morte in casa di riposo.
Nella nostra cultura siamo portati, si dice spesso, a negare la morte. Infatti se ne parla poco di essa. Molti operatori nelle residenze considerano la vecchiaia e la morte degli eventi orrendi. E’ una sensazione terribile non saper cosa dire o fare in una situazione nella quale si deve confortare un anziano. Il sentimento di rassegnazione e disperazione è alla base del tipo di aiuto che gli operatori con quella concezione della morte possono dare ai loro ospiti.
Ma se guardiamo alla vecchiaia e la morte diversamente, se proviamo ad accettarle, eventi naturali e della vita, se ci “prendiamo cura” (care) piuttosto che curare (cure) l’uomo con le sue virtù e debolezze, e rinunciamo a voler vincere ad ogni costo il declino e la morte, possiamo allora offrire al morente un’assistenza di buon livello, senza sentimenti di imbarazzo o inadeguatezza.
In una residenza per anziani questo si traduce nel creare e nel mantenere un’atmosfera di onestà e sincerità, in cui le persone sono trattate con la vitalità che possiedono fino al momento della morte. Per riuscire a creare questo clima organizzativo occorre confrontarsi con i nostri sentimenti e le nostre cognizioni relative ad essi. La capacità di compassione e di onestà sono competenze indispensabili per lo psicologo in residenza.
Essere presenti con la persona che invecchia e che muore, vuol dire anche essere capaci di offrire un aiuto non verbale, e saper ricevere dalla persona che invecchia o che muore. E’ un approccio non difensivo, che non si nasconde dietro la “corazza professionale”, dietro alla “diagnosi” e al decorso “prevedibile” della patologia.
E’ possibile rispettare l’individualità di ogni persona che muore attraverso il riconoscimento e la gestione del nostro sentimento di impotenza di fronte alla morte. Acquisita questa competenza possiamo davvero imparare da ogni paziente.
Un giorno mi capitò di conoscere la signora F.R, entrò in residenza come terminale, ma lei non lo sapeva e i familiari convinsero l’equipe a non rivelarlo. I familiari erano decisamente sconvolti e questo sentimento trapelava con evidenza dal loro comportamento non verbale, probabilmente anche agli occhi dell’ospite. Mio compito era di accompagnarla, un percorso di sostegno e di elaborazione. Dopo alcuni colloqui mi disse che aveva piacere di “fermare” i suoi pensieri e le sue impressioni, troppo volatili, sosteneva, e sentiva il bisogno di rielaborale con calma. Le proposi di raccontarle a me, le avrei trascritte su un diario che avrei da lì a poco costruito appositamente per lei. Accettò. Ma ogni volta che mi presentavo all’incontro non voleva specificare nulla sul diario, desiderava parlarne ma senza fare troppi commenti. Ad ogni incontro diminuiva la sua capacità di comunicare e la sua lucidità. In breve tempo morì. Il diario rimase bianco. Quando scrissi la mia relazione di fine intervento mi sopraggiunse un sentimento di delusione e di sconfitta, ero convinto che le informazioni più importanti non le avevo raccolte. Poi ebbi un’insight: l’elemento oggettivo più importante del mio intervento psicologico fu l’aver accompagnato quella donna verso la morte con relativa serenità, non avevo nulla in mano per dimostrarlo, ma lo sentivo dentro di me, avevo compartecipato ai suoi sentimenti prima di sgomento, poi di rabbia, poi di colpa, poi di accettazione e infine di sollievo. Imparai una nuova strategia di intervento con l’anziano allettato o morente. Conservo ancora quel diario vuoto.

v Il sentimento di impotenza del familiare.
Quando il caregiver capisce che il proprio caro non migliora o che sta peggiorando è probabile che si sente impotente. Ribadisco, è un sentimento difficile da accogliere e da integrare nella nostra personalità.
Alcuni si difendono attribuendo a se stessi il peggioramento della malattia; si impegnano con tutte le loro energie nella relazione assistenziale, con la speranza di sconfiggere la malattia e, con questa, la loro disperazione. L’illusione di poter salvare il proprio caro funge da compensazione al sentimento di impotenza.
Di fronte a tale atteggiamento, il tentativo di controllo dell’incontrollabile da parte del familiare, l’operatore può trovare difficile gestire il proprio controtransfert. Talvolta la via che viene scelta, inconsapevolmente, è quella di colludere, diventar complici dei familiari, e diamo consigli, facciamo interventi, tentiamo in ogni modo di riparare la macchina-corpo anche scavalcando la volontà contraria dell’anziano ormai indebolito nel sostenere le sue obiezioni.
Ricordo un’anziana che aveva incaricato la nipote al ritiro della pensione. Ogni mese la nipote le faceva firmare un assegno valido per la riscossione. Quella firma era importante per entrambi. Un giorno l’anziana cominciò ad avere difficoltà di scrittura e la nipote, in preda ad un sentimento angoscioso di panico, si rivolse a me chiedendo un’intervento. Iniziai un programma di esercitazione per la scrittura e di coordinamento ideomotorio, e più in generale di stimolazione cognitiva. La nipote non vedeva miglioramenti, la sua disperazione aumentava. Tentai di far capire alla nipote che la nonna era affetta da un declino generale psicofisico, caratteristico per l’età di 88 anni, per cui non c’era nulla da fare, ma lei insisteva. Proposi alla logopedista il caso. Confermò la mia valutazione. Parlai col medico, anche lui condivise la mia valutazione, ma aggiunse di proporre il caso al fisioterapista, il quale però rinunciò al trattamento. Un giorno convinsi la nipote a fare alcuni colloqui di consulenza con me. Durante uno di questi riuscii a trasmetterle un messaggio franco e aperto, e cioè che si trattava di una involuzione progressiva e irreversibile, e nel frattempo lei poteva organizzare un’altro modo per la riscossione a nome della nonna; finchè la nonna era in grado, seppur maldestramente, di firmare, occorreva accettare la sua prestazione ideomotoria. La nipote in breve cambiò atteggiamento, divenne più comprensibile e accomodante.
Quando poi ho riflettuto con calma sul caso mi accorsi che ciò che fece cambiare atteggiamento alla nipote non furono le varie consulenze offerte dall’equipe, ma la condivisione dei sentimenti di impotenza e di disperazione. La nipote aveva bisogno di essere sostenuta in questo percorso di accettazione del declino della nonna, prima ancora di ricevere tentativi di soluzioni tecniche. Di questa esigenza mi accorsi tardi, sebbene feci in tempo a rimediare.
In generale i familiari traggono beneficio dal sapere che un operatore capisce i loro sentimenti, a volte sono persino loro stessi a trovare strategie risolutive che poi insegnano a noi.

v Il caso di un tentato suicidio.
La nostra società enfatizza i valori della bellezza, della gioventù, della frenesia produttiva. Giovane è bello, buono , indipendente e potente. Vecchio è inutile, lento, malato e solo. I giovani e gli adulti sono ricchi e autosufficienti, la società non ha bisogno dei vecchi.
Il pregiudizio contro gli anziani è imperante, e serve a proteggere la nostra autostima e la nostra posizione nella società con la proiezione sui vecchi di attributi negativi. Riusciamo così ad evitare la discussione o il contatto con il processo di invecchiamento. Riusciamo così a rimanere eternamente “giovani”.
Lo stereotipo gerontofobico protegge la società centrata sul modello giovanile dalle inquietudini riguardanti la malattia, la morte, la perdita di senso della vita.
Il signor T.Z. ha 90 anni e vive solo al proprio domicilio, la moglie è deceduta qualche tempo addietro e i rapporti coi i figli e la parentela sono poco frequenti e positivi. Un giorno un familiare in visita entra in casa e lo trova ancora addormentato al letto, con una scatola di farmaci vuota sul comodino e un biglietto in cui l’anziano scrive che la sera prima aveva deciso di lasciare tutto e tutti. Dopo il ricovero ospedaliero d’urgenza l’anziano si riprese, non aveva ingerito una quantità fatale e l’intervento immediato, seppur casuale, del familiare era stato determinante. I parenti si accordarono e convinsero il proprio caro al ricovero in residenza. La Direzione, con non poca preoccupazione, mi chiese di seguire subito il caso considerando anche le segnalazioni proveniente dall’Asl. Concordai col medico un intervento psicologico di sostegno, in appoggio ad una lieve terapia farmacologica per la depressione. Dopo i primi colloqui capivo che i suoi bisogni fondamentali erano di socializzare la sua condizione, di riprendere a vivere un sentimento di appartenenza ad una rete sociale, di ritrovare un’autostima positiva, lui che nella vita aveva raggiunto un elevato grado di soddisfazione e di autostima grazie al suo mestiere. Non era tanto interessato ad un lavoro introspettivo con me, e il tentativo di suicidio sembrava più un gesto di richiamo di attenzione che di seria convinzione e ripetibilità, o di espressione di una grave patologia. Sospesi i colloqui e gli proposi di partecipare attivamente ai programmi occupazionali della casa. In breve tempo iniziò a partecipare a quasi tutte le attività sociali e religiose, e a ritagliarsi un ruolo di riferimento per gli altri essendo lui ancora un soggetto pienamente autonomo. Unico limite una grave ipoacusia, che però non influenza oltre un certo grado la sua capacità di comunicazione verbale.
Sono trascorsi ormai quattro anni, al test di benessere soggettivo riporta il punteggio più alto rispetto agli altri residenti. E’ un soggetto simpatico, collaborante e ben adattato, al punto che col medico abbiamo tentato di sospendere la terapia antidepressiva: per alcuni mesi sembrò funzionare ma poi il signor T.Z. cominciò a manifestare ipocondrie, pignolerie eccessive, insofferenza generale e in conseguenza siamo dovuti ritornare sulla nostra decisione.

In Italia le ultime ricerche epidemiologiche prevedono per gli anziani un incremento del loro numero. E’ una fascia di cittadini che chiederà un aumento di servizi, pubblici e privati. Le Residenze per Anziani si stanno già attrezzando per affrontare i grandi cambiamenti demografici del prossimo futuro. Questo evento sociale ed economico interesserà gli psicologi?

Certo che sì, specialmente i giovani colleghi. Stiamo partecipando ad una rivoluzione culturale: le strutture protette sono passate da logiche di “cronicario” a logiche di residenzialità. Ai primi del ‘900 l’obiettivo delle case di riposo era fornire assistenza ai poveri, sia sani che malati, agli invalidi, ai mendicanti. Più che assistenza era generosità e beneficenza, si dava risposta ai bisogni primari quali il cibo, il vestiario, un tetto per dormire. Con la legge Crispi del 1890 le organizzazioni di assistenza, sorte per volontà dei privati, furono ricondotte sotto i poteri e i controlli dello Stato e nacquero gli Istituti di Assistenza e di Beneficenza (IPAB), dotate di una certa autonomia statutaria e regolamentare. Una sorta di via intermedia tra pubblico e privato.
Nella terza età gli anziani tra i 65 e i 75 anni vivono mediamente in salute, nella quarta età, dopo i 75, iniziano i problemi: fisici (fratture da caduta, ipertensione, diabete ecc.), psichici (le demenze sono l’11% degli over 80, le depressioni circa il 30%) e socio-economici (nelle famiglie di oggi entrambi i coniugi lavorano e con i figli non si trova il tempo e lo spazio per accudire i propri anziani disabili, la scelta diventa stringente: o la badante o la casa di riposo).
Il livello nazionale delega le regioni a legiferare in materia sociale e assistenziale. Per es. la regione veneto ha legiferato molto per lo sviluppo delle strutture protette, meno per la domiciliarità, sebbene di recente sta ridefinendo la sua strategia. Sul territorio si sono diffuse molte strutture protette: Ipab, RSA, Case di Riposo private e comunali. Di norma esse ospitano anziani ma non solo, in quanto mancano o sono rare sul territorio le strutture per il disagio degli adulti.
Nonostante i progressi sociali e assistenziali l’impronta metodologica nelle residenze per gli anziani rimane di derivazione medica, quindi il modello di cura ricalca quello ospedaliero. In generale le professionalità assistenziali e sanitarie presenti sono il medico, l’infermiere, l’operatore sociosanitario, il fisioterapista, lo psicologo, l’assistente sociale, la logopedista. La novità più recente e rilevante è il lavoro di gruppo. Il team multiprofessionale valuta e interviene con modalità multidimensionale, l’unica in grado di riflettere la complessità e la fragilità della persona anziana. L’equipe si riunisce in media ogni quindici giorni per redigere il progetto di riabilitazione e di assistenza per ogni ospite.
Già, l’ospite, termine diffuso in veneto. Questo termine indica la condizione di colui/colei che a fronte di una retta mensile riceve servizi. Un contratto, come in albergo, la casa rimane di proprietà altrui, tu sei l’estraneo, l’ospite appunto, e temporaneo. Il termine mette l’accento sulla giusta distanza, rispetto e professionalità che deve intercorrere tra personale e anziani, onde prevenire rapporti interpersonali di manipolazione reciproca. Ma il termine può far distrarre l’attenzione del personale dal bisogno dell’anziano di condividere e di appartenere ad una comunità, e la residenza è una piccola o grande, secondo le dimensioni, aggregazione sociale. Ed è all’interno dei rapporti e delle dinamiche tra anziano e operatori, tra familiare e organizzazione del servizio, tra operatore e familiare che trova senso la presenza dello psicologo.
Le principali attività svolte dallo psicologo nelle residenze per anziani sono quelle contenute nella L.56/1989, con particolare riferimento all’uso di strumenti diagnostici che valutano i deficit cognitivi, i disturbi comportamentali ed affettivo-emotivi degli anziani rispetto ai quali lo stesso psicologo è chiamato ad attuare interventi terapeutici riabilitativi e di sostegno, sia individuali che di gruppo. Le competenze richieste per coloro che intendono lavorare in questo settore sono di neuropsicologia, di psicologia clinica, di psicologia della comunicazione, di psicologia dell’organizzazione, di psicologia della famiglia. Competenze dello psicologo sono la diagnosi, per es. di adattamento, di demenza, di ansia, di psicosi, di depressione primaria, secondaria, reattiva ecc.., e l’intervento, per es. la riattivazione cognitiva, la modificazione comportamentale, il sostegno all’anziano, alla famiglia, al personale di assistenza, all’organizzazione e all’ambiente.
Lo psicologo è una figura nuova nelle strutture protette, il suo profilo non è ancora chiaramente definito, e accettato dalle altre figure, in particolare da quelle mediche.
In generale l’obiettivo di uno psicologo in una struttura protetta è di rinforzare le capacità di adattamento del soggetto all’invecchiamento, ai cambiamenti fisici, psicologici e sociali aumentando il senso di benessere soggettivo e la soddisfazione verso la propria vita. Nonostante la perdita di una o più funzioni, che lo rendono più o meno autonomo, l’anziano è ancora capace di desiderare di star bene fino alla fine dei suoi giorni, per tutto il tempo che intercorre tra la perdita della funzione e l’arrivo della morte. E’ in questo arco di tempo che c’è spazio e c’è bisogno degli psicologi, a condizione che siano preparati e sappiano proporsi.
In Italia la legislazione nazionale non prevede lo psicologo nei servizi agli anziani, mentre a livello regionale lo psicologo è presente a macchia di leopardo e nelle zone più virtuose. In Veneto per es. il Dgr n°84 del 16-01-2007 in attuazione della legge regionale 16 agosto 2002 n. 22 dal titolo “Standard relativi ai requisiti di autorizzazione all’esercizio e accreditamento istituzionale dei servizi sociali e di alcuni servizi socio sanitari della Regione Veneto” prevede la presenza dello psicologo ogni 120 anziani autonomi e non, ospitati in quelle che ora si chiameranno “Centro di Servizi per persone anziane”. Significa che ogni casa di riposo del veneto deve avere uno psicologo, con un monte ore di servizio settimanale in base al numero degli anziani ospitati. La legge citata pone tre anni come termine entro il quale le strutture si devono adeguare, pur non specificando il tipo di contratto che regolerà il rapporto tra psicologi e i Centri di Servizi. Questo è un dato piuttosto interessante per la nostra categoria, sia per le evidenti opportunità occupazionali che per l’innalzamento della qualità offerta dagli psicologi nei servizi agli anziani.
Occorre presentarsi preparati, dicevo. La laurea dei tre e dei cinque anni può non bastare. Alla facoltà di Padova viene proposto da alcuni anni il master di 2° livello in psicologia gerontologica. Nelle diverse facoltà di psicologia in Italia non è difficile accedere alla scuola di specializzazione universitaria in ciclo di vita, nella quale uno degli indirizzi di studio è l’età adulta e senile, con abilitazione all’esercizio della psicoterapia.
Le competenze richieste a coloro che intendono lavorare in questo settore sono in particolare di:
o psicologia generale: la valutazione neuropsicologia; il training di riattivazione cognitiva per soggetti con declino lieve-medio dell’attenzione, dell’orientamento temporospaziale, della memoria, il linguaggio, la rappresentazione spaziale, l’astrazione; i training di memoria procedurale per anziani più gravi volti a rinforzare l’abilità funzionale in uso per la vita quotidiana (alimentarsi, vestirsi, lavarsi…); i trattamenti di modifiche ambientali (sia fisici che psicologici, di arredamento, colori, cartelli di riconoscimento e orientamento ecc.); le consulenza alle altre figure professionali per ottimizzare le valenze di riattivazione cognitiva delle attività svolte; gli interventi di counseling individuale per il rinforzo della motivazione nell’anziano e nel personale; la valutazione e trattamento dei disturbi del comportamento.
o psicologia clinica: la valutazione e il sostegno all’anziano con uso di test diagnostici finalizzati al rinforzo del benessere, dell’adattamento, al problem-solving, al tono dell’umore, all’autostima, alle perdite affettive e di ruolo, all’accompagnamento alla morte; il counseling e il sostegno alla famiglia;
o psicologia sociale: la valutazione del clima organizzativo, delle dinamiche di gruppo, la valutazione e la progettazione dei bisogni e degli interventi formativi, la prevenzione e il trattamento dello stress e del burn out nel personale di assistenza, la partecipazione ai momenti multidisciplinari del servizio sociosanitario (riunioni, scambi di informazioni).

Come si vede lo psicologo nei servizi agli anziani può proporsi in diversi modi e con diverse competenze, sia globali che specifiche.
Può farlo anche non da solo. In concomitanza allo sviluppo e al graduale inserimento degli psicologi nei servizi, stanno costituendosi numerosi movimenti di piccolo gruppo di colleghi motivati dallo scambio di esperienze e all’individuazione di progetti e di convenzioni da proporre ad associazioni, enti e autorità locali per innalzare la qualità dell’offerta del servizio di assistenza migliorando la condizione di benessere degli anziani.

Nonostante tutto quello che hai detto non riesco a non pensare all’atmosfera che percepisco quando entro in una casa di riposo, il declino, l’isolamento, la rassegnazione…Lavorare in residenza non sarà eccessivamente frustrante rispetto ai modelli professionali più blasonati di psicologo?

L’aiuto offerto è relazionalmente condiviso, compartecipato nei successi e nei fallimenti, al di là del riduzionismo semplicistico del vedere nell’anziano un soggetto per il quale “non c’è niente da fare”…
Mi viene in mente una storiella che ho letto alcuni anni fa: “Un uomo che camminava per un campo si imbattè in una tigre. Si mise a correre, tallonato dalla tigre. Giunto ad un precipizio, si afferrò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l’orlo. La tigre lo fiutava dall’alto. Tremando l’uomo guardò giù, dove, in fondo all’abisso, un’altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topi, uno bianco e uno nero cominciarono a rosicchiare pian piano la vite. L’uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l’altra spiccò la fragola. Com’era dolce!” (tratto da “101 Storie Zen”, a cura di Nyogen Senzaki e Paul Reps, pag. 34, Adelphi, Milano, 1997).
Lo psicologo aiuta l’anziano a cogliere i momenti più belli della vita presente, a ricordare quelli migliori della vita passata e su questa base aiuta a prospettare un futuro di appagamento; il modello di aiuto consiste nel far leva sulle risorse residue, sulle abilità positive, sulle potenzialità di sviluppo ancora presenti e non tanto sulla riabilitazione in senso stretto, la cosiddetta restitutio ad integrum.
Il contributo dello psicologo è rivolto anche ai familiari affinché l’anziano possa ricreare e mantenere i momenti piacevoli vissuti con la propria famiglia e con la rete parentale.
Il modello di intervento di uno psicologo valorizza anche e in particolare gli operatori dell’invecchiamento, poiché lavorando in un ambiente piacevole e dal clima familiare essi possono trarre quelle motivazioni e competenze sufficienti a sostenere quell’uomo che, inclinato verso il precipizio, protende la mano verso la dolcezza della vita.


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4 Responses to “Lo Psicologo nelle Residenze per Anziani”

  1. Patrizia La Bruna Says:

    Tanta commozione e grandi risonanze, nonchè tanta voglia di imparare, poichè ………non è mai abbastanza l’esperienza e “l’ascolto” nella nostra professione.
    Grazie dott. Lamberti, un saluto
    Patrizia La Bruna

  2. rossana borsi Says:

    bello e interessente l’articolo, in parte racconta anche la mia storia e quella di colleghi della mia città, genova, la più vecchia d’italia. con una differenza sostanziale. io volevo proprio fare la psicologa con gli anziani e ho da subito puntato su questo presentando progetti a centri diurni o rsa… dopo 5 anni sono ancora a 12 ore settimanali (min per avere la convenzione), poco retribiute, ovviam a partita iva perchè “uno psicologo non vorrà mica essere assunto in una struttura per anziani?!”
    … e non mi interessa coordinare equipe, ma che un’equipe ci sia e lavori come tale… vorrei solo fare la psicologa per gli anziani e i loro familiari… ma certe volte è difficile che te lo permettano…
    grazie per l’esperienza positiva riportata e per parlare spesso di psicologia gerontologica
    rossana borsi

  3. Barbara Oneglia Says:

    Che dire…tanta ammirazione per il vostro percorso e un grazie per la passione trasmessa a chi è solo agli inizi!
    Sperando che questa esperienza possa essere diffusa sul territorio ancora troppo poco sensibile a queste tematiche.
    Un saluto
    Barbara Oneglia

  4. Ho una laurea in sociologia, svolgo la libera professione e da oltre dieci anni lavoro all’interno di alcune strutture per anziani anche come animatore sociale. Chiaramente, in qualità di animatore uso strumenti espressivi ad oc e diretti soprattutto verso quei soggetti che, dato il deterioramento cognitivo, hanno difficoltà sia espressive che di orientamento spazio-temporale. Mi occupo pure di dinamiche di gruppo, quindi, sempre all’interno di queste strutture, siccome nel mio lavoro è basilare il progettare interventi volti al cambiamento, ho proposto un mio progetto sul fronte della valutazione multidimensionale e che ha in animo il progettare per ogni utente un piano personalizzato individualizzato (P.A.I) che attualmente coordino all’interno delle stesse ed in cui, oltre al medico o all’infermiere, intervengono, sia in ambito di verifica che in quello di progettazione, pure i famigliari degli ospiti anziani anche perché le residenze per anziani, non sono e non debbono essere strutture sanitarie tout court ma strutture che, con sfumature varie, ad iniziare dalla tipologia RSA, passando per le lungodegenze ed andando verso le Case albergo, per finire nelle Case di Riposo, hanno nelle intenzioni un sostanziale supporto sociale di una certa rilevanza. Per una questione che è pure d’ordine culturale, si intende ancora la vecchiaia come fosse una sorta di malattia e non una tappa della nostra esistenza, quindi tutte le strutture socio-sanitarie, puntando l’indice sul sanitario, tendono ancora ad occludere il passo a quel sociale evidenziato nelle intenzioni e, lo si sa, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. Quindi abbiamo ancora molta strada da fare su questo fronte. Occorre quindi noi si esca allo scoperto e si mostri all’utenza di essere noi in grado di dar risposta ai bisogni che essi esprimono. Chiamiamo in causa quindi il legislatore al proposito, ma pure la nostra professionalità a dimostrazione del fatto che noi sappiamo dare risposte ai bisogni espressi poiché lavoriamo “per loro” e “con loro”, mai “su di loro”.

    Mirco Marchetti

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