“Ricordati di Me”: recensione al film.

Destino o libertà? Il lacerante contrasto tra due modalità di esistenza

Serena Grasso

Duro ed estremista, ma piuttosto realistico si rivela il film di Muccino “Ricordati di me”: le telecamere ricordano quelle del Grande Fratello che con il suo occhio scruta le vicende dei personaggi che recitano le loro vite reali in uno show televisivo. Nel film si rivela un paradosso: vivere la propria vita recitandola.

La famiglia si ritrova ad assumere un ruolo che riveste ed investe tutti i componenti, carica di sofferenza ogni singolo gesto quotidiano che scivola via nell’attesa di una rivalsa, di una spasmodica volontà di dimostrare il proprio valore agli altri, e nello stesso tempo, una difficoltà estrema nel perseguire tale scopo, che si risolve in un’ansia da prestazione che diviene la protagonista.

Un’impresa titanica, ma allo stesso tempo dominante, quella dei personaggi: essi tentano di difendere ed affermare la propria ambizione attraverso un’incessante svalutazione dell’altro, colpito nei punti deboli, come se le realizzazioni di ognuno fossero legate a vicenda da un indissolubile vincolo di dipendenza reciproca che necessita di un continuo confronto, di rivalsa, di accusa perentoria.

La scena in cui il figlio, esasperato, rimprovera alla madre di avergli fatto recitare la parte del perdente, credo sia esemplificativa del senso d’impotenza generato da questo dilaniante incastro familiare che non lascia possibilità altre di vita.

Il senso di frustrazione – che caratterizza tutti i personaggi –si manifesta innanzitutto attraverso il padre, il quale cerca nell’ex fidanzata una via d’uscita all’esasperante quotidianità ormai permeata di malessere; a sua volta, la donna tenta di fuggire da un matrimonio che non la rende visibile al marito nelle sue qualità originarie: infatti, arriva ad affermare che le persone che ci stanno più vicine si dimenticano presto delle nostre qualità positive e del motivo per cui ci si è scelti. Credo che questo sia uno dei grandi problemi che tuttora continuano a comportare parecchi fallimenti matrimoniali con conseguenti divorzi o vite vissute attraverso tradimenti da un lato e facciate di rispettabilità agli occhi del mondo e dei figli dall’altro ( nonostante questi ultimi, come evidenziato palesemente dal film, non siano per nulla estranei a queste dinamiche).

Credo che il problema in questione riguardi una modalità inglobante che permea i legami familiari e impronta la loro struttura su di un vincolo esasperante che non lascia libertà di essere singole persone tali da mettersi in relazione con gli altri non in un rapporto di dipendenza caratterizzato da subordinazione o da sopraffazione, bensì in un rapporto paritario, che apra al dialogo, al legame complementare – laddove c’è un arricchimento reciproco – e non addizionale, mirante ad aggiungere nell’altro qualcosa che non gli appartiene.

Il paradosso insito nel film è evidente in diverse scene: merita di essere citata quella in cui la figlia, dopo aver trascorso una serata ad attendere il suo “compagno”, al suo arrivo gli chiede in modo insistente quanto la loro relazione conti veramente per lui e se c’è di mezzo un tradimento: alla schietta risposta ricevuta reagisce con un impeto di rabbia, che testimonia il desiderio di una relazione sincera e il timore del tradimento che, nell’ombra, la coppia genitoriale proietta su entrambi i figli. Un desiderio ambivalente data la reazione, successiva al suo impeto di rabbia, determinata da un colpo fisico ricevuto dall’uomo: “Come faccio ora a fare il provino?”, a testimonianza della sempre presente ansia da prestazione e della frustrazione che ne segue.

L’esasperazione del vincolo non è terminata con l’incidente del padre: è solo rimasta latente finché il semplice incontro con l’ex fidanzata porta l’uomo a ripetere, come in un cerchio che si chiude, la stessa telefonata, nello stesso luogo, con lo stesso spirito d’entusiasmo precedente all’incidente. La donna altro non è se non la rappresentazione di una possibilità altra di vita, in cui è possibile esprimere quella parte dell’identità che non trova più posto all’interno di una matrice familiare ormai satura.
Una parte che vuole liberarsi del passato, del senso di frustrazione e del “non valere” (parola che viene usata molto spesso nel film), che l’uomo aveva tentato di compensare scrivendo un romanzo, cominciato anni prima e mai terminato, ma la donna lo induce a rispolverarlo: ancora una volta ella rappresenta la possibilità di dimostrare il proprio valore, più che un amore sincero, ed evidenzia il profondo senso di mancata realizzazione che egli, inconsapevolmente, proietta sui figli.

Bibliografia
Di Maria F., Lo Verso G., La psicodinamica dei gruppi, Raffaello Cortina, Milano 1995.
Lo Verso G., Le relazioni soggettuali, Bollati Boringhieri, Torino 1994.
Napolitani D. (1987), Individualità e gruppalità, Ipoc, Milano 2006.


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