Governo Draghi, 8 donne su 23 ministri: il problema non è la quantità

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Il Governo Draghi non ha fatto in tempo a insediarsi che è già partita la rincorsa alla polemica. In linea con il trend di stagione, il Presidente del Consiglio è stato accusato di aver scelto poche donne nella sua squadra. Così facendo, l’attenzione si è spostata dal programma di governo alle protagoniste dello stesso.

8 donne su 23 ministri: una vergogna, sessismo, maschilismo, patriarcato, quote rosa!, eccetera eccetera. Commentatori politici, opinionisti e fruitori dei social hanno urlato allo scandalo e alla sconfitta. In poche ore, Mario Draghi è stato criticato, condannato e crocifisso per non aver fatto la conta con il pallottoliere.

Dopo un momento di caos iniziale in cui le solite fazioni hanno trascorso la giornata di sabato 13 febbraio ad azzuffarsi sui social, è intervenuta qualche mente illuminata che ha fatto notare un dettaglio sfuggito ai più. È la sinistra a non avere neanche un ministro donna. Dunque non è più un problema di Mario Draghi misogino e sessista, bensì di Partito Democratico misogino e sessista. Quantomeno poco attento alla tematica e indifferente alla battaglia che le donne stanno portando avanti con sempre più veemenza.

Governo Draghi, capro espiatorio

Dunque, come sempre, si è fatto di tutta l’erba un fascio, buttando tutto nel calderone e facendo aizzare le folle, anzi, la mandria. Una mandria alla quale basta essere imboccata con qualsiasi informazione per imbufalirsi. Subito dopo aver scoperto che la responsabilità di otto donne su ventitré ministri non è di Mario Draghi, ma presumibilmente dei dirigenti dei partiti, la polemica si è subito sgonfiata.

Perché? La polemica va cavalcata solo quando riguarda una determinata ala del Parlamento? Se a incorrere in errore è il PD, allora si trasforma in semplice boutade? Al di là del giudizio politico, qui rileva il fatto in sé e la riflessione va oltre l’appartenenza a uno o all’altro partito.

Il problema riguarda le donne e il modo in cui le donne reagiscono ai fatti che le riguardano. Abbiamo davvero bisogno di una quota dedicata prestabilita per legge? Sì, altrimenti i maschi continueranno a scegliersi tra loro. Va bene. Siamo davvero sicuri che l’introduzione di un minimo sindacale (50 e 50) ponga fine allo scempio a cui i cittadini assistono da tempo? No.

governo draghi giuramento ministri

La politica dovrebbe essere l’Olimpo degli illuminati, di coloro i quali sanno maneggiare la materia giuridica al fine di aiutare il Paese, non il ricettacolo di arrampicatori sociali assetati di potere e attaccati alla poltrona con il mastice permanente. Purtroppo, volgendo uno sguardo alla compagine politica italiana, la differenza tra donne e uomini si assottiglia sempre più.

Ci spieghiamo meglio. Non viviamo in un Paese in cui le politiche donne si sono dimostrate mille spanne sopra la classe dirigente maschile. Certo, esistono le eccezioni, ma non vi è una netta differenza tra la politica maschile e quella femminile. Dunque, perché avremmo bisogno delle quote rosa? 

Quote rosa, necessità o escamotage?

Noi donne vogliamo le quote rosa per avere la garanzia di poter accedere alle stanze dei bottoni senza dover attendere un tempo infinito e senza dover corrompere il buttafuori che ne gestisce l’ingresso. Le vogliamo perché colpevolizziamo gli uomini di aver portato avanti una politica maschilista e misogina che ha ridotto il Paese in queste condizioni.

Sebbene sia difficile affermare il contrario, vogliamo lanciare una provocazione. Noi donne abbiamo davvero dimostrato di saper fare meglio? Anzi, abbiamo davvero dimostrato di voler fare meglio? Sì, perché la politica è un mestiere fatto di giurisprudenza, ma anche di compromessi. Una volta si sarebbe chiamata diplomazia, oggi il termine compromesso risulta più adeguato.

Se penso ai nomi delle donne che negli ultimi trent’anni hanno occupato scranni importanti, faccio fatica a stilare un elenco lunghissimo di ministre o parlamentari che hanno contribuito, inciso e lasciato davvero il segno. Non che dalle parti dei maschietti vada meglio. Prima di essere tacciata di maschilismo e patriarcato latente, vi basti sapere che la mia considerazione dei politici italiani è inversamente proporzionale alla loro presenza nei programmi televisivi di intrattenimento, dal Bagaglino in poi.

Tornando alla questione femminile, la rivoluzione si fa ogni giorno, battendo i pugni, ma portando anche risultati. Cosa avremmo dovuto chiedere? 12 ministre e 11 ministri per poter affermare di essere un Paese equo? Avremmo lanciato un segnale, certo, ma sarebbe bastato per mettere finalmente in pratica il concetto di meritocrazia, ben più alto dell’affermazione di un genere? La contrapposizione maschi contro femmine è la strada giusta?

governo draghi mara carfagna ministra per il sud

Personalmente sogno un Paese in cui donne e uomini collaborino senza pensare al genere di appartenenza. Un Paese in cui venga premiata la competenza, la preparazione, il risultato. Sogno un’Italia in cui il politico si faccia portavoce dei disagi dei cittadini e provi a risolverli; in cui lavori al programma per cui è pagato dagli stessi cittadini.

Il fallimento della classe politica italiana

L’Italia, invece, è il Paese in cui la politica diventa sinonimo di sicurezza economica e di potere per chi conquista la poltrona e, una volta assaporati i privilegi, fatica a staccarsene. Anzi, fa di tutto per rimanerci avvinghiato fino alla morte. Se proprio vogliamo avere una visione di più ampio respiro, il problema non è solo la questione femminile, ma anche l’accesso alla politica.

La compagine italiana è vecchia, vecchia come modus cogitandi e vecchia sul piano anagrafico. Certo, parlare di rottamazione e rottura del sistema ha portato ai risultati che tutti conosciamo: cambiare tutto perché nulla cambi. Dunque, qual è la soluzione migliore? A mio modesto parere, ripartire dalla scuola. Spiegare alle generazioni di domani che lo studio è necessario e elemento imprescindibile per qualsiasi ambito. La discesa in politica non può essere messa al pari della partecipazione a Miss Italia. Non è un concorso a premi né una gara al televoto.

Una rivoluzione culturale a partire dal Governo Draghi

Criticare il governo Draghi ancora prima che entri in azione è una mossa scorretta e poco affine al concetto di democrazia. Detto ciò, la presenza di otto donne su ventitré ministri è un primo passo ed è una chance. È giusto che le donne abbiano la chance e non il diritto di entrare nella squadra di governo? No. Bisogna, però, fare i conti con la realtà e analizzare il contesto del Paese? Sì.

Immaginare l’Italia come la Nuova Zelanda di Jacinda Ardern, la Finlandia di Sanna Marin o, per rimanere sul classico, la Germania di Angela Merkel è pura utopia. Siamo un Paese profondamente diverso, con una cultura diversa e un approccio diverso. Un’educazione civica molto diversa e distante dalla civiltà, in generale.

La colpa non è solo degli uomini, ma di tutti. Sono ottimista di natura e penso fortemente che se le donne di questo governo lavoreranno bene, facendo squadra, dettando una nuova linea, i cambiamenti arriveranno da sé. La politica necessita di abnegazione, non di comparse ricorrenti impegnate a battere i piedi, a ripetere il decalogo delle frasi fatte, incapaci di raggiungere un solo obiettivo.

Riusciranno le otto ministre a inaugurare un nuovo corso? Se sì, potremo inaugurare una nuova era e avvicinarci alla Nuova Zelanda o alla Finlandia. Diversamente, avremo dimostrato di non essere tanto diverse dai colleghi uomini assetati di potere e popolarità. Con buona pace delle quote rosa.

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