Grease misogino e sessista? L’ennesima polemica inutile

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Mala tempora currunt! Grease, il film cult del 1978 con John Travolta e Olivia Newton-John che ha fatto sognare e ballare intere generazioni, è finito nel mirino dell’esercito dei social con l’accusa di sessismo e misoginia.

Dopo le accuse di razzismo a Via col vento, adesso è il turno di un’altra pietra miliare del cinema mondiale. Complici le vacanze natalizie, quest’anno più sofferte causa lockdown mondiale, i telespettatori inglesi hanno ben pensato di dare il via a una polemica via social, addirittura chiedendo alla BBC di non trasmettere più la pellicola.

La trama di Grease

La ragione risiederebbe nella trama, misogina e sessista, a detta dei più. Grease è la storia di due liceali, Danny Zuko e Sandy Olsson, alle prese con il primo amore. Lui è il bello e dannato, un po’ bullo un po’ uomo che non deve chiedere mai, con una corazza che in realtà cela fragilità. Lei è una ragazza quieta e timida, distante dal prototipo di groupie dalle quali, sulla carta, è attratto Zuko.

Nel corso della storia, Sandy si trasforma, si scrolla di dosso le sue insicurezze e, grazie a un po’ di lacca, a un velo di rossetto e un paio di pantaloni in pelle entrati nella storia del costume mondiale, conquista il suo amato. Tanto basta per scatenare la rabbia del pubblico inglese.

Perché Grease non è misogino e sessista

Nell’epoca del politically correct a tutti i costi, si mette al rogo Grease, una commedia leggera, girata negli anni 70 e ambientata negli anni 50. E lo si fa lanciando accuse totalmente infondate. Innanzitutto, Grease è l’opposto di un film misogino e sessista. È l’esatto contrario di una pellicola che vuole sminuire la figura della donna.

Sandy non fa altro che mostrarsi più sicura di sé. Non annulla sé stessa né si sottomette all’uomo. Chi non ha desiderato, almeno una volta, mostrarsi più sicuro, scrollarsi di dosso ogni paura e conquistare il mondo o anche solo la persona amata? Beh, a occhio e croce, tutti.

È sottomissione? È rinuncia ai propri ideali? È distruzione di battaglie femministe per l’indipendenza della donna? No, si chiama romanticismo, si chiamano emozioni, si chiama crescita, si chiama vita.

In merito a Danny, Grease mostra l’esatto contrario di ciò che ‘il popolo del web’ vorrebbe far credere. Zuko si redime, e non solo quando vede Sandy con i capelli cotonati. Sin dall’inizio del film, è evidente che Danny abbia un debole, ma è bloccato dalle sue paure. Sostanzialmente è un insicuro, incapace di esprimere i propri sentimenti. Alzi la mano chi non ha mai incontrato un uomo così? Personalmente ne ho incontrati diversi e diffido sempre di chi si mostra troppo sicuro di sé, ma sono pronta a ricredermi.

Rizzo, donna progressista

Poi vi è Rizzo, la leader un po’ stronza, che mette Sandy in difficoltà. È la più progressista delle donne rappresentate in Grease. Teme di essere incinta, ma non cede di un millimetro e rivendica la sua libertà sessuale, nonostante viva nell’America degli anni 50 (è d’uopo ricordarlo). Ovviamente anch’essa indossa una corazza per nascondere le proprie insicurezze.

La commedia si conclude con un bel lieto fine, degno di qualsiasi commedia leggera e romantica. Dunque, dove e perché Grease sarebbe un film misogino e sessista? Anzi, a ben vedere, è un film che descrive una realtà forse pure fin troppo evoluta per l’epoca in cui è ambientato.

Grease, Via col vento e i rischi della censura

Le critiche vanno bene, a patto di non distorcere la realtà né di riscrivere la storia per portare acqua al proprio mulino. La storia non si cancella e non deve essere cancellata. Auspicare la censura di un prodotto – libro, film, opera teatrale, e così via – porta all’oscurantismo, il male peggiore per una società civile e informata, che dovrebbe tendere alla propria evoluzione.

Soprattutto, l’atteggiamento censorio rischia di danneggiare il presente e ripetere gli errori del passato. Qualche anno fa, l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, in un’intervista a Le Invasioni Barbariche, disse che i social sono un bagno di umiltà. Ai tempi mi trovai d’accordo con la sua affermazione.

Oggi mi trovo a dover dar ragione a Umberto Eco, il quale predisse, in tempi non sospetti, che i social ‘danno diritto di parola a legioni di imbecilli, che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel’.

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