La Casa di Carta 4: preparate la tisana, tanto vi addormenterete

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La Casa di Carta e la sua quarta stagione sono in streaming su Netflix dal 3 aprile. Un’informazione di servizio importante, se pensiamo che durante questo lockdown i nostri social network sono stati invasi da spezzoni della più celebre serie tv in lingua spagnola dopo Paso Adelante. I veri fan del prodotto della mente del suo ideatore, Alex Pina, non aspettavano altro: conoscere il destino di uno dei principali personaggi principali, Nairobi.

L’ultima stagione aveva lasciato tutti col dubbio di dover dire addio alla ladra irriverente, e regina del matriarcato, colpita da un proiettile al petto con uno subdolo trucchetto che faceva leva sul suo istinto materno da ricucire.

A metà tra il cinico e il romantico

Anche se la serie diretta e prodotta da Jesús Colmenar non arriverà mai ai livelli di Game of Thrones, dove con una certa rassegnazione piano piano diciamo addio a gran parte dei personaggi a cui ci si affeziona, La Casa de Papel aveva già collezionato morti illustri all’interno della ‘banda’.

C’è chi ha giurato che con la morte di Berlino si poteva dire addio al cinismo che equilibrava momenti sdolcinati con picchi da soap opera che nemmeno Il Segreto, sempre per rimanere sull’amore per la Spagna.

Da qui in poi, possibili spoiler de La Casa di Carta

La Casa di Carta 4 riporta in auge proprio uno dei personaggi al quale avevamo detto addio: Berlino, interpretato da Pedro Alonso, che vive in molti flashback del Professore (Alvaro Morte), sempre a capo dei piani della banda di ladri.

Berlino lo troviamo in una scena che è diventata un tormentone. Se l’amore per le canzoni italiane era già stato evidenziato nella scelta di Bella ciao per accompagnare le gesta dei rapinatori, ora si opta per il pop.

La colonna sonora a un passo dal trash

Al suo matrimonio, in un antico monastero, viene intonata Ti amo di Umberto Tozzi, che nemmeno nelle sagre di paese, con tanto di canto gregoriano di sottofondo. Per rendere il tutto più surreale e a tratti trash, il prete alza gli occhi al cielo, forse sperando che questa melensa colonna sonora alla quale è costretto a partecipare duri il meno possibile.

Per i puristi: il monaco che canta l’assolo vagamente a Umberto Tozzi ci assomiglia pure. Insomma, quel trash che è così trash ‘che fa il giro e diventa figo’? Forse, o forse quel tormentone alla Mambo N.5 che dopo la terza volta che la ascolti vuoi tornare ai canti del catechismo. Questione di gusti.

In merito alla citazione musicale a Franco Battiato, ho troppa stima per il maestro per commentare. Sarà accaduto come con la canzone ‘Vieni a ballare in Puglia’ di Caparezza, che, nata come brano di critica sociale, è diventata un pezzo da mettere come riempitivo alle feste della taranta per gli studenti fuori sede nostalgici.

Gli eccessi de La Casa di Carta

Se già l’incredibile rapina alla Zecca di Stato aveva lasciato molti a bocca aperta, ma aveva retto per i colpi di scena e anche per le scene divertenti, in questa nuova impresa d’entrare in Banca di Spagna per rubarne le riserve d’oro rimane solo l’assurdità, che però questa volta non è costruita bene come la precedente.

Le cosiddette sottotrame romantiche sanno di naftalina, con personaggi che si prendono e si lasciano talmente tante volte, che alla fine speri che uno dei due decida di cambiare sesso.

Le sparatorie, ormai, sono come quelle di un film di fantascienza primi anni duemila, con traiettorie improbabili di pallottole volanti. Viene rispolverato anche il medical drama, un po’ Grey’s Anatomy e un po’ E.R. per alcune inquadrature, con operazioni a torace aperto in diretta streaming e connessioni che nemmeno il modem 56k (credo a un certo punto d’aver visto in sottofondo l’icona di Internet Explorer), e malati con la capacità di ripresa di un supereroe della Marvel.

Personaggi in decadenza

I tormenti del Professore diventano meno credibili. Anche se i rapporti ‘poteri forti-comuni mortali’, conditi dalla corruzione imperante, a volte fanno capolino nella trama, purtroppo non vengono mai approfonditi. Fanno morire uno dei personaggi principali, Nairobi, rendendolo in sostanza l’unico momento in cui forse accade davvero qualcosa.

Se guardiamo alla banda, tutto tace: personaggi in decadenza. Denver sempre più scemo, Tokyo sempre testimonial di marche di intimo da donna, ma non accattivante come un tempo; Palermo ‘che fa cosa e vede gente’ e non raggiungerà mai come levatura il suo amato Berlino; Stoccolma potrebbe diventare un prete e Marsiglia è il nuovo 007, in versione for dummies.

I due cattivi della quarta stagione de La Casa di Carta, Gandia e Alicia Sierra, sono i più interessanti, e, soprattutto per quanto riguarda l’aguzzina di Rio (non pervenuto sugli schermi, in pratica), almeno vediamo uno sviluppo nella caratterizzazione del personaggio.

Insomma, chi ha amato le prime due stagioni, come la sottoscritta, probabilmente rimarrà deluso. Per tutti gli altri, consiglio una gita alla balera sotto casa: sono quasi certa che le trame romantiche dei settantenni potrebbero essere più interessanti.

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