Lolita Lobosco, 7,5 milioni per una fiction con troppi clichés

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Lolita Lobosco debutta in grande stile. La prima puntata della fiction di Rai 1 con Luisa Ranieri, in onda domenica 21 febbraio, ottiene 7.535.000 telespettatori, pari al 31,8% di share. Un risultato importante, ancora più alto di quelli raggiunti da Mina Settembre, conclusosi la scorsa settimana.

L’esordio record ricorda un’altra fiction di successo, DOC – Nelle Tue Mani, la cui prima puntata era stata seguita da 7.172.000 spettatori (26,1%) segnando il miglior esordio di una serie televisiva dal 2007.

La trama di Lolita Lobosco

Prodotta da Bibi Film TV e Zoccotoco, Luca Zingaretti e Angelo Barbagallo, in collaborazione con Rai Fiction, Lolita Lobosco è la storia di un vicequestore che torna nella sua Bari e si deve destreggiare in un ambiente maschile.

E’ una donna volitiva, dalle spalle larghe, ma, allo stesso tempo, spaventata dall’amore, che affronta la quotidianità con la forza che la contraddistingue, senza abbandonare la sua femminilità. Una femminilità che emerge nelle indagini, nel rapportarsi agli altri e anche nel mostrarsi.

Nel presentare la sua fiction, Luisa Ranieri ha indicato il tacco 12 come tratto distintivo del vicequestore che interpreta. Una scelta precisa, al passo coi tempi, che perde di forza, però, nello sviluppo della storia.

Imma Tataranni e la femminilità ostentata

Innanzitutto, la sua Lolita ricorda per tanti versi un’altra donna forte, del Sud, che si fa strada in un ambiente maschile. Ci riferiamo a Imma Tataranni – Sostituto procuratore, altro successo di Rai 1, interpretato da Vanessa Scalera. Poi, la ricerca di libertà della Lobosco fa a pugni con un’esasperazione non richiesta e non necessaria. Gli slip in pizzo, l’inquadratura sul reggiseno e sul tacco a spillo: è essenziale stringere sui dettagli per evidenziare un corpo femminile? Un perizoma rosso o un reggiseno push-up cosa aggiungono alla narrazione?

Per quanto concerne le indagini, anche Lolita Lobosco sposa il mix dramma familiare e crime, puntando sul consueto fattore x, ovvero lo spiccato intuito che fa risolvere ogni caso. Oltre a una discreta dose di fortuna che le consente di fare qualsiasi cosa, persino disarmare con una semplice frase il suo potenziale assassino, mentre le punta la pistola in pieno viso.

Le critiche per l’accento barese

Vi è, poi, l’accento. La Ranieri è brava a imitare quello barese, ma i pareri sono contrastanti. Le critiche provengono dai baresi stessi, che non si sentono rappresentati e paragonano Lolita Lobosco ai film di Lino Banfi. In particolare, la bocciatura riguarda non tanto la cadenza della protagonista, quanto quella forzata del resto del cast.

Viene da chiedersi se la rappresentazione di Bari sia fedele alla realtà o se ricalchi, invece, i soliti luoghi comuni che rischiano di raccontare un’epoca non più contemporanea e di mettere in piedi prodotti per certi versi anacronistici.

I luoghi comuni di Lolita Lobosco

In base a quanto andato in onda fino ad ora, è facile immaginare che Lolita intraprenderà una relazione sentimentale con Danilo, interpretato da Filippo Scicchitano, giornalista di qualche anno più giovane. Ecco servito un altro argomento in voga: la differenza d’età che funge da ostacolo alla nascita di una relazione sentimentale.

Insomma, la Lolita Lobosco di Rai 1 vuole rappresentare la donna contemporanea, scevra da retaggi patriarcali, libera, indipendente, e così via. Il risultato finale, però, sembra non raggiungere il suo obiettivo, non scava nella psicologia della sua eroina e finisce per rappresentare una comune donna di legge alle prese con i casi che le si presentano e con la propria vita privata. Il reggiseno in pizzo e la sottoveste si rivelano elementi di mero contorno.

In questo senso, la fiction non è portatrice di grandi novità e la sensualità annunciata prima del debutto si scontra con la costruzione della prima puntata. Sì, Lolita è una donna bellissima, sì deve farsi strada nelle grigie stanze della questura, ma tolti il tacco a spillo e il reggiseno in pizzo, della questione femminile rimane ben poco.

È sufficiente un tacco a classificare una donna come innovativa, indipendente, quasi ribelle al sistema?

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