Emily in Paris, la serie di Netflix che ti farà innamorare di Parigi (nonostante le critiche)

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Il 2 ottobre è sbarcata su Netflix Emily in Paris, serie tv ambientata nella capitale francese e con protagonista Lily Collins. Firmata da Darren Star, è la storia di una trentenne di Chicago che viene spedita in un’agenzia di marketing della Ville Lumière.

Sin dall’inizio, l’effetto è duplice: da un lato, vi è lo stupore di Emily, dato dalla bellezza della città; dall’altro, l’atteggiamento respingente del capo, Sylvie, che le darà del filo da torcere. Due modalità di racconto che racchiudono e contrappongono i clichés su americani e francesi.

Un po’ Il Diavolo veste Prada, un po’ Sex and The City

Episodio dopo episodio, Emily Cooper conquisterà il proprio pezzetto di Parigi, fino a costruirsi una nuova vita, fatta di amici, amori e incontri surreali. Un po’ di Sex and The City e una spruzzata de Il Diavolo veste Prada: il cocktail Emily in Paris è servito.

La serie scorre veloce grazie ai facili intrecci narrativi e alla breve durata di ogni puntata (meno di trenta minuti). A dispetto delle apparenze, e delle critiche copiose, non è incentrata sulla moda, ma vi ruota attorno per raccontare la vita di una trentenne come tante, che non si ferma davanti agli ostacoli e va avanti per la propria strada.

Solare, curiosa e pronta a lasciarsi sorprendere. Impossibile non voler bene ad Emily, una giovane donna del profondo Illinois, cresciuta a pane e burro d’arachidi, catapultata nella capitale più chic e snob del Vecchio continente. Un impatto forte, difficile, ma descritto con leggerezza.

Le carte vincenti di Emily Cooper

La cultura americana si scontra con quella francese: l’entusiasmo talvolta pretestuoso  della prima fa a cazzotti con la tristezza ricercata della seconda. In un mix perfetto di imprevisti, malintesi, barriere linguistiche e difficoltà contingenti, Emily trova il suo posto sulla riva della Senna. Allo stesso tempo, Parigi abbandona le proprie certezze per farsi sorprendere dal Midwest.

È caparbia, tenace, testarda, Emily. Se in Dirty Dancing nessuno può mettere Baby in un angolo, qui Emily non ha bisogno di Patrick Swayze per tirarsi fuori dai guai. Affronta anche il più rischioso degli imprevisti con la dote che, più di ogni altra la contraddistingue: l’ottimismo.

Troppo sognatrice? Troppo fiduciosa nel prossimo? Forse, ma Emily in Paris fa proprio questo: infondere punture di positività in tutti e dieci gli episodi. Non vi è nulla di tragico. Il racconto è edulcorato dai colori sgargianti degli abiti indossati dalla protagonista, che bene si incastonano con il grigio del cielo di Parigi. Una città dalle mille risorse e dalle mille sorprese, in grado di conquistare anche i più scettici.

La magia di Parigi

A fare da sfondo, la Senna, il bateau mouche, Le Café de la Flore, il Marais, la Tour Eiffel. A livello paesaggistico, Parigi vince facile. Se ci sei stato e ti sei innamorato di ogni suo singolo ciottolo, non vedi l’ora di tornarci. Se non ci sei mai stato, senti il bisogno di scoprirla e perderti tra una passeggiata sul Pont Alexandre III e un pain au chocolat.

In Emily in Paris c’è tutto: amore, carriera, moda, stupore, sesso, droga e rock ‘n’ roll. Quello che potrebbe essere un limite, cioè una vita a tinte pastello, si rivela la carta vincente. Non c’è dramma, ma non è neanche sit-com. Si tratta di una serie leggera alla portata di tutti.

Le critiche su Emily in Paris

Dopo l’uscita, la serie è stata oggetto di ampie critiche, prima fra tutte la poca somiglianza con Sex and the city e gli outfit da sogno di Carrie Bradshaw e compagne. Innanzitutto, Emily in Paris non scimmiotta Sex and the city né aspira a diventarne un sequel. L’unico punto di contatto è il guardaroba di Emily, che ricorda anche quello di Gossip Girl. Guardaroba, però, preso in giro dai personaggi francesi con cui interagisce, al punto da essere soprannominata la plouc, la bifolca, la provinciale.

Non potrebbe ricordare SATC, poi, perché è ambientato in un’epoca diversa. Le trentenni di allora non sono le trentenni di oggi, Carrie non è Emily, Gabriel non è Mister Big. Soprattutto, Parigi non è paragonabile alla New York di venticinque anni fa e Emily in Paris non ha la pretesa di riesumare i vecchi fasti della Grande Mela.

In merito a Gossip Girl, si tratta di un altro paragone azzardato perché non è ambientato in un liceo tra giovani rampolli le cui vite scorrono all’insegna di sfilate, intrighi e dinamiche da adulti. Soprattutto, non è surreale come Gossip Girl!

I punti di forza di Emily in Paris

Per carità, è sicuramente edulcorato, ma la serie non ha la pretesa di essere un teen drama, dunque è giusto che non vi siano tragedie o colpi di scena ogni venti secondi. Forse è troppo incentrato sui clichés che attanagliano le culture statunitense e francese, ma la scelta narrativa non risulta fastidiosa. L’aspetto interessante di Emily in Paris è il punto di incontro che avviene tra due mondi distanti, inizialmente diffidenti l’uno con l’altro. Poco alla volta, si incontreranno e finiranno per aiutarsi a vicenda, seppure con le rispettive convinzioni.

La protagonista Lily Collins, qui anche in veste di produttrice, si rivela, ancora una volta, un’attrice dalle molteplici qualità. Per Netflix ha già recitato in Fino all’osso, film con Keanu Reeves sui disturbi alimentari, in cui interpretava una ragazza anoressica. Adesso, la sua Emily Cooper è un personaggio fresco, positivo, che infonde ottimismo. Emily in Paris non stravolgerà le regole della serialità, ma arriva dove altri titoli diventati cult non arriveranno mai: regalare evasione senza dare vita a contesti surreali in cui è difficile immedesimarsi.

Photo credits: Netflix 

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