Sgrò e il singolo Le piante: ‘Curarle è come relazionarsi alle persone’, intervista

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In tempi di pandemia, mentre tutto si ferma, Sgrò, all’anagrafe Francesco Sgrò, va controcorrente e debutta nell’agguerrito mondo della discografia. Una sfida importante, che affronta durante il lockdown, con il singolo In differita. A settembre esce il secondo singolo, dal titolo Le piante, un brano dalle sonorità anni ’80 che utilizza le piante come metafora della vita. ‘Curare le piante è come relazionarsi alle persone’, rivela nel corso dell’intervista ad APmagazine, ‘se non te ne prendi cura, sono destinate a finire’.

Toscano di nascita, bolognese d’adozione, la sua è una storia in cui possono rispecchiarsi in tanti. Una storia attraversata, allo stesso tempo, da un ardente desiderio di esprimersi e dalla paura di farlo. Un desiderio castrato sul nascere, quindi, che trova spazio solo tra le mura di casa. Dopo tanti anni trascorsi all’ombra dei suoi stessi sogni, Sgrò trova il coraggio di affacciarsi sul mondo e iniziare la sua avventura.

Il nuovo singolo si intitola Le piante. Come nasce? 

Nasce dalle mie piante in terrazzo. Una sera , mentre parlavo con una persona, le osservavo: erano lì, morte. Mi rendevo conto che se uno non si apre non dà, non si può sempre pretendere.

Cosa l’ha spinta a scriverla?  

Tutti ci ritroviamo nel momento in cui abbiamo bisogno di riscrivere la nostra carta d’identità. Quando nasciamo ci viene dato un nome e, a un certo punto, sentiamo la necessità di darci un altro nome, di accendere il desiderio. Le piante mette in scena il momento in cui c’è una grande volontà di apertura, di scrivere qualcosa di nuovo, ma, allo stesso tempo, la paura che intrappola. La canzone parola di questo: stare in mezzo alle cose per riuscire ad andare avanti.

Ha accezione autobiografica? Ha scoperto una nuova identità?

Di sicuro ha a che fare con me. Negli ultimi mesi abbiamo imparato a conoscere la parola lockdown e a mettere in pausa qualcosa, una propria ambizione, un proprio desiderio. Io di sicuro.

Cosa ha messo in pausa?

In generale, mi sento un po’ un perdente, nel senso che ho impiegato tanti anni per non avere timore di impormi. Ho fatto un disco non avendo voglia di cantare per vergogna, per timore. Spesso si parla di pigrizia, ma dietro la pigrizia c’è la paura di esporsi, la difficoltà di dire ‘Non me ne frega niente, faccio coming out con il desiderio di voler cantare e di scrivere canzoni’.

Si definisce perdente. La nostra è una società di vincenti? 

Un po’ sì, anche se i perdenti piacciono, quindi la società ha bisogno dei perdenti e i perdenti hanno bisogno della società. È uno scambio reciproco. Di sicuro il mondo, più che dei vincenti, è di chi prende parola, di chi sceglie. C’è chi si fa scegliere, come ho fatto io in passato, e invece chi parla. Il mondo è di chi se lo prende, non sono ammessi tentennamenti. Io tento di riprendermelo il mondo, ma provengo da un contesto che si è imposto su di me.

Il sound di Le piante ricorda molto gli anni ’80. È un omaggio, un’ispirazione o una casualità?

Di sicuro c’è qualche riferimento agli anni ’80, in particolare a La voce del padrone di Franco Battiato del 1981, un super disco. È un omaggio a quegli anni, arrivato in modo naturale.

È particolarmente legato a quel periodo?

Non son negato ad alcun periodo. Da adolescente ero legato agli anni ’60 e ’70, forse come tutti. Ora, invece, sono contento di essere nel 2020. Quando e se farò un altro disco mi piacerebbe che fosse contemporaneo. La canzone come forma d’arte per essere efficace deve recensire bene la realtà che vive. Ho sempre tenuto nascosto il desiderio di esprimermi, questo ha fatto sì che quasi vivessi in un’altra epoca. Oggi il desiderio di spingermi nella realtà mi affascina molto. Piano piano mi auguro di entrare sempre più nel 2020, nel 2021, e di stare in mezzo alla gente.

In che senso ha trascorso tanti anni chiuso in casa? 

Nel senso che ho messo in pausa il desiderio. Ho scritto la prima canzone a 13 anni e non ho mai smesso, era l’unico modo che mi faceva stare collegato ai miei sentimenti. Fino a 27 anni nessuno aveva mai sentito le mie canzoni o la mia voce. Sono balbuziente, quindi per me la parola ha assunto un’importanza enorme. Per me è tutto, è il centro della vita e l’ho boicottata comprimendo il desiderio. Così mi sono caricato di aspettative e ho preferito chiudermi.

Ha debuttato durante il lockdown. Una scelta curiosa. 

È stata una scelta casuale. Il disco è pronto da un paio d’anni. L’uscita era stata fissata a febbraio, poi spostata a marzo, ma a marzo è arrivata la pandemia. Potevo abbattermi, ma, una volta preso coscienza, ho pensato che per uno come me che partiva da zero, questo tempo di stallo è servito per metabolizzare. Ho imparato a guardarmi allo specchio e a dire: ‘Forse posso fare musica anch’io’. È ovvio che per un esordiente non poter suonare credo sia la cosa peggiore che esista, ma è andata così.

Nella sua biografia si legge: ‘Nato a Lucca, appena diplomato, Sgrò scappa dalla sua città e si chiude in casa di studenti a Bologna’. È un modo ironico per enfatizzare il trasferimento?

Ovviamente c’è dell’ironia. In Piccola città Guccini dice: ‘Gli occhi guardavano voi, ma sognavan gli eroi’. Non dico che Lucca mi stesse stretta perché sarebbe presuntuoso, di sicuro la ringrazio perché mi ha permesso di venire a Bologna. Quando torno a Lucca, torno a essere quello che ero a dieci anni ed è pericoloso perché me ne sto al pianoforte, non esco di casa, e non va bene. Lì abito in montagna, fuori dalla città e se mi dai un cane, una chitarra e una tisana alla malva mi chiudo. Ecco perché a Bologna ho deciso di vivere sopra un bar.

Il suo primo singolo, In differita, descrive la fine di una storia d’amore e le incomprensioni che possono sorgere col tempo. Viviamo in un mondo in differita o questo accade solo nei rapporti a due?

Io vivo in differita anche quando mi guardo allo specchio. Mi sento in differita rispetto alla mia età, vedo già i capelli bianchi, la mia pelle in differita rispetto all’immagine che ho di me. Di conseguenza, chiunque potrebbe sentirsi in differita rispetto alla propria età, alla società, alla politica, alla televisione.

Si definisce un cantautore ‘domestico’. 

Detesto la parola cantautore perché la rispetto tantissimo. Oggi basta cantare al bar e ci si presenta come cantautori. Il cantautore non è solo quello che scrive i testi. I testi si appoggiano a un ritmo, a una melodia e all’armonia. Questa è una definizione ironica. Mi è stata data da un mio amico dopo anni che cantavo le canzoni in casa, da solo. Mi disse: ‘Allora sei un cantante domestico’. Quindi per non definirmi cantautore, che mi avrebbe creato imbarazzo, ho optato per un questo aggettivo un po’ scherzoso.

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