Davide De Marinis: ‘Mi sono rotto è una fotografia della realtà’, intervista

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Se dovessimo scegliere un aggettivo per Davide De Marinis, sicuramente sarebbe ottimista. Ottimista perché vede sempre il bicchiere mezzo pieno, perché non si perde d’animo e perché alle batoste ha sempre risposto facendo spallucce e andando avanti per la propria strada. ‘Non permetto agli eventi esterni di condizionare la mia vita’, rivela ad APmagazine, ‘sono io che condiziono gli eventi esterni, caso mai’.

E, a riconferma del suo ottimismo come spirito guida, De Marinis ha trovato il proprio modo di affrontare la pandemia e raccontarla. Lo scorso aprile ha inciso Andrà tutto bene, un inno a resistere nei mesi bui della pandemia, che ha visto la partecipazione di 70 artisti, tra cui la Iena Andrea Agresti e Claudio Lauretta, speaker di RDS. Il ricavato del progetto è andato all’Ospedale di Formia per l’acquisto di due respiratori per bambini.

Proprio insieme ad Agresti e Lauretta, torna adesso con Mi sono rotto, un grido liberatorio nei confronti del virus e delle limitazioni che ha comportato. Una ballata ironica e leggera, con cui De Marinis e i suoi sodali descrivono la nuova quotidianità con uno sguardo ironico.

Come nasce Mi sono rotto?

Nasce sulla prima ondata del primo lockdown, in cui ho scritto Andrà tutto bene. Con i soldi raccolti, abbiamo donato due respiratori per bambini all’ospedale di Formia tramite l’associazione Onlus Teniamoci per mano. Un’esperienza molto bella.

Perché ha coinvolto Andrea Agresti e Claudio Lauretta? 

L’idea è partita da Andrea Agresti. Una mattina mi ha chiamato e mi ha detto: ‘Ciao De Marinis, devi scrivere il seguito di Andrà tutto bene, perché poi non è andata così bene. Devi scrivere Mi sono rotto‘. Mi ha fatto ridere perché, in effetti, ha ragione. Dopo un po’ di ore l’ho richiamato e mi ha fatto notare che era necessario aggiungere Lauretta per dare il suo tocco geniale alla Renato Pozzetto.

Mi sono rotto è una ballata ironica. L’ironia aiuta anche nelle situazioni di difficoltà? 

Penso che l’ironia possa aiutare. Il mio sogno è che diventi un inno di questo periodo storico. Tante persone mi scrivono e dicono: ‘Hai dato voce a quello che tutti gli italiani pensano’. Purtroppo penso che sia vero. Non è una canzone negazionista, ma una fotografia di quello che, da quasi un anno, stiamo vivendo. Siamo tutti stanchi di indossare la mascherina e di disinfettare le mani perché è scomodo, non è da vita normale, però bisogna fare attenzione, continuare a mantenere le distanze e avere un comportamento rispettoso per te e per gil altri. Il messaggio nella canzone è molto chiaro, soprattutto nella parte finale, dove ringraziamo i veri eroi, che sono i medici e gli infermieri.

Il testo è un sunto perfetto di questo ultimo anno, dalle mascherine a tutto ciò con cui abbiamo avuto prendere le misure.

Ognuno interpreta le canzoni come vuole, ma io l’ho scritta come se facessi una foto. Siamo tutti stanchi, i tassisti, i baristi, i ristoranti, noi musicisti che non stiamo lavorando. Secondo me tutti hanno la motivazione per essersi rotti, ma con questo non dobbiamo fare la rivoluzione. Bisogna aver pazienza e cercare di andare avanti. Spero tanto che i vaccini possano davvero fare pulizia e mandare via questo virus.

Da musicista quanto è stanco di questo stop? 

Il mio augurio per il 2021 è tornare a fare serate, concerti live in piazza, negli spazi aperti. Vorrebbe dire che il COVID è stato sconfitto o che comunque ce la stiamo facendo.

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Cosa rimarrà della pandemia? 

Almeno un paio di mascherine le terrò! (ride, ndr) Spero rimarrà la nostra canzone e poi spero una nuova consapevolezza. Qualcuno ha detto che le cose più belle della vita sono gratis ed è questa la nostra ricchezza. Mi manca l’abbraccio, vorrei abbracciare i miei nipoti, mia mamma, un amico. Mi piace il contatto fisico, crea un rapporto bello con le persone e non poterlo fare mi dispiace. Nelle mie serate sono molto espansivo, faccio due ore di spettacolo e due dietro le quinte.

A suo parere, per lo spettacolo è stato fatto abbastanza?  

Potrebbe essere fatto un po’ di più, non solo per lo spettacolo, ma per tutte le categorie che hanno a che fare con il pubblico. Il malcontento è generale. Penso che, a volte, bisognerebbe capire che se le persone alzano la voce, lo fanno perché c’è qualcosa che non funziona, non mi lamento perché sono matto. Bisognerebbe capire che se una persona guadagna 1500 euro al mese e gliene dai 500 o non gliene dai, può ridimensionarsi, ma a un certo punto non ce la farà. In questo modo si comincia a creare uno stato di insofferenza generale. Insomma, non vorrei essere al posto di Conte perché mi rendo anche conto che quando sei fuori giudicare è facile.

Un verso della canzone recita: ‘Ancora ci spero che andrà tutto bene’. È un messaggio di speranza, resilienza o di disfatta? 

La mia è una speranza, rimango ottimista. Non dico più positivo, ma ottimista.

Con questo brano prosegue il suo impegno in progetti benefici. Quanto è importante esporsi in un momento del genere? 

Quando mi hanno chiesto di fare uscire questa canzone per beneficenza, per aiutare i bambini, non ci ho pensato due volte. Con la Nazionale Cantanti ho sempre partecipato a raccolte fondi. Un conto, però, è giocare a pallone o andare in strada a vendere, un altro esporsi in prima linea. Non ho mai faticato così tanto, ma è stato bellissimo. Sapevo che l’ospedale aspettava i respiratori e sono contento di esserci riuscito. Le racconto un aneddoto.

Prego.

Un paio di settimane fa il mio amico Pietro Corbo di Teniamoci per mano Onlus, un’associazione che fa clownterapia, mi ha mandato la foto di un anziano dentro una capsula di plastica. Mi ha scritto: Vedi questo signore? È il nostro respiratore, quello che abbiamo donato tutti insieme. Ho scoperto che i respiratori per i bambini vanno bene anche per gli adulti. Mi ha emozonato molto. Ringrazio tutti perché da solo non avrei fatto nulla.

Dunque il motto ‘stiamo uniti, ma a distanza’ funziona?

L’unione fa la forza. Restare uniti è importante, soprattutto se ti unisci a persone di cui ti fidi. Pe me è importante rimanere sempre con il morale alto. Non mi piace circondarmi di persone negative o di quelle che dicono troppo spesso no, che si lamentano. Sono per il facciamo, troviamo un’altra strada. Una persona mi ha detto che ogni problema si può risolvere, altrimenti non sarebbe un problema.

Questo ottimismo è innato o l’ha acquisito negli anni?

L’ho acquisito negli anni.

L’ha aiutata a superare le batoste della vita? 

Di batoste ne ho subite. Ho pianto tanto, ho sofferto, però credo sempre che, a un certo punto, arriva un momento in cui dici o entro in un tunnel di depressione o cambio strada. Io scelgo di tirarmi su le maniche e cominciare a vivere le cose belle. Se qualcuno mi dice: ‘Sei uno scemo’, io rispondo: ‘e allora?’. Faccio i miei errori anch’io, mi arrabbio, ma cerco di stare sereno, fermo. Credo molto in queste regole di base per provare a vivere bene in un periodo difficile.

Parliamo di Sanremo. Tempo fa ha dichiarato di essere stato scartato diverse volte. È vero? 

Sì, alla fine ho smesso di mandare la canzone.

Quante volte ha provato? 

Tante, penso almeno una decina.

È una ferita che brucia ancora o va bene così? 

Va bene così. È ovvio che, se mi chiedessero di andarci, accetterei subito. Comunque Sanremo l’ho fatto tre volte, due come autore e una volta come interprete con Chiedi quello che vuoi, però si parla del 2000.

Dal 2000 ad oggi non ha presentato la canzone giusta o c’è un pregiudizio nei suoi confronti? 

Una volta ci sono andato molto vicino, ero tra i primi 40, ma poi purtroppo hanno preso un altro artista. In questi anni ho fatto altre prove, ma non dipende solo da me, io faccio la proposta artistica. Nel 2011, all’ennesima volta in cui sono stato scartato, scrissi una canzone di protesta, Morandi Morandi portalo a Sanremo. La cantammo in sala stampa e fu un momento divertente.

Negli ultimi anni ha partecipato a Ora o mai più e a Tale e Quale Show. Si è aperto un varco in TV? 

Spero di sì. Sto facendo molte cose belle. Ho scritto una canzone per la Little Tony Family e la sigla di Domenica In. Direi che, da quando lavoro con Pasquale Mammaro, sono venute fuori delle occasioni interessanti, ho buoni rapporti con la Rai, a Ora o mai più ho incontrato tantissime persone gentili, a partire da Amadeus, e lo stesso è accaduto a Tale e Quale Show. Lì ho dovuto sudare sette camicie, perché non sono un imitatore, ma ce l’abbiamo fatta.

Nel 1999 arriva il successo con Troppo bella, un vero e proprio tormentone che ricordiamo ancora oggi. La popolarità improvvisa è stata croce o delizia? 

Delizia. Va bene così, non mi dispiace affatto. Penso di valere anche di più di quella canzone, nel senso che ne ho scritte altre per me pure più interessanti, però Troppo bella mi piace. È la canzone con cui ho sempre aperto le serate, fino a quando si potevano fare. È molto amata, molto delicata.

Un grande successo iniziale rischia di travolgere e offuscare le produzioni successive? 

No, penso che un successo rimanga semplicemente un pezzo forte che caratterizza un artista per migliorarsi. Sta a me scrivere una cosa che piaccia quanto Troppo bella in questa epoca e sta a me riuscire a promuoverla bene come è giusto che sia. Naturale, la canzone che ho scritto dopo Ora o mai più, la trovo ancora più bella ed è andata molto bene sia in televisione sia come visualizzazioni, ma è ovvio che servono supporti adatti. Nella musica e nella vita serve tutto, del maiale non si butta via niente.

Un giudizio sugli artisti giovani della scena musicale attuale. 

Sono legato ad Achille Lauro, intanto perché si chiama De Marinis, anche se non siamo parenti (ride, ndr). Mi piace il suo modo di stare in scena, ha fatto una bella ricerca delle immagini. Ha un suo mondo che riesce a esprimere molto bene ed è uno che cattura molta attenzione, catalizza.

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