Live – Non è la D’Urso chiude? Le infondate accuse di sessismo

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Qualche giorno fa, Dagospia ha annunciato: ‘Live – Non è la D’Urso chiude’. Una notizia non ancora confermata da Mediaset, ma che ha fatto il giro dell’etere. Una chiusura che non suona inaspettata, considerati i bassi ascolti reiterati da diverso tempo a questa parte.

A fronte di questa decisione dei piani alti di Cologno Monzese, su Twitter si levano le voci di due esponenti della scena politica e mediatica nostrana: Luca Zingaretti e Imma Battaglia. Il segretario del Partito Democratico scrive: ‘@carmelitadurso in un programma che tratta argomenti molto diversi tra loro hai portato la voce della politica vicino alle persone. Ce n’è bisogno’.

Imma Battaglia: ‘Sessismo imperante’

L’attivista LGBT, invece, punta sulla questione femminile: ‘Il sessismo imperante di questo momento storico fa un’altra vittima illustre. Stavolta tocca a Barbara D’Urso, la conduttrice del programma Non è la D’Urso, capace di influenzare e contaminare la politica usando il linguaggio del popolo!’. Il tweet è accompagnato dagli hashtag #gendergap e #normalizzazione.

Al di là del sentimento di solidarietà e vicinanza legittimamente espresso da Battaglia e Zingaretti, è d’uopo sottolineare alcuni aspetti. Quando un programma televisivo chiude dispiace sempre, non solo per chi ci mette la faccia, dunque il conduttore, ma anche per chi ci lavora. Detto ciò, Live – Non è la D’Urso è in calo da mesi. Al di là dei ringraziamenti della padrona di casa e dei celebrati picchi di share, i risultati non sono da prima serata di una ammiraglia. Sottolineare di aver battuto, sul piano Auditel, Rai 3 con Che Tempo Che Fa e La7 con Non è l’Arena non aiuta.

Il problema non è solo la chiusura di un programma, bensì ciò che questo comporta. Se si chiede di salvare la domenica sera di Barbara D’Urso, bisogna farlo nel modo giusto. Gridare al sessismo è fuori luogo e privo di fondamento. Chi legge il tweet di Imma Battaglia può pensare che Barbara D’Urso sia vittima di un’ingiustizia in quanto donna, ma la situazione sembra diversa.

Il format Live – Non è la D’Urso

Cosa c’entra l’essere donna con il non raggiungere ascolti soddisfacenti per il proprio editore? Bisogna prestare molta attenzione a tirare in ballo cause tanto importanti quanto delicate. Parlare di gender gap, di discriminazione e di parità di genere davanti a un programma destinato a scomparire dai palinsesti per bassi ascolti può generare confusione.

Sin dal suo debutto, Live – Non è la D’Urso mette insieme politica e intrattenimento. Propone argomenti tipici dei salotti dursiani e li spalma alla stregua di una telenovela. Abbiamo, così, diatribe familiari, fidanzamenti e tradimenti celebri, liti tra vip che forse non catalizzano più il pubblico. In mezzo, la politica attraverso interviste a esponenti, va detto, di qualsiasi partito, in un contesto, però, forse non in linea con il target del programma.

Il metodo D’Urso ha avuto grande fortuna negli scorsi anni. Con Pomeriggio 5 e Domenica Live era il temuto avversario dei competitor, una corazzata inespugnabile, capace di assicurare grandi ascolti alla rete. Va ricordato che già dalla scorsa stagione, però, Domenica Live ha iniziato a zoppicare, perdendo terreno rispetto a Domenica In.

In linea generale, ogni ciclo ha un inizio e una fine e anche questo sembra essere giunto alla sua conclusione. Le cause potrebbero essere molteplici. Forse il pubblico si è stancato dei racconti a puntate dalla trama debole, forse dei personaggi talvolta improbabili riproposti settimana dopo settimana. Forse, più semplicemente, i telespettatori non sono più interessati a questo tipo di racconto e chiedono altro.

Dispiace, ma succede. E’ la dura legge della televisione e c’è sempre tempo per reinventarsi. Paragonare, però, questa situazione alla condizione che tante donne vivono quotidianamente sul posto di lavoro perché discriminate non è una mossa vincente. Barbara D’Urso non è solo il volto di Live – Non è la D’Urso, ma una conduttrice con oltre quarant’anni di carriera, una donna dalle spalle larghe, di potere, se vogliamo. La chiusura del suo programma potrà provocare una battuta d’arresto, ma non determina, di certo, la fine di una carriera.

I rischi di messaggi fuorvianti

Soprattutto, il sessismo non c’entra nulla. Parlare di discriminazione per giustificare gli scarsi risultati non aiuta e rischia di essere fuorviante.  Chi fa sbaglia, recita un detto, e errare humanum est, insegnano gli antichi. Il tweet di Imma Battaglia risulta fuori luogo perché urlare al sessismo non è la chiave giusta e suona pretestuoso. Da una donna attivista da sempre, che ha fatto dell’impegno politico e sociale la sua missione di vita ci si aspetta cautela. Perché se iniziamo a paragonare qualsiasi cosa al sessismo, alla discriminazione, alla violenza sulle donne, facciamo solo passi indietro. E a pagarne le spese saranno, ancora una volta, solo e soltanto le donne.

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