Talk show politici, dai pollai ai galli da combattimento

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Nei talk show politici il pollaio televisivo da anni rappresenta una costante. Una notizia vecchia, si dirà, dunque perché parlarne ancora? Per un motivo semplice e demoralizzante. Negli ultimi tempi le urla al balcone catodico non solo sembrano aver acquisito maggiore vigore, ma se una volta gli strepiti venivano utilizzati per imporre un’idea frutto di ragionamento, oggi, a parte sparute eccezioni, gli urlatori televisivi si limitano ad arroccarsi sulle proprie posizioni senza argomentare, senza analizzare dati e shakerando fatti e opinioni per servire cocktail indigesti e assordanti.

Silvio, la volpe nel pollaio

Facciamo un salto nel passato per ricordare chi fu fra i primi a utilizzare il termine che tanto ci è caro. Era il febbraio del 2010 e un sorridente Silvio Berlusconi, ancora fortissimo frontman del centro destra, applaudiva alla decisione della commissione di vigilanza Rai che, in tutela della par condicio, sceglieva di sospendere i talk show durante la campagna elettorale. ‘Credo che nella decisione abbia pesato il fatto che la classe politica si proponga in delle trasmissioni pollaio e che queste risse continue abbiano contribuito di molto ad abbassare il livello dell’apprezzamento della politica da parte dei cittadini che alcuni sondaggi danno al 12%’.

I più smaliziati fecero una smorfia ricordando il Berlusconi che nel decennio precedente aveva combattuto con foga una legge sulla par condicio da lui definita ‘regime’ e rammentando altresì come tali pollai in definitiva non fossero che un’invenzione della sua TV commerciale.

Basta gridare per avere ragione?

Ma torniamo a noi. Complice l’ora serale e la digestione non sempre facile, il telespettatore si trova spesso spiazzato di fronte agli schieramenti dei polemisti che, dall’altro lato dello schermo, se ne urlano di tutti i colori. Soprattutto se si tratta di un utente ormai abituato da tempo a tradire la TV generalista con frequenti scappatelle sulle piattaforme di streaming on demand.

Per tale categoria di telespettatori tornare a sbirciare i canali TV può essere un’avventura avvincente quanto una fonte di perplesso frastornamento. ‘Chèl che ‘l crida de pü, la vàca l’è sua’, recita un vecchio detto lombardo. Ovvero: ‘Chi grida più forte si porta a casa la vacca’. Un proverbio che si adatta alla perfezione ai meccanismi dialettici dei talk politici in seconda serata sulla TV commerciale (e non solo).

Urla, climax di insulti, schizzi di saliva e di fango, minacce di querele, professionisti dell’indignazione a comando e microfoni che vengono sapientemente spenti un attimo prima di mandare la pubblicità sono il pane quotidiano di chiunque cerchi un approfondimento politico sulla reti commerciali in seconda serata. Ogni riferimento alle trasmissioni serali di Rete 4 è puramente voluto, ma anche La7 occasionalmente si difende bene.

L’origine del problema

Ciò che il telespettatore subisce è il risultato di una serie di eventi. Il peccato originale si consuma al mattino nel corso della riunione di redazione. Stabilito l’argomento della puntata, uno degli autori tira le somme e pone una domanda ai colleghi: ‘Allora, chi chiamiamo?’.

A questo punto, si stila un elenco di nominativi cercando di creare una sorta di equilibrio fra posizioni contrapposte. In generale, per garantire il rispetto del pluralismo, ma anche un certo effetto vulcanico, si scelgono personaggi che hanno posizioni opposte ed estreme.

La media di tali posizioni dovrebbe garantire una ragionevole via di mezzo. Ma come fa notare a tal proposito il giornalista Filippo Facci, che negli ultimi anni preferisce di gran lunga viaggiare in solitudine fra le montagne che apparire in TV, ‘la media tra due posizioni sbagliate resta una posizione sbagliata’. Parole sante.

Per chi si fosse appena svegliato dal coma, ecco in estrema sintesi come funzionano questi dibattiti: il conduttore espone l’argomento della serata e manda un paio di video. L’ospite Tizio prende dunque la parola e al termine del suo intervento Caio attacca Tizio, che inizia immediatamente a difendersi.

A questo punto, Caio esclama: ‘Io non ti ho interrotto, lasciami finire’, ma è già troppo tardi: la reazione a catena si è innescata e la temperatura in studio si alza pericolosamente. Seguirà un incontro di wrestling verbale alla fine del quale avranno vinto tutti, meno che lo spettatore, il quale spegnerà la TV senza aver capito i punti fondamentali del problema e le possibili soluzioni.

E non finisce qui. Gli highlights del programma contenenti i migliori insulti saranno trasmessi da Blob, dalla rubrica ‘I nuovi mostri’ di Striscia la Notizia, dalla Zanzara di Radio24 e rimbalzeranno sui social per un paio di giorni prima di perdersi nel dimenticatoio..

Quelle arene barbare

Gli antichi nobilitarono la dialettica facendone un metodo finalizzato al raggiungimento della verità. Fra gli antichi dobbiamo, però, annoverare anche quei sofisti a ragione vituperati perché prostituirono l’arte dell’eloquio al guadagno, un uso poco etico che tuttavia permise al volgo incolto di avere rappresentanza per interposta persona nella vita pubblica della polis.

Ai tempi dei padri della Chiesa, la dialettica divenne strumento di pace. Sant’Agostino, quando l’avversario manicheo o eretico era mite e aperto al confronto, sceglieva di affrontarlo in pubblici duelli verbali piuttosto che lasciar ragionare le spade…

Oggi in troppe arene assistiamo al definitivo imbarbarimento della parola e dal pollaio televisivo siamo precipitati nel combattimento fra galli. La ragione non ce l’ha più chi pensa meglio, ma chi utilizza l’ugola come una clava, parlando più velocemente e più forte.

C’è da augurarsi che, a forza di alzare la voce, nessuno faccia la fine dell’araldo greco Stentore, il quale, secondo lo scoliaste, sconfitto in un duello di urla dal dio Ermes perse anche la vita. Sarebbe un highlight assai triste, sebbene memorabile. Ovviamente si esagera per scherzare: qui a cadere morta è solo la dignità della Parola.

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