Politically correct, la lezione di Luciana Littizzetto

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luciana littizzetto che tempo che fa

Nell’epoca del politicamente corretto a tutti i costi, Luciana Littizzetto lancia un grido d’allarme sui rischi di un linguaggio edulcorato, ovattato, censurato, castrato. Lo fa a modo suo, dal megafono che le è proprio, ovvero lo studio di Che Tempo Che fa. Nella puntata di domenica 7 febbraio il consueto monologo ha riguardato proprio la censura che si è impadronita della parola, bloccando di fatto la libertà di tutti, quella dei comici in particolare.

Per arrivare dritta al punto, stila un elenco delle cose che non si possono più dire altrimenti qualcuno si infastidisce. E non va bene perché dobbiamo essere corretti con tutti, le battute sono bannate, così come la critica o una semplice opinione. Tutto perfetto, tutto asettico. Avallando questo ragionamento, si arriva all’estrema conseguenza che tutti si infastidiscono, dunque non è più consentito dire nulla.

Il monologo di Luciana Littizzetto

‘Non possiamo più dire niente perché si incazzano tutti quanti e poi noi comici come facciamo? Non c’è nessuno che ci difende. Non puoi più dire che la gazza di Rossini è ladra perché bisogna aspettare il terzo grado di giudizio. Non si può piu dire che le mantidi sono religiose perché ci sono quelle atee e si incazzano’.

(…) ‘Non puoi dire che è profumato come una rosa perché la lobby dei bergamotti va fuori di testa e si incazza. Non puoi dire che il cactus è una pianta grassa perché è body shaming e le altre piante si incazzano. Non puoi più dire che nella botte piccola c’è il vino buono perché i produttori di quello in cartone si incazzano’.

(…) ‘Se poi dici: tira più un pelo di **** che un carro di buoi, si incazzano tutti: gli animalisti per i buoi, le donne per il pelo e i gay perché li discrimini. Non puoi più dire che lavi i panni con l’omino bianco perché fai capire che dell’omino nero non ti fidi e tutti gli omini neri poi si incazzano’.

Le conseguenze della censura

Quali sono le conseguenze di un linguaggio incasellato, indottrinato, privo di sfumature, forzatamente infilato su un binario che non conosce deviazioni? Luciana Littizzetto risponde così:

‘Non si può più dire niente. Ci hanno insegnato ad offenderci per qualsisia cosa, ma così viviamo male, siamo sempre incazzati e smettiamo di ridere. E diventiamo fragili, fragili come un gattino di vetro storto, ma non di Murano’.

In poche parole, la comica scorretta per antonomasia mette a tacere innumerevoli dibattiti tanto in voga al giorno d’oggi. Davvero vogliamo una società in cui non è consentito dire nulla e ci si deve mostrare sostenitori del pensiero unico o, ancora meglio, privi di un pensiero?

Pensando alla società odierna e ai limiti che ci stiamo infliggendo non si capisce bene perché, è facile compiere un viaggio nel passato e fare un paragone con l’epoca vittoriana ora ancora prima, con l’Inquisizione. Periodi bui per l’umanità, il secondo in particolare. Se la storia deve svolgere una funzione educativa, non si capisce perché l’uomo ricada ciclicamente sui medesimi errori. Viene in soccorso il caro e lungimirante Giambattista Vico insieme ai suoi corsi e ricorsi storici. Filosofi a parte, il monito di Luciana Littizzetto dovrebbe indurre alla riflessione. Una società che impedisce in modo subdolo di esprimere la propria opinione è davvero libera? 

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