Domenico Marocchi, inviato di Agorà: ‘Ricorderò la paura negli occhi dei dottori’

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Per oltre tre mesi, Domenico Marocchi, inviato di Agorà, ha raccontato l’emergenza COVID-19 dai luoghi più colpiti: Alzano Lombardo, Bergamo, Cremona, Lodi, Milano, Padova, Val Seriana, Venezia. Ha incontrato medici, infermieri, malati e parenti delle vittime. Un racconto forte, a tratti doloroso, che ha portato avanti con maestria e professionalità. Una testimonianza importante per capire cosa è stato e come la televisione si è adattata alle nuove esigenze. Dal punto di vista di chi il rischio l’ha vissuto sulla propria pelle per spirito di servizio.

A metà febbraio era a Sanremo, subito dopo nella zona rossa. Ha avvertito sin da subito la percezione di cosa stava accadendo? 

Già durante il Festival ho realizzato un’intervista a una famiglia cinese che gestisce uno degli hotel accanto al Teatro Ariston e ci aveva raccontato di aver ricevuto disdette proprio in quei giorni. Un collegamento, dunque, c’era già. Nei giorni successivi ho fatto solo dirette con produttori che hanno rapporti commerciali con la Cina, fino al 24 febbraio, quando è esploso tutto e sono partito per Venezia e Padova.

Ha incontrato medici, infermieri, pazienti. C’è un comune denominatore di quelle vite e di quei giorni? 

La cosa che più mi ricorderò è la paura e la sorpresa negli occhi dei dottori, di grandi specialisti, eccellenze della medicina italiana, che dichiaravano con sincerità che nelle loro corsie stava scoppiando uno tsunami. E lì cominci ad avere molta paura.

Ha temuto per la sua salute o lo spirito di servizio batteva la paura? 

Ho temuto gli annunci di Conte il sabato sera che allargavano sempre più la zona rossa e il mio rientro a Roma risultava sempre più difficoltoso. Da quel punto di vista, c’era la paura di non sapere quando tutto ciò sarebbe finito. Dopodiché, a un certo punto, non c’è altro da fare che rischiare, come scrive Saramago in Cecità. Purtroppo è così. L’ho imparato dai dottori e me lo sono autoimposto.

L’emergenza sanitaria è stata paragonata alla guerra. Ha avuto la sensazione di essere al fronte?

Alcuni giornalisti, inviati di guerra, mi hanno raccontato di quando rimanevano chiusi negli alberghi o il cibo era razionato. In effetti, ho rivissuto queste loro sensazioni. E poi la diffidenza. A differenza dell’Italia chiusa in casa, io dovevo uscire in una zona dove chiunque aveva o una persona morta in casa o un contagiato. Sono stato molto diffidente, molto scettico. È stato un fronte, ma l’ho capito nel momento in cui ho ricordato i racconti di quei giornalisti.

Domenico marocchi agorà rai3

Ha dovuto indossare una corazza? 

Sì, perché sono molto emotivo e anche partecipativo. Erano storie drammatiche e, alla fine del collegamento, avrei voluto dare una pacca sulla spalla o un abbraccio, dire ‘fatti forza’. Invece sono stato sempre a due metri di distanza, ho rifiutato caffè, dolci, pure andando a casa delle persone intervistate. È stata precauzione, non anaffettività. Devo dire che ha avuto i suoi frutti perché ho fatto il test e sono negativo.

In questa drammaticità come si incastona l’aspetto umano?

Ho capito che, da adesso in poi, voglio che emerga la centralità della persona e della sua debolezza. Ogni storia è un romanzo, quindi massimo rispetto per chi hai di fronte. I tempi televisivi sono quelli, ma avrò un’attenzione in più, anche nel capire le paure degli altri e nel rispettarle. L’emergenza ci ha messo tutti di fronte alle nostre paure. Tornando a Cecità, non siamo diventati ciechi, lo siamo sempre stati, solo che non vedevamo. Bisogna riguardare con occhi nuovi, più profondi, e capire che siamo tutti sulla stessa barca, che può essere quella della paura e dell’inquietudine.

Un’immagine che cristallizza questi mesi. 

È un oggetto. La mascherina che presi il 21 febbraio a San Benedetto del Tronto. Poi sono partito improvvisamente e l’ho tenuta fino a che non sono arrivati i rinforzi. La tengo come cimelio. E poi Suor Angele Bipendu, una suora che fa la volontaria nelle Usca (Unità Speciali di Continuità Assistenziale, ndr). Andava a trovare i malati dei paesini della Val Seriana che morivano in casa o non venivano ricoverati. Accudiva persone anche con idee politiche forti, di chiusura, le stesse che elemosinavano attenzione medica, ma anche umana.

Sarà difficile ripartire?

La ripartenza è un altro dramma. Dopo aver ascoltato le voci di chi ha perso un caro, ora c’è il dramma di chi perde il lavoro e anche la propria posizione sociale a causa della crisi.  Per adesso stiamo sentendo una categoria diversa al giorno. Spero che non si esageri con l’esasperazione, che ci guidi il buonsenso. È stata una calamità naturale, nessuno poteva immaginare o prevedere. 

Porterà un carico emotivo?

Fino ad ora ho fatto la pallina da flipper, da Aosta fino a Lampedusa. Adesso questa situazione mi spinge di nuovo a riflettere sul mestiere di inviato, che è molto delicato, ma che amo ancora di più. È un mestiere difficilissimo, ma centrale nella televisione e ce ne siamo resi conto: se non esci non vedi cosa sta succedendo e non racconti.

Domenico marocchi inviato agorà rai3

Dunque la televisione ha avuto un ruolo centrale?

Secondo me sì. È una voce autorevole, che ha un potere enorme e che soprattuto arriva a tutti indipendentemente dalla classe sociale. In quei giorni, il messaggio di restare a casa è arrivato dalla televisione ed è stato fortissimo. Serena Bortone (la conduttrice di Agorà, ndr) ricordava alle persone di stare a casa e il messaggio arrivava. Lei ha un approccio molto accurato, ma sincero, che colpisce. Devi dare informazioni certe con un linguaggio autorevole e, allo stesso tempo, immediato. E questo la televisione lo fa.

Si è parlato di infodemia.

Sul Servizio Pubblico c’è molta più responsabilità. Ad Agorà in due mesi, pur avendo raccontato storie strazianti, non ci sono mai state lacrime subdole o strumentalizzate, una medaglia di cui vado fiero. Il racconto è vissuto sempre con grande rispetto.

Come vede questa Fase 2? Gli italiani hanno capito o si vogliono godere la primavera?

C’è una visione distopica di questa pandemia. Dopo tanto nord, mi sono spostato anche al centro e posso dire che nella percezione della drammaticità di questo virus ci sono due Italie. Ad oggi, facendo una media, c’è una Italia responsabile, che ha capito, e una di cui ci dobbiamo occupare e non dimenticare, ovvero i teenager. È a loro che dobbiamo parlare, perché li abbiamo messi davanti al computer, ma non abbiamo fornito gli strumenti per capire. Ecco perché la televisione è centrale, ma la fascia tra i 10 e i 17 anni forse non l’ha guardata, non ha visto i morti e non ha recepito il pericolo.

Dopo tanti anni da inviato, vorrebbe passare alla conduzione?

Mi piacerebbe sperimentare un programma sempre in esterna, in viaggio, ma con un approccio antropologico e continuare a raccontare storie.

 

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